«La vita a pugni», la boxe come passione
Un volume di Argentino Tellini ricostruisce la storia dello straordinario mondo delle palestre di pugilato a Porto Torres. Un brano dell'introduzione di Gavino Sanna che presenterà il libro al centro culturale "Gavino Canu"
Devo dire la verità: quando penso al mio angelo custode, penso più che altro ad un angelo sterminatore. Non è un pensiero mistico, lo ammetto. Ma è un pensiero molto umano. E mi è venuto in mente soprattutto durante i miei viaggi intorno al mondo. Forse perché quando si viaggia si è più esposti ai soprusi. In quei momenti, chi non vorrebbe avere un angelo custode come Bud Spencer? La scortesia, il gusto dell’umiliazione verso un altro essere umano, la prepotenza di chi indossa una divisa .Tante volte, di fronte alla mia impotenza, avrei voluto chiamare il mio angelo custode, perché ponesse fine a suon di cazzotti alle soperchierie che in quel momento subivo. E da un momento all’altro, da qualche cassetto della memoria, apertosi all’improvviso ecco due pugni poderosi, attaccati saldamente ad un corpo da Ercole ed a una faccia truce: Mario.
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Sì, il mio angelo custode ha un nome, un cognome ed un passato che vale la pena raccontare. Da bambino mi capitò di diventare una mascotte del mondo pugilistico di Porto Torres. Un mondo animato, una miscela di violenza portuale e di voglia di fuggire in cerca di fortuna, partendo proprio da quel porto verso il resto del mondo. La povera palestra era decorata con le mie prime caricature, quelle dei campioni locali: Fiori, Iacomini, Striani e lui: Mario Altana.
Mario era un bellissimo ragazzo. Alto, spalle quadrate, fianchi stretti ed una faccia Pasoliniana sfrontata e strafottente. Poveri ma belli. Le donne impazzivano per lui. Mario si allenava: le donne andavano ad ammirarlo in palestra. Mario passava il tempo nei caffé: e nei caffé le donne lo aspettavano per fargli compagnia. Mario combatteva: le donne assistevano e andavano in delirio per lui. La mia ammirazione per Mario era sconfinata. .E lui con me era molto affettuoso. (...) Ma la sua carriera, benché promettente non fu felice. Mi ritorna in mente una canzone di Paolo Conte: «E un macaco senza storia, gli manca la memoria in fondo ai guanti bui...».
Una storia a dir la verità, Mario l’ha avuta. Breve, sfortunata, un tantino crudele. Con accenti grotteschi. Per esempio, a poche ore dal suo debutto ebbe un singolare incidente. Forse per integrare la sua dieta da peso massimo, andò in campagna a rubare fichi e venne “giustiziato” sul posto dal proprietario del campo. Il suo manager gli dovette levare una trentina di pallini da caccia dalle gambe. Il battesimo del fuoco coincise comunque con la sua prima vittoria. Aldo Pinna, storico del pugilato turritano, mi ha precisato che il primo incontro da professionista di Mario Altana avvenne il 17 marzo del 1958, a Modena. Piacque agli esperti ma soprattutto alle loro mogli. Il suo record è interessante: 30 incontri da professionista, 27 vittorie, di cui 10 prima del limite. Tre sole sconfitte, ahimé tutte per ko, No, Mario non era tipo da pareggiare un incontro. (...)
Qualche tempo fa, mentre con mia moglie passeggiavo sulla spiaggia di Platamona, scoprimmo una capanna di legno che portava a fatica un insegna di un ristorante. Dentro c’era qualche vecchia conoscenza, che subito – con cordialità e calore – cominciò a srotolare il tappeto della memoria, come fosse in un suk arabo. Mentre eravamo all’antipasto, Lella mi strinse un braccio e mi disse: «Guarda che tipaccio sta entrando, fa paura!» L’omone occupava tutto l’ingresso con la sua stazza e sembrava uscito da un film di mafia. (...) Il gigante puntava decisamente verso di noi. Il primo istinto è di paura. Ma poi vedo che sul volto gli si apre un immenso sorriso: ma si è Mario! Mi stritola in un abbraccio che condensa vent’anni di lontananza. Con il pranzo vengono serviti anche tanti ricordi. (...) Mentre parla il suo aspetto perde l’aria minacciosa. Diventa sempre più angelico: malridotto con i capelli tinti soprappeso, forse grottesco ma, ai miei occhi, un perfetto angelo custode. Un angelo che racconta del suo matrimonio con una ragazza borghese dalla quale ha avuto una figlia, ma che ha perso anche quel match. Separato, vive da solo dopo che la vita l’ha messo a ko troppe volte. Addirittura, per anni non ha potuto mettere piede ad Alghero, su istanza del suocero e con sollievo dei proprietari di locali pubblici. Sì, perché nel declino Mario era diventato violento. Non solo vedeva nemici ovunque, ma doveva anche rispondere alle sfide di chi, venuto da fuori, voleva vantarsi di aver preso a pugni la gloria locale. Fra una rissa e l’altra, si inventa buttafuori e pescatore clandestino. Poi sono incominciati gli acciacchi e una vita solitaria. (...)
Dopo pranzo mi porta verso la sua auto e dal bagagliaio tira fuori qualche quadretto. Storie minime, raccontate in modo minimo. Naturalmente, è quello del pugilato. Insieme a quadretti vengono fuori altri ricordi: battaglie vinte e perse, memorie cariche di rammarico per vittorie mancate per maledette combinazioni astrali, per pura scarogna; perché un angelo custode non può essere protagonista, ma umile servitore di fulgidi destini altrui. Irresistibili, i versi di “Sparrin partner”, la canzone di Conte, riaffiorano: «Stava lì nel suo sorriso, a guardar passare il tram, vecchia pista di elefanti, stesa sopra il macadàm». Vecchia pista di elefanti, la prossima volta che avrò bisogno di aiuto, giuro che, ancora una volta, penserò a te, a Mario Altana. Professione: angelo custode. Categoria: pesi massimi.
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