Dolore e piacere Il paradosso di ogni esistenza
di Costantino Cossu
«Accendere il sigaro, quando ci si è sistemati comodamente, diventa subito molto di più che l’inizio di una bella, rotonda, fumata. L’accensione è, infatti, il primo atto d’un rito da scandire con...
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«Accendere il sigaro, quando ci si è sistemati comodamente, diventa subito molto di più che l’inizio di una bella, rotonda, fumata. L’accensione è, infatti, il primo atto d’un rito da scandire con fedele ripetitività ogni notte e, insieme, un’ostensione del piacere olfattivo e gustativo, seme necessario per un’immaginazione che sia gravida, oltranza di superstiziosa razionalità, di scaramantica riappropriazione, ogni volta diversa, del proprio destino di uomo solo. Già: la musica dell’uomo solo, felicemente solo, anche nel dolore. Come Montaigne, però, quest’uomo solo non fa mai niente senza gioia, anche quando vagheggia. Ne è venuto fuori, dal 18 novembre 2015 al 17 dello stesso mese del 2016, il diario esatto d’un anno: quello d’un fumatore di Toscani che ama la sua principessa nuragica, soffre troppo l’assenza d’una figlia amatissima che vive lontano da lui: e che però non intende sperperare neanche un istante della sua vita». La “principessa” è la donna amata, contro la quale si scatena l’ira di un altro personaggio femminile del libro, l’immaginaria Petra, «bieca arpia».
Così Massimo Onofri spiega il suo testo. La nuvoletta di fumo che promana da un Antico Toscano copre e insieme svela il gioco di sempre: l’intrecciarsi di dolore e gioia in un equilibrio che ognuno governa come può. Il filo lieve e sottile del Toscano si leva dal paradosso indicato da Primo Levi in “Se questo è un uomo”: «Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche un’infelicità perfetta». Persino nel Lager era così. E così è nei lager minori delle nostre esistenze.
E allora il personaggio del diario di Onofri è «un fumatore che cerca di mangiare e bere bene, in ristoranti dove resista una qualche fraterna agape: perché il bere e il mangiare sono la prima e forse la più importante declinazione della socialità. Un fumatore che forse ha letto troppi libri: ma che sa che la letteratura non è niente se non ha a che fare con l’arte del vivere. Che scopre un quadro, magari minore, ma di sorprendente bellezza: e ce lo racconta. Che recupera una sonata da chissà quale recesso della memoria: e la solfeggia dentro di sé».Vere, allora, le parole di Montaigne: «Chi sradicasse la cognizione del dolore estirperebbe la conoscenza del piacere e in fin dei conti annienterebbe l’uomo».
Così Massimo Onofri spiega il suo testo. La nuvoletta di fumo che promana da un Antico Toscano copre e insieme svela il gioco di sempre: l’intrecciarsi di dolore e gioia in un equilibrio che ognuno governa come può. Il filo lieve e sottile del Toscano si leva dal paradosso indicato da Primo Levi in “Se questo è un uomo”: «Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche un’infelicità perfetta». Persino nel Lager era così. E così è nei lager minori delle nostre esistenze.
E allora il personaggio del diario di Onofri è «un fumatore che cerca di mangiare e bere bene, in ristoranti dove resista una qualche fraterna agape: perché il bere e il mangiare sono la prima e forse la più importante declinazione della socialità. Un fumatore che forse ha letto troppi libri: ma che sa che la letteratura non è niente se non ha a che fare con l’arte del vivere. Che scopre un quadro, magari minore, ma di sorprendente bellezza: e ce lo racconta. Che recupera una sonata da chissà quale recesso della memoria: e la solfeggia dentro di sé».Vere, allora, le parole di Montaigne: «Chi sradicasse la cognizione del dolore estirperebbe la conoscenza del piacere e in fin dei conti annienterebbe l’uomo».
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