La Nuova Sardegna

Viaggio nell’universo Marras Arte come memoria delle cose 

di Paolo Curreli
Viaggio nell’universo Marras Arte come memoria delle cose 

Una giornata ad Alghero nella casa-laboratorio dello stilista con «un cuore da rigattiere»

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La casa di Antonio Marras è in cima a una collina di belle ville, tra uliveti e orti ordinati. Da qui la bellezza della Sardegna si impone nella sua solita maniera: improvvisa e sfrontata. Dal terrazzo l’azzurro del mare, Capo Caccia viola e lilla, il verde; tracimano dalla retina.

E qui c’è la prima storia: ormai parte della sua biografia, il “gran rifiuto” di trasferirsi definitivamente a Parigi quando Kenzo lo chiamò per disegnare la sua linea. Antonio portò i dirigenti della maison su questa terrazza, e davanti a tanto spettacolo si convinsero. «Insomma è andata più o meno così» glissa divertito Antonio.

LA CASA: UN RITRATTO. Allora per capire un uomo bisogna vedere la sua casa? Può essere vero solo in parte, magari uno che ha i mezzi può chiamare l’architetto, magari un archistar, e costruire un monumento a se stesso (o all’ego del progettista, come accade). «No guarda, qui c’era solo un pollaio e io e Patrizia abbiamo fatto tutto da zero – precisa subito Marras –. E ci abbiamo messo un bel po’ di tempo». Infatti questa casa è un “rifugio-ritratto” di Antonio e di Patrizia, un’abitazione che non si sovrappone mai al paesaggio, anzi tra vetrate e vialetti dialoga sempre con la natura e il tempo, che anche nel giardino ha consunto, arrugginito, lasciato i suoi segni. La poetica di Marras, o come dice lui «il mio cuore da rigattiere», sono il tratto distintivo anche del suo mondo privato. Non c’è un oggetto nuovo, ma non c’è nemmeno la finzione dello shabbychic, o il disordine dell’atelier dell’artista scapestrato, chi lavora per un’industria importante sa usare l’ordine.

DISEGNI COL CAFFÈ. «Mi piace lavorare circondato dagli amici, non sono un creativo solitario – confessa –. Ecco guarda questi sono i miei quaderni, disegno spesso quando viaggio; in aereo non riesco a dormire». Album realizzati incollando diversi quaderni e fogli sparsi, pieni di ritagli, volti, collage, disegni fluidi con la penna e il pennello intriso di caffè. «Mi piace, raccolgo sempre quello che avanza in questi bicchieri, niente come il caffè per ottenere questa sfumatura» spiega. Ma questi disegni sono belli e strani, appunti di sogni. «Non so, non sogno mai, o almeno non mi ricordo i sogni – dice Antonio –. Però penso molto, in uno stato di dormiveglia».

Un soggiorno grande, circondato da divani, cuscini bianchi, il luogo ideale per parlare, ascoltare musica. Una stanza dove la luce della vetrata irromperebbe violenta e invece entra dolce e schermata dagli alberi, contro una finestra l’andamento sinuoso di gambi scuri: decine di orchidee salgono e germogliano. «Belle vero? Facevano parte dell’allestimento di una serata in Costa Smeralda, me le ha regalate il mio amico fioraio Tonino Serra, sarebbero morte ma le ho recuperate e adesso stanno germogliando».

IL TEMPO SUGLI OGGETTI. Insomma, ancora recupero. Il segno del tempo sulle cose, tutta una parete è occupata da un grande scaffale di un vecchio negozio. «Sono i giocattoli dei miei figli, altre cose comprate in giro e questi», mi fa notare Antonio una processione di strani e bellissimi elefanti di cartapesta. «Ho fatto un laboratorio qui ad Alghero per persone con disabilità, questi li ha fatti un signore anziano, faceva solo elefanti e li ho comprati tutti». Ancora un oggetto e ancora una storia, niente è stato scelto e sottoposto alla selezione crudele della moda, quella che consuma e abbandona, tutto è vecchio e sempre nuovo. I laboratori sono grandi stanze dove in un’atmosfera da bottega rinascimentale si lavora si cuce e si scuce. «Stiamo lavorando a dei parka militari, li ho acquistati in blocco, lavati e sterilizzati, adesso li smontiamo e inseriamo questi», mi spiega Marras indicandomi preziosi ricami e ritagli di stoffe pregiate. Un corto circuito tra recupero e lusso. «Raccolgo le cose che si sono salvate, e si sono salvate perché qualcuno le ha amate, conservate per qualche affetto privato e misterioso». Al piano superiore i designer: matite, colori, campioni. Inventiva ma anche le tecniche affascinanti dell’industria dello stile.

Se volessimo tracciare il confine tra il creativo, il designer e lo stilista e il sempre meno recintato territorio dell’arte, qualche anno fa si poteva citare Irving Penn: «Io fotografo per fare soldi è Cindy Sherman che fotografa per fare arte». Distinzione un po’ datata oggi visto i fatturati e l’industria che c’è dietro gli artisti contemporanei.

ARTE E MODA. Allora questa casa-rifugio-fabbrica-laboratorio ci dice invece che la visione di Antonio Marras è unica, integrale e definita, la “poetica del rigattiere” è una rappresentazione della memoria che si ferma sulle cose e che ci parla anche attraverso un abito o un’istallazione. Una visione del recupero che ha anche la sua carica dirompente nel mondo bulimico che ha espulso dalle sue viscere interi continenti di plastica nell’oceano.

Arte e lavoro, sono qui insieme sulla casa in cima alla collina. «Questa è la stanza-laboratorio dove è cominciato tutto» siamo nel seminterrato dove Antonio ha cominciato a ideare, costruire e ricostruire i suoi abiti e che oggi è il suo atelier.

Grandi tavoli, scatole di colori, cassettiere e tele, che naturalmente non sono nuove. «Solo il tempo riesce ad ottenere questi effetti» mi fa notare Antonio.

IL VOLTO DI MARIA. Sulla parete ritratti di Maria Lai su cui Marras sta lavorando e che ha tratto dagli scatti di Daniela Zedda. «Erano foto che lei aveva scartato». Maria Lai, grande amica e mentore della vicenda creativa di Antonio, è adesso il nume tutelare di questa casa, «andiamo a visitare la casa di Maria», dice Antonio accompagnandomi. Immersa nel verde, quasi protetta dall’ombra della casa, la piccola, confortevole abitazione costruita per ospitare la grande artista, alle pareti una serie disegni. «Sono i progetti per questo muro che ha realizzato a casa, lei disegnava e una volta trovata l’idea li buttava. Li ho recuperati dal cestino». Il muro famoso è percorso da fili e frasi di Maria Lai. «Vederla lavorare è stata una grande lezione – ricorda lo stilista –. Stava davanti a questo muro aspettando che gli parlasse».

Aspettando, anche lei, di interpretare e raccogliere la voce misteriosa delle cose.

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