Ricatti, potere e soldi la mafia esiste ancora ma ha cambiato pelle
di Roberto Sanna
Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999 va in scena a Roma quello che potrebbe essere tranquillamente definito “il furto del del secolo”. Un colpo messo a segno da un commando che...
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Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999 va in scena a Roma quello che potrebbe essere tranquillamente definito “il furto del del secolo”. Un colpo messo a segno da un commando che ripulisce il caveau della banca del palazzo di giustizia di Roma, in piazzale Clodio. Un commando agli ordini del boss Massimo Carminati (all’epoca sotto processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli) che agisce in maniera chirurgica, quasi lavorando in un ambiente sterile: non si spara nemmeno un colpo di arma da fuoco, non viene forzato un lucchetto, il doppio sistema d'allarme continua a dormire indisturbato. Sarebbe la conclusione di un piano criminale perfetto elaborato per chissà quanto tempo, in realtà è stato invece un nuovo inizio. L’inizio di qualcosa che ha segnato e sta segnando pesantemente la storia italiana con la nascita di una nuova mafia che nel giro di pochi anni sottometterà la politica al ricatto. Questo perché da quel caveau spariscono 147 cassette di sicurezza di magistrati, avvocati, funzionari, alcuni connessi con i più grandi misteri d'Italia tutt’ora irrisolti: dalla strage di Bologna alla P2, dal delitto Pasolini all'omicidio Pecorelli, dalla Banda della Magliana a Cosa nostra. Un filo che porta dritto a Mafia capitale e che, diciotto anni dopo, il giornalista dell’Espresso Lirio Abbate ricostruisce nel libro “La lista-Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati”. Giornalista investigativo costretto a vivere sotto scorta per via dei suoi servizi sulla mafia, autore dell’inchiesta giornalistica che ha svelato gli intrecci di Mafia Capitale prima ancora che cominciasse l’inchiesta giudiziaria, Lirio Abbate sarà ospite questa sera a Cagliari del festival “Leggendo Metropolitano” in un incontro intitolato “Com’è facile dimenticare” in programma alle 22 ai Giardini pubblici.
Quella notte di diciotto anni fa, se non è stata la conclusione di un piano criminale finalizzato a un colpo eclatante, possiamo definirla un punto di partenza, una notte che ha segnato l’Italia?
«In qualche modo sì, è stato un punto di partenza perché da quella notte ha preso il via una terribile deviazione politica e giudiziaria dell’Italia. Perché il fatto che un boss come Massimo Carminati sia entrato in possesso di quei documenti, ha modificato il percorso del nostro paese».
Come è nato questo libro?
«Si tratta, semplicemente, di un’inchiesta giornalistica che ha preso il via da atti che a lungo altri avevano sottovalutato. Ho voluto andare più in fondo, ho cominciato a incrociare riscontri coi fatti, con le dichiarazioni delle vittime dei furti. Dall’incrocio di tutti questi elementi si capisce che sono state dette delle bugie, o comunque non sempre è stata detta tutta la verità. Si parte dal fatto che Massimo Carminati improvvisamente si ritrova in possesso di documenti coi quali è in grado di ricattare dei magistrati. E non sono ricatti qualunque, parliamo di inchieste incentrate sul terrorismo nero, l’attentato a Giovanni Paolo II, la P2, Licio Gelli, Giulio Andreotti, Mino Pecorelli, Pier Paolo Pasolini, la strage di Bologna. Fatti e personaggi che hanno segnato la storia dell’Italia in un certo modo».
Che cosa cambia nel modo di agire della criminalità subito dopo il furto di quelle cassette di sicurezza?
«Una volta che spariscono quelle cassette di sicurezza, succede che Massimo Carminati cambia il suo modo di agire. Comincia un’evoluzione del sistema criminale perché non si spara più e da quello che era la banda della Magliana si arriva a una vera organizzazione finalizzata al guadagno personale. L’evoluzione sta appunto nel passaggio dal formato “banda” a quello di “organizzazione” criminale».
E la mafia quanto è cambiata dopo questo passaggio epocale?
«Quali immagini vi vengono in mente quando pensate alle storie di mafia? Se pensate a storie come la Piovra, o Gomorra, o alle stagioni delle stragi, allora siete assolutamente fuori strada. Adesso la mafia va a braccetto con la politica, instilla paura semplicemente con uno sguardo. La gente ha paura dei mafiosi perché sanno di che cosa possono essere capaci, sanno che basta un cenno per distruggere. Questa paura ha portato molte persone a rifugiarsi sotto l’ala della mafia. La politica, così, può mettersi a servizio della mafia, in una condizione di subordinazione che nasce da un misto di paura e desiderio di ottenere dei vantaggi. Il furto dal quale prende il via la mia inchiesta ci fa capire quanto grossa sia stata l’evoluzione della mafia: se hai come obiettivo quelle cassette di sicurezza bene identificate, significa che tu vuoi vivere per il ricatto. E che la politica dovrà sottomettersi al ricatto, quindi non avrà più liberta. E questo cambia tutto, nella nostra storia».
Parlando di “politica” in senso generale non fa una distinzione di colori e partiti.
«L’unico colore che conta è quello dei soldi, perché la corruzione serve a questo: a fare soldi. Non esiste distinzione, non c’è il rosso o il nero, non esiste più l’ideale. Esiste, appunto, il colore dei soldi».
Se la mafia si è trasformata, ha cambiato pelle e modi di lavorare, bisogna anche cambiare il modo di combatterla: come si fa, allora?
«Prima di tutto devi imparare e conoscerla e a riconoscerla. Bisogna capire che non ci sono più coppola e lupara e che c’è stata una grande trasformazione. Se si capisce questo, è possibile pianificare le contromisure. Altrimenti è tutto inutile».
Ha detto che ilo suo libro è un’inchiesta giornalistica: significa che oggi è possibile, comunque, fare giornalismo investigativo.
«Sì, è possibile farlo anche se non è certamente semplice, noi ci proviamo. Sono così sicuro di questo, che credo che se queste rivelazioni su quel furto fossero uscite nell’immediatezza, quindi parlo del Duemila o del 2001, i riflettori si sarebbero accesi immediatamente sui retroscena e non saremmo arrivati a Mafia capitale. La grande forza del giornalismo e dell’informazione è proprio questa. Anche adesso è importante tirare fuori queste storie, non c’è dubbio, ma se questo risalto ci fosse stato al momento giusto credo che sarebbe stato un deterrente fortissimo e non avremmo visto certi disastri».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quella notte di diciotto anni fa, se non è stata la conclusione di un piano criminale finalizzato a un colpo eclatante, possiamo definirla un punto di partenza, una notte che ha segnato l’Italia?
«In qualche modo sì, è stato un punto di partenza perché da quella notte ha preso il via una terribile deviazione politica e giudiziaria dell’Italia. Perché il fatto che un boss come Massimo Carminati sia entrato in possesso di quei documenti, ha modificato il percorso del nostro paese».
Come è nato questo libro?
«Si tratta, semplicemente, di un’inchiesta giornalistica che ha preso il via da atti che a lungo altri avevano sottovalutato. Ho voluto andare più in fondo, ho cominciato a incrociare riscontri coi fatti, con le dichiarazioni delle vittime dei furti. Dall’incrocio di tutti questi elementi si capisce che sono state dette delle bugie, o comunque non sempre è stata detta tutta la verità. Si parte dal fatto che Massimo Carminati improvvisamente si ritrova in possesso di documenti coi quali è in grado di ricattare dei magistrati. E non sono ricatti qualunque, parliamo di inchieste incentrate sul terrorismo nero, l’attentato a Giovanni Paolo II, la P2, Licio Gelli, Giulio Andreotti, Mino Pecorelli, Pier Paolo Pasolini, la strage di Bologna. Fatti e personaggi che hanno segnato la storia dell’Italia in un certo modo».
Che cosa cambia nel modo di agire della criminalità subito dopo il furto di quelle cassette di sicurezza?
«Una volta che spariscono quelle cassette di sicurezza, succede che Massimo Carminati cambia il suo modo di agire. Comincia un’evoluzione del sistema criminale perché non si spara più e da quello che era la banda della Magliana si arriva a una vera organizzazione finalizzata al guadagno personale. L’evoluzione sta appunto nel passaggio dal formato “banda” a quello di “organizzazione” criminale».
E la mafia quanto è cambiata dopo questo passaggio epocale?
«Quali immagini vi vengono in mente quando pensate alle storie di mafia? Se pensate a storie come la Piovra, o Gomorra, o alle stagioni delle stragi, allora siete assolutamente fuori strada. Adesso la mafia va a braccetto con la politica, instilla paura semplicemente con uno sguardo. La gente ha paura dei mafiosi perché sanno di che cosa possono essere capaci, sanno che basta un cenno per distruggere. Questa paura ha portato molte persone a rifugiarsi sotto l’ala della mafia. La politica, così, può mettersi a servizio della mafia, in una condizione di subordinazione che nasce da un misto di paura e desiderio di ottenere dei vantaggi. Il furto dal quale prende il via la mia inchiesta ci fa capire quanto grossa sia stata l’evoluzione della mafia: se hai come obiettivo quelle cassette di sicurezza bene identificate, significa che tu vuoi vivere per il ricatto. E che la politica dovrà sottomettersi al ricatto, quindi non avrà più liberta. E questo cambia tutto, nella nostra storia».
Parlando di “politica” in senso generale non fa una distinzione di colori e partiti.
«L’unico colore che conta è quello dei soldi, perché la corruzione serve a questo: a fare soldi. Non esiste distinzione, non c’è il rosso o il nero, non esiste più l’ideale. Esiste, appunto, il colore dei soldi».
Se la mafia si è trasformata, ha cambiato pelle e modi di lavorare, bisogna anche cambiare il modo di combatterla: come si fa, allora?
«Prima di tutto devi imparare e conoscerla e a riconoscerla. Bisogna capire che non ci sono più coppola e lupara e che c’è stata una grande trasformazione. Se si capisce questo, è possibile pianificare le contromisure. Altrimenti è tutto inutile».
Ha detto che ilo suo libro è un’inchiesta giornalistica: significa che oggi è possibile, comunque, fare giornalismo investigativo.
«Sì, è possibile farlo anche se non è certamente semplice, noi ci proviamo. Sono così sicuro di questo, che credo che se queste rivelazioni su quel furto fossero uscite nell’immediatezza, quindi parlo del Duemila o del 2001, i riflettori si sarebbero accesi immediatamente sui retroscena e non saremmo arrivati a Mafia capitale. La grande forza del giornalismo e dell’informazione è proprio questa. Anche adesso è importante tirare fuori queste storie, non c’è dubbio, ma se questo risalto ci fosse stato al momento giusto credo che sarebbe stato un deterrente fortissimo e non avremmo visto certi disastri».
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