Europa del prossimo futuro Un continente “sbagliato”
di Giuseppe Mussi
Il romanzo distopico “La barriera”, firmato da Vins Gallico e da Fabio Lucaferri Un deserto disseminato di macerie in cui soltanto la Germania è rimasta in piedi
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Se esiste un genere letterario pericoloso, perché scivolosissimo (e ancor più nel nostro presente), di fronte al quale ogni autore dovrebbe riflettere meticolosamente prima di provare a praticarlo, questo è senz’altro il genere distopico. E non certo per la gravosa ombra novecentesca dei capolavori di Zamjatin, Huxley, Orwell, fino a Golding, Bradbury e Burgess (solo per citarne alcuni), quanto per l’intrinseca estremizzazione sociale e politica che la distopia stessa richiede come elemento fondante: operazione ad alto rischio. La caduta nel vago apocalittico, la stigmatizzazione ideologica, la banalità della ripetizione del modello novecentesco, il procurato allarme come attrazione sono strade che possono essere facilmente imbeccate, senza più possibilità di fuga. Ora: morte le ideologie, in un momento di smarrimento globale in cui domina quella tecnologia che i padri della distopia temevano di più, com’è possibile scrivere una storia credibile? Con quale necessità? Ed è possibile immaginare qualcosa peggiore di molte realtà che compaiono quotidianamente davanti ai nostri occhi?
Non si può affrontare un libro come “La barriera” (Fandango, pp. 289, 18 euro) di Vins Gallico e Fabio Lucaferri senza porsi queste domande. Gli autori ci raccontano l’Europa del 2029: ovunque regna il caos, il mare ha ingoiato intere zone costiere, non c’è più un posto in cui sentirsi sicuri. Solo la Germania è rimasta in piedi e si è messa in sicurezza con la costruzione di una gigantesca barriera che ne impedisce l’accesso. Tutti i cittadini sono costantemente controllati e portano un codice a barre sul polso, oltre a un paio di occhiali supertecnologici. L’esplorazione – e la scoperta per il lettore – di questo nuovo mondo passa per il lungo viaggio di Milo, un uomo calabrese che cerca di raggiungere il suo amico Nils in Germania, forse ancora in grado di aiutarlo e metterlo al sicuro. Ma neanche Nils, che si nasconde sotto un’altra identità, con la sua anarchica attività di hacker può stare sereno. E proprio l’amico, appena incontrato Milo a cui offre un temporaneo nascondiglio, scomparirà per mano della polizia.
La stessa fine che farà la sorella Franziska. Milo cercherà di scoprire cos’è successo con l’aiuto di Flora, una ragazza italiana, compagna di Franziska, mentre sembra che qualcosa di grosso stia per succedere. Non c’è molto di più nel libro di Gallico e Lucaferri, gestito male anche nelle scelte narrative: il “coro”, che racconta (raramente) gli eventi esterni, e le pagine alternate di Milo e Flora. Non ci sono idee se non il vago sentore di un’apocalittica condizione che è insieme socio-politica e ambientale, non c’è alcuna cura per i particolari: lo stesso armamentario tecnologico del controllo governativo è povero e privo di immaginazione (è tutto già realtà da diversi anni). Si capisce – ma più dalla dedica e dai ringraziamenti – che il romanzo vorrebbe essere un manifesto contro i muri, contro le barriere, eppure anche l’intenzione è tristemente fallimentare. Della complessità del problema migratorio non una parola, mentre c’è spazio addirittura per rivendicare con una nota al testo il nobile retaggio del buddismo di Flora.
Non si può affrontare un libro come “La barriera” (Fandango, pp. 289, 18 euro) di Vins Gallico e Fabio Lucaferri senza porsi queste domande. Gli autori ci raccontano l’Europa del 2029: ovunque regna il caos, il mare ha ingoiato intere zone costiere, non c’è più un posto in cui sentirsi sicuri. Solo la Germania è rimasta in piedi e si è messa in sicurezza con la costruzione di una gigantesca barriera che ne impedisce l’accesso. Tutti i cittadini sono costantemente controllati e portano un codice a barre sul polso, oltre a un paio di occhiali supertecnologici. L’esplorazione – e la scoperta per il lettore – di questo nuovo mondo passa per il lungo viaggio di Milo, un uomo calabrese che cerca di raggiungere il suo amico Nils in Germania, forse ancora in grado di aiutarlo e metterlo al sicuro. Ma neanche Nils, che si nasconde sotto un’altra identità, con la sua anarchica attività di hacker può stare sereno. E proprio l’amico, appena incontrato Milo a cui offre un temporaneo nascondiglio, scomparirà per mano della polizia.
La stessa fine che farà la sorella Franziska. Milo cercherà di scoprire cos’è successo con l’aiuto di Flora, una ragazza italiana, compagna di Franziska, mentre sembra che qualcosa di grosso stia per succedere. Non c’è molto di più nel libro di Gallico e Lucaferri, gestito male anche nelle scelte narrative: il “coro”, che racconta (raramente) gli eventi esterni, e le pagine alternate di Milo e Flora. Non ci sono idee se non il vago sentore di un’apocalittica condizione che è insieme socio-politica e ambientale, non c’è alcuna cura per i particolari: lo stesso armamentario tecnologico del controllo governativo è povero e privo di immaginazione (è tutto già realtà da diversi anni). Si capisce – ma più dalla dedica e dai ringraziamenti – che il romanzo vorrebbe essere un manifesto contro i muri, contro le barriere, eppure anche l’intenzione è tristemente fallimentare. Della complessità del problema migratorio non una parola, mentre c’è spazio addirittura per rivendicare con una nota al testo il nobile retaggio del buddismo di Flora.
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