La Nuova Sardegna

«Solo la qualità può salvare l’informazione» 

di Roberto Sanna
«Solo la qualità può salvare l’informazione» 

Parla Stefano Salis, caporedattore del Sole 24 Ore Le notizie gratis sul web? Un errore gravissimo 

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La qualità può salvare il mondo dell’informazione. Dall’attacco delle fake news, dalle ondate dello tsunami del web, dall’indifferenza che lentamente si sta impadronendo i destinatari delle notizie. Stefano Salis, caporedattore del settore Commenti e Inchieste del Sole 24 ore, è convinto che ci sia un modo per arrestare il declino di un mondo travolto dall’eccesso di notizie: «Continuare a differenziarsi per rigore e professionalità, in un contesto nel quale l’informazione diventa eccessivamente semplificata e superficiale». Stefano Salis, originario di Sant’Antioco, sarà ospite oggi a Cagliari del festival “Leggendo metropolitano” in un incontro sul tema “La rivista letteraria come frontiera del web”, in programma alle 11 nell’area eventi dei Giardini pubblici con la partecipazione anche di Gianni Biondillo, Serena Danna e Giovanni Ziccardi, condotto da Antonio Prudenzano.

Uno degli argomenti più caldi in questo momento è sicuramente quello delle “fake news”: qual è il pericolo che si corre rincorrendo questo tipo di notizie?

«Chiariamo intanto che non si tratta di notizie false, che invece possono essere riconosciute facilmente soprattutto da chi sta nella redazione di un giornale. Il problema delle “fake news” è che fanno saltare il filtro di intermediazione, per cui il pubblico alla fine è abbastanza indifferente al fatto che quella notizia possa essere vera oppure falsa. Si assiste a una pericolosa sfiducia nei confronti di chi dovrebbe fare da filtro, che finisce col perdere l’autorevolezza. Un caso eclatante al quale stiamo assistendo in questo momento è quello dei vaccini: esiste una chiara letterattura scientifica a riguardo, ma quando il tema viene affrontato in uno studio televisivo con un dibattito tra uno scienziato e una show-girl, può prevalere la tesi di quest’ultima esclusivamente perché è un personaggio con maggiore appeal rispetto all’altro».

Messa così è una questione preoccupante.

«Molto preoccupante. L’eccesso di informazione e il fatto che le notizie viaggino sui telefonini e sui social network favoriscono concede grande spazio a chi vuole gettare discredito su chi fa informazione. Una forma di populismo mediatico dal quale ci si deve difendere anche se farlo costa davvero tanta fatica».

Come mai si è arrivati a quesa situazione?

«Il problema è che mai come adesso è stato facile pubblicare. Il percorso dei giornali è stato lungo, parliamo di due-tre secoli e solo nell’ultimo si sono perfezionati. E il giornalista nel suo lavoro prima di pubblicare una notizia compie di solito un percorso preciso, seleziona, verifica e poi la pubblica. Certamente col suo taglio, quasi mai un giornale è neutrale, però bisogna riconoscere che tutto questo processo è una garanzia di qualità. Viceversa, io diffido sempre dai contenuti diretti, postati magari dai lettori. Per esempio, la foto di un incendio: certo, si vede l’incendio ma spesso non si è in grado di capire tutto il resto, non può funzionare così. Devo anche dire che spesso i giornali sono complici di queste situazioni».

E in che modo?

«Magari pubblicando a fianco di un pezzo sul voto la foto di una showgirl seminuda. Questo significa favorire la soddisfazione immediata del lettore e contemporaneamente a abbassare la qualità complessiva del prodotto».

Alla fin fine Umberto Eco non aveva tutti i torti?

«Direi che aveva pienamente ragione, per quel che mi riguarda sono assolutamente contrario alla pubblicazione del commento dei lettori sotto le notizie. Ho anche un atteggiamento conservatore e credo nell’asimmetria della notizia, nel senso che mediamente chi la immette deve essere più bravo di chi la riceve. Perché se io salgo sull’autobus, mi aspetto che l’autista sia più bravo di me a guidare quel mezzo. Se abbassiamo il livello, non può funzionare, bisogna far pesare la professionalità. Poi, certo, può capitare che trovi un lettore che ne sa più di te, ma non ha conseguenze».

Come ci si può difendere da questo assedio?

«Alla fine la qualità paga, anche se solo per una piccola porzione del pubblico. Del resto non bisogna dimenticare che anche i giornali sono sempre stati per una piccola porzione della popolazione. Come sempre, così, bisogna fare un lavoro vincente nel tempo, offrendo un servizio ben fatto e pretendendo in cambio un pagamento adeguato. Se io vado al ristorante, il cuoco pretende di essere pagato perché ha cucinato per me. Se abituiamo a dare tutto gratis, abbassiamo la qualità e diamo qualcosa che non vale la pena di essere pagato».

La strada dell’integrazione della carta col web è percorribile?

«Nessun giornale guadagna con l’on-line. Il problema è anche quello della tecnologia utilizzata, dei contenuti brevi, delle interferenze di colossi come Facebook e Google. Il sistema è perverso, si mettono in rete dei contenuti per realizzare i quali gli editori pagano. Viceversa, la carta conserva un’autorevolezza intrinseca, almeno per una certa fascia d’età, forse perché trasmette l’idea della selezione. Per questo il libro cartaceo non è morto sotto i colpi dell’e-book. Se poi la carta sia insostituibile lo vedremo quando saranno economicamente autonomi quelli che sono nati e stanno crescendo col digitale».

La qualità è quindi la risposta giusta?

«Non possiamo dirlo con certezza ma sì, penso che sia la strada da percorrere. In Italia abbiamo anche un esperimento riuscito che è quello di Internazionale, un prodotto che ha uno sguardo aperto e seleziona. E proprio per questo funziona»

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