«L’informazione nell’era delle fake news»
di Grazia Brundu
Media tradizionali e social: ne parla Luigi Manca, docente di Communication Arts alla Benedectine University
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Il primo a coniarlo, negli anni Ottanta, fu il biologo Eugene Stoermer. Poi il termine fu ripreso in un libro del 2005 dal Nobel per la chimica Paul Crutzen e da allora “Antropocene” è diventato sinonimo di un’epoca, la nostra, caratterizzata da un impatto potenzialmente letale dell’uomo sulla Terra. Se ne è discusso nei giorni scorsi all’Università di Sassari. Le connessioni fra tutela dell’ambiente, giustizia sociale e ruolo dei media sono state analizzate durante una conferenza organizzata da 1HOPE Research Interest Group (in italiano la sigla sta per “una sola umanità, un impegno condiviso per il pianeta”), in collaborazione con la Benedictine University (Illinois). Tra i relatori, il professor Luigi Manca – sassarese di origine, dal 1991 docente di Communication Arts alla Benedictine – ha analizzato il ruolo della comunicazione, e la sua manipolazione, per capire i cambiamenti in atto.
Quando è nato il gruppo 1HOPE e che finalità si propone?
«Il gruppo di ricerca è nato l’anno scorso, e sempre nel 2016 abbiamo tenuto una prima conferenza alla Benedictine University, che si è conclusa con la pubblicazione del libro “Interdisciplinary Essays on Environment and Culture” (Lexington Books). 1HOPE mette insieme studiosi di vari campi del sapere e vuole rimarcare il fatto che 98 scienziati su 100 ci dicono che se continuiamo ad inquinare e consumare risorse finiremo per estinguerci. Dobbiamo capire che siamo tutti sulla stessa barca: se qualcuno fa un buco affondiamo tutti».
Questa eventualità non sembra preoccupare troppo Donald Trump…
«Sì, e infatti il nostro “beneamato” presidente ha deciso che non vuole impegnarsi negli accordi sul riscaldamento globale».
Si può parlare di una contro informazione messa in atto dal presidente Usa?
«Trump e il suo entourage hanno dichiarato guerra alla scienza e ai media, attaccano qualsiasi cosa abbia a che fare con la realtà. Per loro gli scienziati sono dei cospiratori, i mass media sono corrotti e propagatori di notizie false. Il New York Times, che è forse il miglior giornale americano, il suo dovere, in questo momento, lo sta facendo, però viene attaccato. Dà notizie obiettive, ma anche se si limita ad esporre i fatti si sente dire: “voi siete la stampa liberale!” ».
Che ruolo hanno le “fake news”, le notizie false fabbricate ad arte, nel condizionare l’opinione pubblica?
«Di solito sono uno strumento della destra più conservatrice, che le usa per la sua propaganda. Trump è stato eletto anche grazie a una campagna di diffamazione contro i suoi avversari. Sulla Clinton, per esempio, nei digital media giravano fake news sul suo coinvolgimento in un traffico di schiavi umani. Poi, attraverso certe notizie diffamatorie nei confronti di determinate categorie sociali – i messicani, le donne, i neri – si incrementano le paure di un certo tipo di elettorato, che è poi quello che ha votato Trump».
Nella storia dell’umanità siamo nell’Antropocene. E in quello dell’informazione?
«Il giornalismo come l’abbiamo conosciuto appartiene al XX secolo e ha finito il suo ciclo. Adesso c’è un nuovo ciclo della creazione delle notizie, attraverso i digital media, che non è più controllato da nessuno. Come diceva Walter Lippmann, il compito del giornalismo è fornire alle persone fotografie della realtà, per permettere loro di agire. Ormai, però, siamo finiti nel sistema dell’illusione, dove ognuno si fa le notizie da sé. Prendiamo il riscaldamento globale: basta che uno vada a Chicago a dicembre, quando c’è freddo da morire, e poi magari finisce per diffondere l’idea che il global warming sia solo un’invenzione».
Il moltiplicarsi dell’informazione ha anche i suoli lati positivi?
«Sì, intanto perché le persone sono molto più partecipi e poi, attraverso Facebook e i social, ci sono più possibilità di condivisione. E poi, come conseguenza di questo cambiamento, le fonti di notizie con la migliore reputazione, come il New York Times o la Cnn, verificano ancora più di prima le notizie prima di pubblicarle».
I digital media hanno una funzione democratica nel dare voce alle minoranze?
«Questa, in effetti, è la speranza per i digital media. Per restare agli Stati Uniti, con l’affermarsi di questi nuovi mezzi di comunicazione, sono venuti alla luce tanti episodi di poliziotti bianchi che ammazzavano neri disarmati, uno addirittura mentre aveva le mani in alto, un altro mentre scappava ed è stato preso alle spalle. Prima queste notizie non venivano pubblicate, perché i media tradizionali avevano bisogno di una seconda fonte che le confermasse».
Sempre a proposito di digital media, in un saggio pubblicato nel 2016 lei parla del modello del “Gate-opener”, che in italiano si potrebbe tradurre come “apri-cancello”. Di cosa si tratta?
«È un modello di comunicazione teorizzato da Malcom S. MacLean negli anni Sessanta. In controtendenza rispetto ai mass media che si occupavano dei neri solo quando si verificavano fatti eclatanti, per poi scomparire con il ritorno alla normalità, MacLean proponeva che i giornalisti diventassero portavoce presso i bianchi della quotidianità delle persone di colore e del loro punto di vista. Il giornalismo di solito tende più alle cose eclatanti, però quelle non sono le vere fotografie della realtà, possono essere più che altro casi estremi».
Chi utilizza i digital media è di conseguenza sempre un gate-opener?
«Questa è senz’altro un’idea, una possibilità bellissima. Peccato, però, che finora gli unici cancelli siano stati quelli aperti ai “Trumpisti” con la diffusione di notizie false usate contro le minoranze».
Quando è nato il gruppo 1HOPE e che finalità si propone?
«Il gruppo di ricerca è nato l’anno scorso, e sempre nel 2016 abbiamo tenuto una prima conferenza alla Benedictine University, che si è conclusa con la pubblicazione del libro “Interdisciplinary Essays on Environment and Culture” (Lexington Books). 1HOPE mette insieme studiosi di vari campi del sapere e vuole rimarcare il fatto che 98 scienziati su 100 ci dicono che se continuiamo ad inquinare e consumare risorse finiremo per estinguerci. Dobbiamo capire che siamo tutti sulla stessa barca: se qualcuno fa un buco affondiamo tutti».
Questa eventualità non sembra preoccupare troppo Donald Trump…
«Sì, e infatti il nostro “beneamato” presidente ha deciso che non vuole impegnarsi negli accordi sul riscaldamento globale».
Si può parlare di una contro informazione messa in atto dal presidente Usa?
«Trump e il suo entourage hanno dichiarato guerra alla scienza e ai media, attaccano qualsiasi cosa abbia a che fare con la realtà. Per loro gli scienziati sono dei cospiratori, i mass media sono corrotti e propagatori di notizie false. Il New York Times, che è forse il miglior giornale americano, il suo dovere, in questo momento, lo sta facendo, però viene attaccato. Dà notizie obiettive, ma anche se si limita ad esporre i fatti si sente dire: “voi siete la stampa liberale!” ».
Che ruolo hanno le “fake news”, le notizie false fabbricate ad arte, nel condizionare l’opinione pubblica?
«Di solito sono uno strumento della destra più conservatrice, che le usa per la sua propaganda. Trump è stato eletto anche grazie a una campagna di diffamazione contro i suoi avversari. Sulla Clinton, per esempio, nei digital media giravano fake news sul suo coinvolgimento in un traffico di schiavi umani. Poi, attraverso certe notizie diffamatorie nei confronti di determinate categorie sociali – i messicani, le donne, i neri – si incrementano le paure di un certo tipo di elettorato, che è poi quello che ha votato Trump».
Nella storia dell’umanità siamo nell’Antropocene. E in quello dell’informazione?
«Il giornalismo come l’abbiamo conosciuto appartiene al XX secolo e ha finito il suo ciclo. Adesso c’è un nuovo ciclo della creazione delle notizie, attraverso i digital media, che non è più controllato da nessuno. Come diceva Walter Lippmann, il compito del giornalismo è fornire alle persone fotografie della realtà, per permettere loro di agire. Ormai, però, siamo finiti nel sistema dell’illusione, dove ognuno si fa le notizie da sé. Prendiamo il riscaldamento globale: basta che uno vada a Chicago a dicembre, quando c’è freddo da morire, e poi magari finisce per diffondere l’idea che il global warming sia solo un’invenzione».
Il moltiplicarsi dell’informazione ha anche i suoli lati positivi?
«Sì, intanto perché le persone sono molto più partecipi e poi, attraverso Facebook e i social, ci sono più possibilità di condivisione. E poi, come conseguenza di questo cambiamento, le fonti di notizie con la migliore reputazione, come il New York Times o la Cnn, verificano ancora più di prima le notizie prima di pubblicarle».
I digital media hanno una funzione democratica nel dare voce alle minoranze?
«Questa, in effetti, è la speranza per i digital media. Per restare agli Stati Uniti, con l’affermarsi di questi nuovi mezzi di comunicazione, sono venuti alla luce tanti episodi di poliziotti bianchi che ammazzavano neri disarmati, uno addirittura mentre aveva le mani in alto, un altro mentre scappava ed è stato preso alle spalle. Prima queste notizie non venivano pubblicate, perché i media tradizionali avevano bisogno di una seconda fonte che le confermasse».
Sempre a proposito di digital media, in un saggio pubblicato nel 2016 lei parla del modello del “Gate-opener”, che in italiano si potrebbe tradurre come “apri-cancello”. Di cosa si tratta?
«È un modello di comunicazione teorizzato da Malcom S. MacLean negli anni Sessanta. In controtendenza rispetto ai mass media che si occupavano dei neri solo quando si verificavano fatti eclatanti, per poi scomparire con il ritorno alla normalità, MacLean proponeva che i giornalisti diventassero portavoce presso i bianchi della quotidianità delle persone di colore e del loro punto di vista. Il giornalismo di solito tende più alle cose eclatanti, però quelle non sono le vere fotografie della realtà, possono essere più che altro casi estremi».
Chi utilizza i digital media è di conseguenza sempre un gate-opener?
«Questa è senz’altro un’idea, una possibilità bellissima. Peccato, però, che finora gli unici cancelli siano stati quelli aperti ai “Trumpisti” con la diffusione di notizie false usate contro le minoranze».
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