«I migranti, specchio delle nostre colpe»
di Fabio Canessa
Grande pubblico ad ascoltare il giornalista Domenico Quirico
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GAVOI. Domenico Quirico un anno dopo. Doveva essere l’ospite di chiusura dell’edizione 2016, ma un problema improvviso lo aveva costretto all’ultimo a saltare l’appuntamento. Dodici mesi dopo eccolo a Gavoi a inaugurate gli incontri della sera. Non a Sant’Antiocru come al solito. Piove. La minaccia dal cielo che risparmia il festival tutto il giorno si concretizza proprio poco prima dell’arrivo del giornalista del quotidiano La Stampa. Nessuno ricorda pioggia all’Isola delle Storie in quattordici anni. E allora ecco il primo incontro indoor di sempre.
Poco tempo per maledire il tempo, organizzatori e volontari preparano il salone parrocchiale per accogliere Quirico e Giovanni Maria Bellu che lo accompagna per la serata. Purtroppo la capienza non è la stessa di Sant’Antiocru e molte persone rimangono fuori. Peccato perché il racconto di Quirico porta il pubblico davvero in storie di altri luoghi, come da titolo dello spazio solitamente dedicato ad autori stranieri, ma perfetto anche per inquadrare un incontro con chi, come lui, per mestiere fa l’inviato e ha seguito vicende di tanti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Si parla di giornalismo e migrazione e il giornalista ricorda come ha iniziato a occuparsi veramente di migranti nel 2011: «Mi trovavo in Tunisia che cercavo di entrare in Libia per raccontare l’apocalisse di Gheddafi, quando ho visto dei giovani salire su una barca per attraversare il Mediterraneo, rischiando di morire per andare in luogo dove sanno che li odiano. Allora ho deciso di fare il gesto più elementare, di salire anche io su un barcone. La cosa più tremenda è che sono passati sei anni, potrei rifare quel viaggio e i barconi continuano ad affondare. È il più colossale fallimento giornalistico insieme alla guerra in Siria». Il centro del discorso, l’incapacità di raccontare la migrazione. Forse qualcosa davvero di irraccontabile. «Anche io - sottolinea Quirico – ho fatto solo dei frammenti, poi ho ripreso la mia giacca e sono tornato alla vita che mi aspettava. Per loro non è così, quando un migrante parte è una persona e quando arriva, dopo un viaggio di due, tre, cinque anni, è un’altra. E noi continuiamo a chiedergli stupidamente da dove viene. Ha un’identità completamente diversa, appartiene al popolo dei migranti».
Dice che non gli piacciono i numeri, ma Quirico riporta un dato che fa pensare: si calcola che nel mondo ci siano tra i sessanta e i cento milioni di migranti: «Dobbiamo abituarci all’idea che esiste questo popolo, il nostro mondo vecchio e marcio deve riconoscere questa entità». Eppure i migranti non sono tutti uguali e quando l’incontro si concentra su questo aspetto, si accende ancora di più il racconto di Quirico: «C’è il migrante utile, quello che può rendere perché ha conoscenze e sa fare qualcosa, che parla lingue occidentali, che è vestito come noi. Penso ai siriani. L’accoglienza della Merkel è un esempio di ragionamento politico: possiamo inserirli nella nostra economia, magari faranno crescere il Pil. Non è il mio migrante, ho grande rispetto, ha lasciato la Siria, un Paese devastato dalla guerra, ma so che prima o poi si inserirà in questa società. Il mio migrante è un altro». A quello definito utile, Quirico affianca il migrante inutile: quello che magari parla solo swahili, con il quale non si può comunicare «che non ha mai aperto un rubinetto o acceso un interruttore perché da dove viene non esiste acqua corrente ed elettricità. Quello che tocchiamo solo con la mascherina e il naso tappato, come non facciamo nemmeno con gli animali. Per quel migrante esigo il diritto di farlo entrare».
Parole che non soltanto fanno pensare, ma toccano davvero il cuore quelle di Domenico Quirico: «Il mio non è un discorso mistico, non sono San Francesco. È un discorso politico: è l’ultima occasione che l’Occidente ha per dimostrare politicamente di essere quel che dice di essere, che si fonda su qualcosa, che giustifica il nostro posto nel mondo e nella storia. Per affermare in modo concreto il diritto che ogni uomo vale come qualcosa di sacro».
Poco tempo per maledire il tempo, organizzatori e volontari preparano il salone parrocchiale per accogliere Quirico e Giovanni Maria Bellu che lo accompagna per la serata. Purtroppo la capienza non è la stessa di Sant’Antiocru e molte persone rimangono fuori. Peccato perché il racconto di Quirico porta il pubblico davvero in storie di altri luoghi, come da titolo dello spazio solitamente dedicato ad autori stranieri, ma perfetto anche per inquadrare un incontro con chi, come lui, per mestiere fa l’inviato e ha seguito vicende di tanti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Si parla di giornalismo e migrazione e il giornalista ricorda come ha iniziato a occuparsi veramente di migranti nel 2011: «Mi trovavo in Tunisia che cercavo di entrare in Libia per raccontare l’apocalisse di Gheddafi, quando ho visto dei giovani salire su una barca per attraversare il Mediterraneo, rischiando di morire per andare in luogo dove sanno che li odiano. Allora ho deciso di fare il gesto più elementare, di salire anche io su un barcone. La cosa più tremenda è che sono passati sei anni, potrei rifare quel viaggio e i barconi continuano ad affondare. È il più colossale fallimento giornalistico insieme alla guerra in Siria». Il centro del discorso, l’incapacità di raccontare la migrazione. Forse qualcosa davvero di irraccontabile. «Anche io - sottolinea Quirico – ho fatto solo dei frammenti, poi ho ripreso la mia giacca e sono tornato alla vita che mi aspettava. Per loro non è così, quando un migrante parte è una persona e quando arriva, dopo un viaggio di due, tre, cinque anni, è un’altra. E noi continuiamo a chiedergli stupidamente da dove viene. Ha un’identità completamente diversa, appartiene al popolo dei migranti».
Dice che non gli piacciono i numeri, ma Quirico riporta un dato che fa pensare: si calcola che nel mondo ci siano tra i sessanta e i cento milioni di migranti: «Dobbiamo abituarci all’idea che esiste questo popolo, il nostro mondo vecchio e marcio deve riconoscere questa entità». Eppure i migranti non sono tutti uguali e quando l’incontro si concentra su questo aspetto, si accende ancora di più il racconto di Quirico: «C’è il migrante utile, quello che può rendere perché ha conoscenze e sa fare qualcosa, che parla lingue occidentali, che è vestito come noi. Penso ai siriani. L’accoglienza della Merkel è un esempio di ragionamento politico: possiamo inserirli nella nostra economia, magari faranno crescere il Pil. Non è il mio migrante, ho grande rispetto, ha lasciato la Siria, un Paese devastato dalla guerra, ma so che prima o poi si inserirà in questa società. Il mio migrante è un altro». A quello definito utile, Quirico affianca il migrante inutile: quello che magari parla solo swahili, con il quale non si può comunicare «che non ha mai aperto un rubinetto o acceso un interruttore perché da dove viene non esiste acqua corrente ed elettricità. Quello che tocchiamo solo con la mascherina e il naso tappato, come non facciamo nemmeno con gli animali. Per quel migrante esigo il diritto di farlo entrare».
Parole che non soltanto fanno pensare, ma toccano davvero il cuore quelle di Domenico Quirico: «Il mio non è un discorso mistico, non sono San Francesco. È un discorso politico: è l’ultima occasione che l’Occidente ha per dimostrare politicamente di essere quel che dice di essere, che si fonda su qualcosa, che giustifica il nostro posto nel mondo e nella storia. Per affermare in modo concreto il diritto che ogni uomo vale come qualcosa di sacro».
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