È morto John G. Avildsen, il regista di Stallone in “Rocky”
ROMA. Per capire cosa c'è dietro un successo planetario quanto inatteso come quello del primo “Rocky” del 1974 bisogna risalire alla personalità e alla storia dell'uomo che ha creato quel successo....
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ROMA. Per capire cosa c'è dietro un successo planetario quanto inatteso come quello del primo “Rocky” del 1974 bisogna risalire alla personalità e alla storia dell'uomo che ha creato quel successo. È questo il filo rosso che attraversa tutta la vita artistica di John G. Avildsen, montatore e regista amato dagli Studios, ma tanto personale e irregolare da avere rifiutato nella sua carriera anche offerte clamorose come quella di “La febbre del sabato sera” o “Serpico”.
Il veterano di Hollywood, nato nell'Illinois il 21 dicembre 1935 e scomparso ieri a 81 anni, si era da tempo ritirato dalle scene, tanto che il suo ultimo lavoro “Fino all'inferno” è del 1999.
Nel 1974 “Rocky” fu un autentico trionfo mondiale coronato da tre Oscar (compreso quello per la regia) e che segnerà l'immaginario hollywoodiano di pari passo con il film quasi gemello “Rambo”. Il trionfo di “Rocky” è quello del suo autore ma ne è anche la maledizione: ancora oggi per commemorare John G. Avildsen tutti fanno riferimento a quel film dimenticando opere perfino più personali come i successivi “Un uomo da buttare” o “Ballando lo slow nella grande città”.
In comune tutti questi lavori hanno il segno di una regia molto poco americana che va però di pari passo con un montaggio perfetto quanto tradizionale nello stile di generi come il western e il cinema di guerra. Il protagonista-simbolo “Rocky” (pugile fallito che cerca il riscatto all'ultimo, impossibile combattimento) è un perdente nato, uno scarto della società che trova il riscatto nella sua voglia di vincere comunque, di gridare a voce alta il suo diritto ad essere considerato persona ancor prima che campione.
Il veterano di Hollywood, nato nell'Illinois il 21 dicembre 1935 e scomparso ieri a 81 anni, si era da tempo ritirato dalle scene, tanto che il suo ultimo lavoro “Fino all'inferno” è del 1999.
Nel 1974 “Rocky” fu un autentico trionfo mondiale coronato da tre Oscar (compreso quello per la regia) e che segnerà l'immaginario hollywoodiano di pari passo con il film quasi gemello “Rambo”. Il trionfo di “Rocky” è quello del suo autore ma ne è anche la maledizione: ancora oggi per commemorare John G. Avildsen tutti fanno riferimento a quel film dimenticando opere perfino più personali come i successivi “Un uomo da buttare” o “Ballando lo slow nella grande città”.
In comune tutti questi lavori hanno il segno di una regia molto poco americana che va però di pari passo con un montaggio perfetto quanto tradizionale nello stile di generi come il western e il cinema di guerra. Il protagonista-simbolo “Rocky” (pugile fallito che cerca il riscatto all'ultimo, impossibile combattimento) è un perdente nato, uno scarto della società che trova il riscatto nella sua voglia di vincere comunque, di gridare a voce alta il suo diritto ad essere considerato persona ancor prima che campione.
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