«La magia dell’Asinara ha stregato il mondo»
di Fabio Canessa
Il giorno dopo la vittoria al “Golden Globe” Gianfranco Cabiddu racconta il percorso del suo film “La stoffa dei sogni”
4 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Il premio principale, quello di miglior film. Convincendo i votanti, i giornalisti dell'Associazione stampa estera in Italia, più di altri lungometraggi importanti (e maggiormente pubblicizzati) dell'ultima stagione cinematografica come “La pazza gioia” di Paolo Virzì, “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, “Fai bei sogni” di Marco Bellocchio, “La tenerezza” di Gianni Amelio. Il giorno dopo la vittoria del Globo d'oro con “La stoffa dei sogni”, Gianfranco Cabiddu è felicemente costretto a un'intervista dietro l'altra. Fatiche che non si sentono con la soddisfazione di un riconoscimento così prestigioso e arrivato un po' a sorpresa. «Già essere nella cinquina dei finalisti – racconta il regista sardo – era un bel regalo. Una vittoria, considerando anche la compagnia di film importanti».
A stravolgere il pronostico della vigilia il giudizio della stampa estera che certifica, una volta di più, il carattere internazionale del film girato interamente all'Asinara. «È quello che sono riuscito a riscontrare anche personalmente – sottolinea Cabiddu – sia nella tournée negli Stati sia in Europa, in particolare in Germania dove abbiamo girato molte città diverse. All'estero rimangono colpiti per il tipo di ambientazione e di storia che sicuramente utilizzando Shakespeare e Eduardo diventa affettuosamente più internazionale perché in fondo tratta temi di carattere universale». La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e Salvatore De Mola, è infatti ispirata a “L’arte della commedia” di De Filippo e alla sua traduzione della “Tempesta” del Bardo. Molto liberamente, perché il film pur omaggiando modelli così alti e cari a Cabiddu si distingue per la sua originalità grazie alla quale sta conquistando consensi all'estero: «La prossima settimana – anticipa il regista – sarò in Inghilterra per alcune proiezioni a Londra, mentre il film inizierà a breve un giro anche in Nuova Zelanda e spero di riuscire ad andare quando sarà ad Auckland. La possibilità che raggiunga più persone possibili, in Paesi anche così lontani, mi riempie di orgoglio. Non solo perché esportiamo un prodotto italiano, ma per l'ambientazione in Sardegna».
L'Asinara, coprotagonista di una storia che sta dando tante soddisfazioni al suo autore. «Molti spettatori non italiani – evidenzia Cabiddu – rimangono colpiti proprio dall'idea del rapporto con la natura incarnato dal personaggio che in Shakespeare è Calibano e nel nostro caso un pastore sardo. Inoltre, mi sono accorto come il pubblico straniero rimanga affascinato dalla magia di un artigianato tutto italiano, magari fatto con due chiodi e due tavole ma capace di restituire l'essenza del teatro. Si riconosce una sapienza, un'artigianalità che riporta, me lo facevano notare soprattutto negli Stati Uniti, alla memoria più trasparente del grande cinema italiano». Un aspetto che esalta anche il carattere collettivo di un film realizzato in una location meravigliosa, ma certo non facile. «È stato fatto un grande lavoro di gruppo – precisa il regista – e tutti meritano di essere ricordati. A iniziare dalla produzione (la Paco cinematografica) che ha avuto il coraggio di farci andare nell'isola, accettando una sfida estrema. Che si è rivelata però vincente, perché vivere là staccati dal resto del mondo, tra la bellezza e i disagi dell'Asinara, ha contribuito a creare l'amalgama giusta che ha portato tutti a rendere al meglio».
L'isola come ambientazione-personaggio che determina durante le riprese reazioni particolare, il modo stesso di muoversi degli attori. Ma non soltanto. L'Asinara a monte di un progetto sognato a lungo da Cabiddu. «La suggestione nasce dall'idea che l'Asinara potesse essere l'isola immaginata da Shakespeare per “La tempesta”. Un'isola colonizzata, per farci un carcere di massima sicurezza, così come Prospero prende possesso dell'isola di cui scrive Shakespeare. E proprio attraverso le sue parole, al teatro, che alla fine del film il pastore sardo si rende conto della sua condizione: l'isola è la mia, ero un selvaggio ma re. Ora sono uno schiavo e tutto quello che ho imparato è una lingua estranea a quella in armonia con la mia isola». Parole che in qualche modo risuonano anche oggi e aprono il discorso a una visione della Sardegna che per progettare il suo futuro, secondo Gianfranco Cabiddu, potrebbe partire proprio dall'Asinara: «Un banco di prova importante per disegnare una nuova idea di Sardegna, qualcosa che va progettato con senso di responsabilità e chiama tutta la regione a una profonda riflessione».
A stravolgere il pronostico della vigilia il giudizio della stampa estera che certifica, una volta di più, il carattere internazionale del film girato interamente all'Asinara. «È quello che sono riuscito a riscontrare anche personalmente – sottolinea Cabiddu – sia nella tournée negli Stati sia in Europa, in particolare in Germania dove abbiamo girato molte città diverse. All'estero rimangono colpiti per il tipo di ambientazione e di storia che sicuramente utilizzando Shakespeare e Eduardo diventa affettuosamente più internazionale perché in fondo tratta temi di carattere universale». La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e Salvatore De Mola, è infatti ispirata a “L’arte della commedia” di De Filippo e alla sua traduzione della “Tempesta” del Bardo. Molto liberamente, perché il film pur omaggiando modelli così alti e cari a Cabiddu si distingue per la sua originalità grazie alla quale sta conquistando consensi all'estero: «La prossima settimana – anticipa il regista – sarò in Inghilterra per alcune proiezioni a Londra, mentre il film inizierà a breve un giro anche in Nuova Zelanda e spero di riuscire ad andare quando sarà ad Auckland. La possibilità che raggiunga più persone possibili, in Paesi anche così lontani, mi riempie di orgoglio. Non solo perché esportiamo un prodotto italiano, ma per l'ambientazione in Sardegna».
L'Asinara, coprotagonista di una storia che sta dando tante soddisfazioni al suo autore. «Molti spettatori non italiani – evidenzia Cabiddu – rimangono colpiti proprio dall'idea del rapporto con la natura incarnato dal personaggio che in Shakespeare è Calibano e nel nostro caso un pastore sardo. Inoltre, mi sono accorto come il pubblico straniero rimanga affascinato dalla magia di un artigianato tutto italiano, magari fatto con due chiodi e due tavole ma capace di restituire l'essenza del teatro. Si riconosce una sapienza, un'artigianalità che riporta, me lo facevano notare soprattutto negli Stati Uniti, alla memoria più trasparente del grande cinema italiano». Un aspetto che esalta anche il carattere collettivo di un film realizzato in una location meravigliosa, ma certo non facile. «È stato fatto un grande lavoro di gruppo – precisa il regista – e tutti meritano di essere ricordati. A iniziare dalla produzione (la Paco cinematografica) che ha avuto il coraggio di farci andare nell'isola, accettando una sfida estrema. Che si è rivelata però vincente, perché vivere là staccati dal resto del mondo, tra la bellezza e i disagi dell'Asinara, ha contribuito a creare l'amalgama giusta che ha portato tutti a rendere al meglio».
L'isola come ambientazione-personaggio che determina durante le riprese reazioni particolare, il modo stesso di muoversi degli attori. Ma non soltanto. L'Asinara a monte di un progetto sognato a lungo da Cabiddu. «La suggestione nasce dall'idea che l'Asinara potesse essere l'isola immaginata da Shakespeare per “La tempesta”. Un'isola colonizzata, per farci un carcere di massima sicurezza, così come Prospero prende possesso dell'isola di cui scrive Shakespeare. E proprio attraverso le sue parole, al teatro, che alla fine del film il pastore sardo si rende conto della sua condizione: l'isola è la mia, ero un selvaggio ma re. Ora sono uno schiavo e tutto quello che ho imparato è una lingua estranea a quella in armonia con la mia isola». Parole che in qualche modo risuonano anche oggi e aprono il discorso a una visione della Sardegna che per progettare il suo futuro, secondo Gianfranco Cabiddu, potrebbe partire proprio dall'Asinara: «Un banco di prova importante per disegnare una nuova idea di Sardegna, qualcosa che va progettato con senso di responsabilità e chiama tutta la regione a una profonda riflessione».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
