La Nuova Sardegna

Il Lucrezio ritrovato che cambiò le menti  

di Valentina Prosperi
Il Lucrezio ritrovato che cambiò le menti  

Seicento anni fa gli umanisti scoprivano il “De rerum natura”

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«Cerca di farmi riavere Lucrezio, se possibile, non ho ancora potuto leggerlo per intero». E ancora: «Voglio leggere Lucrezio, ma ne vengo privato: te lo vuoi tenere altri dieci anni?», così scriveva l’umanista toscano Poggio Bracciolini all’amico Niccolò Niccoli nel 1430 pregandolo di restituirgli il manoscritto del “De rerum natura”, che gli aveva inviato da copiare molti anni prima. Niccoli opponeva alla richiesta sorda resistenza e non sappiamo se restituì mai all’amico quel codice che Poggio aveva recuperato nel 1417.

Ricorre infatti quest’anno il secentenario di una delle scoperte più importanti dell’età umanistica, destinata a cambiare il corso del pensiero, della poesia e della scienza moderni: quella a cui dobbiamo addirittura l’avvento del Rinascimento, secondo lo studioso americano Stephen Greenblatt. Come fra’ Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa, nei primi anni del Quattrocento figure avventurose e spregiudicate di umanisti battevano i monasteri europei a caccia di manoscritti che conservassero le opere degli antichi perdute o dimenticate. Il solo Poggio, trovandosi nel biennio 1415-17 al Concilio di Costanza, riportò alla luce opere di Cicerone, Manilio, Vitruvio, Valerio Flacco. Ma la sua scoperta più famosa e sensazionale fu nel gennaio 1417, quando nel monastero di San Gallo trovò una copia superstite del De rerum natura.

Riemergeva così alla luce dell’Umanesimo Lucrezio: risorgeva dopo lunghi secoli, non ignoto né dimenticato; piuttosto ammantato di una fama ambigua. Accanto ai giudizi ammirati di Virgilio e di Ovidio, portava con sé la leggenda nera di una morte suicida, dovuta a follia amorosa: lo stesso suo poema sarebbe stato scritto “negli intervalli della pazzia”, come tramandava San Girolamo. Soprattutto, portava con sé la diffidenza e il silenzio ostile dei lettori cristiani antichi, inorriditi di fronte alla potenza profetica di un poema volto a convertire i “miseri mortali” alla filosofia di Epicuro. Non l’epicureismo vulgato dei bassi piaceri materiali, bensì la dura consolazione di sapere che siamo organismi mortali fatti di atomi, che non ci aspetta alcuna vita dopo la morte del corpo e che nessun dio si cura di noi e delle nostre miserie. L’eroe del poema lucreziano è Epicuro, che ci ha liberato dalle catene della religione, dalla paura della morte e di un inferno che non esiste, se non su questa terra, e al quale ci condanniamo da soli per seguire le nostre dissennate passioni.

Il Quattrocento italiano accolse Lucrezio con entusiasmo e ammirazione immediati; ma i pericoli insiti in un testo bollato come “ateo” furono subito evidenti anche ai nuovi lettori: la sorda resistenza di Niccoli a restituire il libro a Poggio si spiega non solo come smania di possesso del bibliofilo, ma anche con il timore di divulgare una lettura carica di insidie per i buoni cristiani.

La soluzione adottata dai letterati e poeti italiani per poter leggere liberamente il poema fu allora quella di adottare nei confronti di Lucrezio un’autocensura preventiva: ad ogni lode (per la poesia) doveva seguire una condanna (per le dottrine). Erano ammesse le imitazioni poetiche, che infatti furono innumerevoli, purché ne fossero espunti o modificati i passi più controversi e la possibilità di una traduzione in italiano fu sempre tacitamente avversata. L’adozione ferrea di questo doppio codice permise all’ “ateo” Lucrezio di circolare quasi indisturbato anche nell’età della Controriforma, quando inquisitori inflessibili come Michele Ghislieri, futuro papa Pio V, e pontefici colti come Marcello Cervini protessero il De rerum natura dalla condanna all’Indice dei libri proibiti. L’abitudine al registro espressivo della dissimulazione ha proiettato per lungo tempo l’immagine deformata di una “sfortuna” di Lucrezio in età moderna: ma è un luogo comune che soprattutto negli ultimi anni è stato definitivamente sfatato negli studi. Sono stati lettori appassionati di Lucrezio Machiavelli e Galileo, Torquato Tasso e Giovanbattista Marino, per non dire qui che i maggiori.

All’impatto del De rerum natura nell’antichità e nell’età moderna è dedicato il convegno organizzato dal 15 al 17 giugno dall’Università di Sassari, col sostegno della Fondazione di Sardegna. Vi prenderanno parte alcuni dei maggiori studiosi internazionali di Lucrezio e le relazioni che si susseguiranno dal 15 al 17 giugno nelle aule del complesso Santa Chiara saranno l’occasione per celebrare ancora una volta la potenza di una poesia, come dice Tasso, capace di avvolgere “in molli versi” i “succhi amari” della filosofia epicurea e di restituire la salute spirituale anche ai lettori più riottosi.



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