Storie di donne alla ricerca di vita e libertà
di Antonietta Mazzette
Esce “Come figlie, anzi” di Giacomo Mameli In Italia per trovare dignità e uno stipendio
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Dopo il libro “Le ragazze sono partite” (CUEC 2015), Giacomo Mameli riprende nelle pagine di “Come figlie, anzi” (CUEC 2017, Postfazione di Sabrina Perra) il filo del racconto di tante donne che partono alla ricerca di una vita migliore. Ma queste non vanno via dalla Sardegna di Perdasdefogu o Nughedu, bensì, da paesi dell’Ucraina, Romania, Eritrea, Filippine, Senegal, Brasile, Moldavia, etc. Dodici storie di vita, tutte diverse e tutte uguali per il bisogno di libertà, cultura e resistenza alle difficoltà. Il bisogno di libertà è libertà di lavorare e di essere riconosciute per quel che sanno fare. Ciò segna la loro identità sociale, le rende indipendenti economicamente, consente loro di aiutare la famiglia, quella di provenienza e quella che hanno dovuto o voluto costruire e che può essere più d’una. Dai racconti di Mameli emerge un’etica del lavoro che spazza via le tante effimere teorie che hanno attraversato gli ultimi decenni del secolo scorso sulla cosiddetta fine del lavoro e che oggi esprimono tutta la loro inconsistenza.
MIGLIORARE LA VITA. Il bisogno di cultura, sotto qualunque forma si presenti, è consapevolezza che conoscere significa migliorare le proprie condizioni di vita. Questa è una caratteristica che accomuna tutte le donne raccontate da Mameli. Le poesie di Lavinia Ninou, Mihaela Dana Chioariu Toparcea, Hamid Barole Abdu, Léopold Sédar Senghor, tradotte per i lettori italiani, a cui le protagoniste si riferiscono quando ricordano pezzi della loro vita, e che vengono riportati nel libro, rappresentano le loro radici, alle quali si aggiunge l’humus culturale nuovo nel quale si ritrovano immerse. Si pensi a Raluca che viene dalla Transilvania e ora vive a Fonni, dopo un viaggio romantico a Gradara con il suo partner italiano, avverte il bisogno di leggere la Divina Commedia: «il giorno dopo, era domenica, a Rimini vado in una libreria per comprare La Divina Commedia di Dante, ne aveva parlato la guida turistica, volevo leggere la storia, e avevo comprato i libri sulla storia del castello, leggo più volte il quinto Canto dell’Inferno, e così anche il mio italiano migliora. La gita non la dimenticherò mai».
TANTA CURIOSITÀ. Rispetto a “Le ragazze sono partite”, le donne di “Come figlie”, anzi hanno frequentato il liceo e l’università, conoscono le lingue e accedono a Internet, ma, al pari delle prime, hanno curiosità e passione del conoscere. Sono cambiate le condizioni sociali più generali, certo, così come sono cambiate le condizioni individuali di partenza: le prime vedono un telefono per la prima volta nella casa dove vanno a lavorare come domestiche, così come qui dormono per la prima volta su un vero letto e non su un giaciglio di fortuna; le seconde hanno competenze tecniche acquisite a scuola, a differenza delle italiane sanno aggiustare una presa elettrica e, al pari di tante altre donne di qualunque parte del mondo, usano il computer e si collegano con i loro famigliari su Skype. Cambiano le condizioni individuali di vita, cambia la struttura stessa della società, ma non cambia il bisogno di riscatto rispetto allo stato in cui vivevano nella vita precedente. Così come non cambiano le forme di violenza che le donne continuano a subire. Questa sì immutata nel tempo e sulla quale Mameli fa luce con delicatezza, per rispetto delle vittime non certo degli aguzzini.
I TRATTI IN COMUNE. Che cosa hanno in comune queste donne? Le prime hanno lasciato la Sardegna e preso il primo stipendio come domestiche, le seconde hanno abbandonato il loro Paese per fare le badanti, almeno finché non trovano un lavoro forse migliore. Insomma, le donne sarde degli anni ‘50/60 hanno trovato la loro prima libertà grazie al loro prendersi cura di famiglie della media borghesia romana, torinese, milanese e così via; le donne straniere del XXI secolo hanno acquistato la loro indipendenza per le stesse ragioni, occupandosi di quel che è rimasto di famiglie simili a quelle di cinquant’anni fa: vecchi e malati. E se per le prime essere domestica poteva durare fino alla vecchiaia, tranne per qualcuna che è riuscita a cambiare lavoro e status; per le donne di oggi, essere badanti presso la stessa famiglia ha durata breve quanto può esserla quella di un vecchio malato.
L’UNICA SARDA. Ho scritto prima che il libro Come figlie, anzi contiene 12 storie di donne straniere. In realtà una di queste è di Nuoro e si chiama Gonaria, con mamma di Sarule e padre di Bitti. Mameli racconta la sua storia di badante e di come fosse grata alla vita. Gonaria, laureata in lingue e letteratura straniere e che, pur di restare in Sardegna, accetta qualunque lavoro, dalle pulizie della scale a cameriera stagionale. E quando le offrono il lavoro di badante accetta con entusiasmo perché passa da 220 euro alla settimana a ben 1400 euro al mese, vitto e alloggio compreso. Ragazza straordinaria , figura emblematica di tante altre Gonarie che fanno di tutto, purché sia onesto, per rimanere nella loro terra che non vorrebbero lasciare. Terra nera e dolce, simile a quella degli altri Paesi da cui provengono le straniere di oggi. Alcune continuano a rimanere in Sardegna, laureate che si adattano a fare i lavori più vari, altre invece vanno via e chissà se hanno avuto la stessa fortuna di Gonaria, apprezzata dagli anziani coniugi che l’avevano assunta a Sassari come badante e richiamata dagli stessi a Londra, non più per prendersi cura di loro, ma per fare il lavoro per il quale aveva studiato con tanto entusiasmo. Ma Gonaria è una straniera nella sua terra. Almeno per ora.
MIGLIORARE LA VITA. Il bisogno di cultura, sotto qualunque forma si presenti, è consapevolezza che conoscere significa migliorare le proprie condizioni di vita. Questa è una caratteristica che accomuna tutte le donne raccontate da Mameli. Le poesie di Lavinia Ninou, Mihaela Dana Chioariu Toparcea, Hamid Barole Abdu, Léopold Sédar Senghor, tradotte per i lettori italiani, a cui le protagoniste si riferiscono quando ricordano pezzi della loro vita, e che vengono riportati nel libro, rappresentano le loro radici, alle quali si aggiunge l’humus culturale nuovo nel quale si ritrovano immerse. Si pensi a Raluca che viene dalla Transilvania e ora vive a Fonni, dopo un viaggio romantico a Gradara con il suo partner italiano, avverte il bisogno di leggere la Divina Commedia: «il giorno dopo, era domenica, a Rimini vado in una libreria per comprare La Divina Commedia di Dante, ne aveva parlato la guida turistica, volevo leggere la storia, e avevo comprato i libri sulla storia del castello, leggo più volte il quinto Canto dell’Inferno, e così anche il mio italiano migliora. La gita non la dimenticherò mai».
TANTA CURIOSITÀ. Rispetto a “Le ragazze sono partite”, le donne di “Come figlie”, anzi hanno frequentato il liceo e l’università, conoscono le lingue e accedono a Internet, ma, al pari delle prime, hanno curiosità e passione del conoscere. Sono cambiate le condizioni sociali più generali, certo, così come sono cambiate le condizioni individuali di partenza: le prime vedono un telefono per la prima volta nella casa dove vanno a lavorare come domestiche, così come qui dormono per la prima volta su un vero letto e non su un giaciglio di fortuna; le seconde hanno competenze tecniche acquisite a scuola, a differenza delle italiane sanno aggiustare una presa elettrica e, al pari di tante altre donne di qualunque parte del mondo, usano il computer e si collegano con i loro famigliari su Skype. Cambiano le condizioni individuali di vita, cambia la struttura stessa della società, ma non cambia il bisogno di riscatto rispetto allo stato in cui vivevano nella vita precedente. Così come non cambiano le forme di violenza che le donne continuano a subire. Questa sì immutata nel tempo e sulla quale Mameli fa luce con delicatezza, per rispetto delle vittime non certo degli aguzzini.
I TRATTI IN COMUNE. Che cosa hanno in comune queste donne? Le prime hanno lasciato la Sardegna e preso il primo stipendio come domestiche, le seconde hanno abbandonato il loro Paese per fare le badanti, almeno finché non trovano un lavoro forse migliore. Insomma, le donne sarde degli anni ‘50/60 hanno trovato la loro prima libertà grazie al loro prendersi cura di famiglie della media borghesia romana, torinese, milanese e così via; le donne straniere del XXI secolo hanno acquistato la loro indipendenza per le stesse ragioni, occupandosi di quel che è rimasto di famiglie simili a quelle di cinquant’anni fa: vecchi e malati. E se per le prime essere domestica poteva durare fino alla vecchiaia, tranne per qualcuna che è riuscita a cambiare lavoro e status; per le donne di oggi, essere badanti presso la stessa famiglia ha durata breve quanto può esserla quella di un vecchio malato.
L’UNICA SARDA. Ho scritto prima che il libro Come figlie, anzi contiene 12 storie di donne straniere. In realtà una di queste è di Nuoro e si chiama Gonaria, con mamma di Sarule e padre di Bitti. Mameli racconta la sua storia di badante e di come fosse grata alla vita. Gonaria, laureata in lingue e letteratura straniere e che, pur di restare in Sardegna, accetta qualunque lavoro, dalle pulizie della scale a cameriera stagionale. E quando le offrono il lavoro di badante accetta con entusiasmo perché passa da 220 euro alla settimana a ben 1400 euro al mese, vitto e alloggio compreso. Ragazza straordinaria , figura emblematica di tante altre Gonarie che fanno di tutto, purché sia onesto, per rimanere nella loro terra che non vorrebbero lasciare. Terra nera e dolce, simile a quella degli altri Paesi da cui provengono le straniere di oggi. Alcune continuano a rimanere in Sardegna, laureate che si adattano a fare i lavori più vari, altre invece vanno via e chissà se hanno avuto la stessa fortuna di Gonaria, apprezzata dagli anziani coniugi che l’avevano assunta a Sassari come badante e richiamata dagli stessi a Londra, non più per prendersi cura di loro, ma per fare il lavoro per il quale aveva studiato con tanto entusiasmo. Ma Gonaria è una straniera nella sua terra. Almeno per ora.
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