La Nuova Sardegna

Trentacinque secondi di lotta L’orgoglio nero alle Olimpiadi  

di Fabio Canessa
Trentacinque secondi di lotta L’orgoglio nero alle Olimpiadi  

I pugni chiusi sul podio di Città del Messico, un’immagine nell’immaginario collettivo Lorenzo Iervolino ricostruisce la storia e le motivazioni del gesto di Smith e Carlos 

3 MINUTI DI LETTURA





Sono passati quasi cinquant’anni, ma ci sono immagini che non temono il trascorrere del tempo. Perché il tempo lo segnano. Diventano Storia, quella che nelle sue linee generali resta nella memoria di tutti. I particolari delle storie che ci sono dietro vengono però spesso dimenticati. Scavando nel passato, Lorenzo Iervolino mette insieme i pezzi e riempie quei vuoti raccontando con “Trentacinque secondi ancora” (66thand2nd editore, 288 pagine, 23 euro) la battaglia per i diritti umani di Tommie Smith e John Carlos simboleggiata dal loro iconico gesto di ribellione alle Olimpiadi del 1968. Città del Messico, 16 ottobre. Sono da poco passate le 20 ed è il momento della finale dei 200 metri che i due sprinter statunitensi affrontano da grandi favoriti.

Vince Tommie Smith, con il nuovo record del mondo che resisterà per oltre dieci anni sino all’impresa di Pietro Mennea, mentre John Carlos arriva solo terzo facendosi sorprendere dall’australiano Peter Norman che conquista l’argento. Nemmeno trenta minuti dopo è già il momento della premiazione. Quello che succederà sul podio è qualcosa destinato a segnare la storia dei Giochi Olimpici e non solo. Smith e Carlos. I pugni alzati, i guanti neri, la testa china.

Una delle immagini più famose di tutto il Novecento. Il gesto di protesta prima gela, poi infuoca lo stadio di fischi. C’erano voluti trentacinque secondi per arrivare fino al podio dal sottopassaggio. I trentacinque per tornare (da qui il titolo del libro) sono i più lunghi della vita per i due atleti, la paura che qualcuno spari è concreta. Non sarà così, ma da quel giorno Smith e Carlos continueranno ad avere le pistole puntate su di loro. Pagheranno le conseguenze della protesta, ben oltre la squalifica a vita dalle Olimpiadi. Ritorsioni, minacce, ostracismo dell’establishment che farà di tutto per spingerli «nelle sabbie mobili dell’oblio». Lo racconta Lorenzo Iervolino, già autore per la stessa collana Vite inattese di 66thand2nd di un volume su un altro “atleta sovversivo” come il calciatore brasiliano Socrates. Lo fa con dovizia di particolari, frutto di un importante lavoro di ricerca, e affascinante freschezza letteraria da scrittore-cronista viaggiatore nel tempo. Le conseguenze di quel gesto entrato nell’immaginario collettivo, ma soprattutto le motivazioni perché gran parte del racconto si concentra sul prima. L’infanzia non facile, il talento sportivo come occasione di riscatto fino a quel giorno di ottobre del 1968 in Messico.

La corsa della vita, la sfida al razzismo davanti agli occhi del mondo di Smith e Carlos (molto diversi per carattere come si legge nelle pagine scritte da Iervolino). Una battaglia che si lega al clima inquieto del periodo – ma le tensioni razziali si trascinano ancora oggi, ricorda bene nel finale l’autore – con protagonisti le Pantere Nere, Malcolm X, Martin Luther King, l’attivismo di Harry Edwards, sociologo e ispiratore del Progetto olimpico per i diritti umani. Al quale aderirà sul podio nello stadio di Città del Messico, indossando una spilletta, anche quel velocista bianco che nessuno ricorda: l’australiano Peter Norman. Pagherà cara quella manifestazione di solidarietà.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative