La Nuova Sardegna

“La memoria geniale” Come ricordiamo, perché dimentichiamo 

di Alessandra Pigliaru
“La memoria geniale” Come ricordiamo, perché dimentichiamo 

La neuroscienziata Hannah Monyer oggi ospite del festival Lezione sugli straordinari meccanismi del nostro cervello

4 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. «La memoria non esiste per nascondere il vissuto dentro ai suoi “cassetti” e per tenerlo lì, bensì per rielaborarlo costantemente e quindi renderlo utile per il futuro». È ciò di cui sono convinti Hannah Monyer e Martin Gassman, neuroscienziata lei e filosofo lui, autori di un volume rivolto ad addetti ai lavori e non. Lo stile utilizzato in “La memoria geniale. Come ricordiamo. Perché dimentichiamo” (Rizzoli, 380 pagine, euro 20, traduzione di Manuela Carozzi) è infatti fruibile, esito di una collaborazione cominciata all’Università di Heidelberg e condotta poi negli anni tra ricerca di base e scienze umane. Hannah Monyer, vincitrice del prestigioso premio Leibniz nel 2014, questa sera a Cagliari (alle 21.00, al Teatro Civico di Castello) nell’ambito del festival Leggendo Metropolitano, terrà una lezione sul funzionamento e gli straordinari meccanismi della memoria. «Mi occupo da più di trent’anni del tema – racconta la neuroscienziata raggiunta per qualche domanda –; tutto ha avuto inizio con la mia tesi di dottorato, dedicata a La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Da allora l’approccio interdisciplinare non mi ha mai abbandonata. Trovo cruciale la contaminazione tra vari punti di vista, le fonti, i diari, le corrispondenze, capire di quali idee fosse a conoscenza l’autore. Con Martin Gassman, filosofo versatile e curioso, abbiamo pensato di scrivere il libro per fare il punto su alcune questioni, già trattate precedentemente in un articolo firmato a quattro mani».

Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a scrivere proprio adesso un libro così? Avete forse intravisto una urgenza del presente?

«Insieme alla passione per la memoria c’è l’avanzare di malattie come l’Alzheimer che ci fanno capire che con la memoria si perde tutta la propria personalità. Tutto ciò che ci rende chi siamo e cosa vogliamo diventare dipende dalla capacità di avere ancora delle prospettive sul passato e sul futuro. La possibilità di utilizzare una lettura che attraversi le varie rappresentazioni di un concetto ci è sembrata fondamentale oltre che utile per leggere quello che sta capitando. Bisogna capire i contesti storici, politici e sociali entro cui i vari concetti assumono significati diversi. Malattie comprese».

Non più un deposito di vissuti ma una connessione dinamica e in costante trasformazione?

«Da circa vent’anni la ricerca si concentra sull’osservazione delle connessioni più complesse, sperimentando l’interazione tra prestazioni specifiche e reti neuronali. Questo consente di pensare alla memoria non più come una sorta di “magazzino” in cui mantenere i ricordi. L’idea è che dobbiamo invertire la comune concezione della memoria, rivoluzionarla. Il suo ruolo principale consiste infatti nel programmare la vita, è una facoltà posseduta dall’essere umano che ci permette di gestire compiti complessi e costantemente mutevoli».

Voi legate la memoria al futuro, alla capacità di progettare in avanti. In che modo si lega al desiderio?

«Nei nostri esperimenti (con i topi, ndr) abbiamo verificato che, nonostante l’immobilità del corpo, le cellule che da lì a pochi istanti si attiveranno, in realtà lo sono già. C’è una proiezione in avanti. Possiamo utilizzare molte parole per spiegare questa evidenza laboratoriale, tuttavia di ciò che accade siamo certi. Nel desiderio invece intervengono altre strutture del cervello, tutte umane. Potremmo avanzare delle ipotesi ma si tratterebbe di una speculazione complicata».

I “falsi ricordi” non sono mai casuali né innocui. Quando sono praticabili e quando invece determinano dei rischi nella costruzione di una realtà parallela?

«Ciò che ricordiamo non aderisce mai a quel che è accaduto, assume la fisionomia di qualcosa di già mutato e collocabile nel nuovo contesto presente. C’è una funzione positiva ed efficace dei falsi ricordi, per esempio in alcune terapie, quindi in uno scenario di cura, quando per esempio il vissuto è troppo doloroso da sostenere. Questo ce lo dice già la psicologia, ma il vero punto di novità, di cui parliamo nel libro, è l’evidenza sperimentale che proviene dalla ricerca di base. Il cervello, lo sappiamo, tende a completare ciò che gli risulta, cerca di dare un senso al mondo non solo da un punto di vista cognitivo ma anche incosciente, non volontario. Riguardo i ricordi, il pericolo può certo provenire dall’esagerazione o in situazioni specifiche che dipendono dal ricordo di qualcuno».

La memoria si può migliorare tecnicamente fino a farla diventare, come in molti auspicano, simile a quella di una macchina?

«Al momento sappiamo cosa possiamo evitare per fare in modo di aumentare la capacità della nostra memoria: una vita sregolata. E tutto ciò che nel senso comune non ci conduce a dormire bene, fare una buona attività fisica e via di seguito. La sensibilità della nostra memoria tuttavia, la sua creatività, non può essere imitabile da un robot. C’è sempre qualcosa che sfugge. Interrogandoci in generale sulla nostra relazione con la tecnologia, oggi non abbiamo più bisogno di memorizzare i numeri di telefono della rubrica del nostro cellulare, c’è uno strumento che lo fa per noi. Questo può essere un bene, ci è utile. E mentre non abbiamo più bisogno di memorizzare quei dati, possiamo liberare il tempo per esercitarci in altro, quello a cui scegliamo di dedicarci. Quando non si muove più il corpo, i muscoli si atrofizzano; altrettanto succede alle cellule del nostro cervello, le sinapsi si devono utilizzare».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative