«La letteratura aiuta a bruciare il passato e darci più sollievo»
di Roberta Sanna
Ieri a Cagliari il vincitore del Premio Strega 2016 «Con l’immaginazione sopperiamo ai buchi della memoria»
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CAGLIARI. «Soprattutto oggi che si tende a sottolineare la necessità e il dovere di ricordare, penso che la letteratura abbia anche e invece il compito di bruciare esperienze e storie, e liberarcene. Io vedo molto l’aspetto liberatorio e il sollievo di potersi lasciare alle spalle le cose della propria vita, e le cose che si leggono». Edoardo Albinati, ospite ieri a “Leggendo Metropolitano”, si riferisce al titolo dell’incontro “Dimenticare è un sollievo” - incluso nel tema dell’edizione di quest’anno “Tra la memoria e l’oblio”- e alla sua nuova opera “Un adulterio”, in libreria da pochi giorni per Rizzoli. “Un racconto vibrante, sensuale, semplice e crudelmente sincero, anche se costruito su bugie”, si dice sul risvolto, “in cui i due protagonisti, mentendo ai loro coniugi, rubano un fine settimana alla vita ordinaria per consumare su un’isola a fine estate una passione nata da poco”.
«Indirettamente - sottolinea Albinati - tutte le cose che scrivo sono legate al tema dell’oblio. In particolare la vicenda di questo racconto, di questa novella, è addirittura incentrato su questo: ciò che avviene ai due protagonisti, essendo un amore impossibile, è destinato ad essere bruciato in poco tempo, consumato, nella sua bellezza e nella sua impossibilità, e poi cancellato». Il modello letterario - racconto lungo o romanzo breve - e l’argomento dell’adulterio vengono dall’innamoramento per una novella di David Vogel, scrittore di origini ebraiche morto in un lager nazista. «Ho pensato che potevo provare anch’io sia il formato che il tema, partendo da personaggi e situazioni diverse, provando a raggiungere la stessa intensità, perché Vogel è straordinariamente intenso e toccante, struggente, soprattutto nella tematica amorosa». La stessa lettura si propone come esperienza intensa e breve, concentrata in meno di centotrenta pagine. «Dopo aver scritto un libro così impegnativo come “La scuola cattolica” avevo bisogno di un formato e di una stesura meno infelice, dove per infelice intendo lo sforzo dell’autore e quello che penso abbiano fatto e facciano i lettori di quel libro, che sia piaciuto o no, è comunque un impresa. Allora mi sembrava bello, per me per primo, e per tutti i lettori del librone, qualcosa di diverso. Se prima hai avuto le forze di stare per qualche mese su quel libro, adesso basterà un pomeriggio. Questa della durata della lettura – prosegue Albinati - è una cosa molto interessante. Il godimento che si può provare nell’essere fedeli per settimane e mesi ad un medesimo libro, o al contrario divorarne uno in poche ore, sono due esperienze molto diverse, ma della stessa natura, la lettura. Mi piaceva che il lettore potesse provare i due estremi, come li ha provati l’autore».
Tornando al sollievo del dimenticare, riprende lo scrittore, il discorso vale anche per “La scuola cattolica” su cui è in atto il progetto di fare una serie televisiva. «Il romanzo è basato almeno per la metà su ricordi e memorie, alcune delle quali non mie, ma di altri che hanno condiviso la mia esperienza, legata a fatti reali accaduti più di quaranta anni fa. Però io l’ho scritta per liberarmene, anche lì, e depositare per sempre quel fardello portato per tanti anni, cioè il fatto di avere avuto come compagni di scuola gli autori di un efferato delitto sessuale. Si ricorda quindi anche per seppellire definitivamente qualcosa. Io sono favorevole alla conoscenza, ma la conoscenza delle cose serve anche ad accantonarle, per permetterci di andare avanti. “La scuola cattolica”, per me e spero per chi l’ha letta, è servita a ricreare un periodo, ma poi anche possibilmente a metterci una pietra sopra. Altrimenti la nostra vita sarebbe troppo piena di passato».
E poi la memoria è un organo molto fallace, approssimativo, dice Albinati. «Tutti noi completiamo buchi, voragini, di ciò che è stato. O perché non lo ricordiamo bene o perché lo vogliamo ricordare come pare a noi… Però credo che nello scrivere, l’invenzione, la fantasia, l’immaginazione, sopperiscano a questo. L’invenzione non è il contrario della realtà: è il suo completamento. D’altronde la memoria è continuamente integrata dalla fantasia, non solo in letteratura. Per dare senso alle storie occorre completarle con elementi di cui però non siamo poi sicuri se appartengano all’immaginazione o alla nostra memoria». In conclusione chiediamo ad Albinati, da oltre vent’anni insegnante nel penitenziario di Rebibbia, se qualcosa sia cambiato nella "fabbrica della pena", dall’esperienza narrata nel diario “Maggio selvaggio” edito nel 1999. «Il problema del carcere non si riesce nemmeno a cominciare ad affrontarlo – risponde lo scrittore. Ho quasi vent’anni di più di lavoro e di progressiva perdita di speranza sull’idea che del carcere si possa fare qualcosa di più utile di quello che è, un sistema malgrado tutto afflittivo, ed è inutile ripetere il mantra della rieducazione. Per ora, a parte la scuola, gli aspetti di riscatto, riabilitazione e reinserimento non ci sono».
«Indirettamente - sottolinea Albinati - tutte le cose che scrivo sono legate al tema dell’oblio. In particolare la vicenda di questo racconto, di questa novella, è addirittura incentrato su questo: ciò che avviene ai due protagonisti, essendo un amore impossibile, è destinato ad essere bruciato in poco tempo, consumato, nella sua bellezza e nella sua impossibilità, e poi cancellato». Il modello letterario - racconto lungo o romanzo breve - e l’argomento dell’adulterio vengono dall’innamoramento per una novella di David Vogel, scrittore di origini ebraiche morto in un lager nazista. «Ho pensato che potevo provare anch’io sia il formato che il tema, partendo da personaggi e situazioni diverse, provando a raggiungere la stessa intensità, perché Vogel è straordinariamente intenso e toccante, struggente, soprattutto nella tematica amorosa». La stessa lettura si propone come esperienza intensa e breve, concentrata in meno di centotrenta pagine. «Dopo aver scritto un libro così impegnativo come “La scuola cattolica” avevo bisogno di un formato e di una stesura meno infelice, dove per infelice intendo lo sforzo dell’autore e quello che penso abbiano fatto e facciano i lettori di quel libro, che sia piaciuto o no, è comunque un impresa. Allora mi sembrava bello, per me per primo, e per tutti i lettori del librone, qualcosa di diverso. Se prima hai avuto le forze di stare per qualche mese su quel libro, adesso basterà un pomeriggio. Questa della durata della lettura – prosegue Albinati - è una cosa molto interessante. Il godimento che si può provare nell’essere fedeli per settimane e mesi ad un medesimo libro, o al contrario divorarne uno in poche ore, sono due esperienze molto diverse, ma della stessa natura, la lettura. Mi piaceva che il lettore potesse provare i due estremi, come li ha provati l’autore».
Tornando al sollievo del dimenticare, riprende lo scrittore, il discorso vale anche per “La scuola cattolica” su cui è in atto il progetto di fare una serie televisiva. «Il romanzo è basato almeno per la metà su ricordi e memorie, alcune delle quali non mie, ma di altri che hanno condiviso la mia esperienza, legata a fatti reali accaduti più di quaranta anni fa. Però io l’ho scritta per liberarmene, anche lì, e depositare per sempre quel fardello portato per tanti anni, cioè il fatto di avere avuto come compagni di scuola gli autori di un efferato delitto sessuale. Si ricorda quindi anche per seppellire definitivamente qualcosa. Io sono favorevole alla conoscenza, ma la conoscenza delle cose serve anche ad accantonarle, per permetterci di andare avanti. “La scuola cattolica”, per me e spero per chi l’ha letta, è servita a ricreare un periodo, ma poi anche possibilmente a metterci una pietra sopra. Altrimenti la nostra vita sarebbe troppo piena di passato».
E poi la memoria è un organo molto fallace, approssimativo, dice Albinati. «Tutti noi completiamo buchi, voragini, di ciò che è stato. O perché non lo ricordiamo bene o perché lo vogliamo ricordare come pare a noi… Però credo che nello scrivere, l’invenzione, la fantasia, l’immaginazione, sopperiscano a questo. L’invenzione non è il contrario della realtà: è il suo completamento. D’altronde la memoria è continuamente integrata dalla fantasia, non solo in letteratura. Per dare senso alle storie occorre completarle con elementi di cui però non siamo poi sicuri se appartengano all’immaginazione o alla nostra memoria». In conclusione chiediamo ad Albinati, da oltre vent’anni insegnante nel penitenziario di Rebibbia, se qualcosa sia cambiato nella "fabbrica della pena", dall’esperienza narrata nel diario “Maggio selvaggio” edito nel 1999. «Il problema del carcere non si riesce nemmeno a cominciare ad affrontarlo – risponde lo scrittore. Ho quasi vent’anni di più di lavoro e di progressiva perdita di speranza sull’idea che del carcere si possa fare qualcosa di più utile di quello che è, un sistema malgrado tutto afflittivo, ed è inutile ripetere il mantra della rieducazione. Per ora, a parte la scuola, gli aspetti di riscatto, riabilitazione e reinserimento non ci sono».
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