Magrelli: «Diventare poeta incantato dai Nibelunghi»
di Grazia Brundu
L’incontro con l’autore della raccolta “Guida allo smarrimento dei perplessi” «Da ragazzino fui conquistato dalle gesta di Sigfrido. È lì che scattò qualcosa»
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GAVOI. Chi si aspettava un racconto rassicurante e un po’ melenso per bambini, sarà rimasto spiazzato. Valerio Magrelli, che oggi a L’isola delle storie tiene, con Chiara Valerio, una “Lezione poetica” (alle 19.30, piazza Sant’Antiocru), ieri per l’incontro di mezzogiorno dedicato ai ragazzi e intitolato “Quando ero piccolo” ha scelto come libro preferito della sua infanzia una «storia di nani, fabbri zoppi, eroi che devono superare prove difficili e pericolose. Una storia pervasa da un senso incombente di morte». In altre parole, la saga dei Nibelunghi, dell’eroe Sigfrido e della sua emancipazione da Mime, il nano forgiatore di metalli, «zoppo come tutti i personaggi che, nel mito, hanno a che fare con la dimensione divina e ultraterrena. Da Edipo agli sciamani dell’Asia centrale».
Autore di raccolte poetiche e di romanzi (il suo ultimo titolo è “Guida allo smarrimento dei perplessi”, Carteggi letterari Edizioni), saggista, traduttore, ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, Magrelli ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Tra gli altri, il Premio Mondello, il Viareggio, il Librex Montale e, nel 1996, il Premio nazionale per la traduzione assegnato annualmente dal Ministero per i beni culturali. Il suo incontro con Sigfrido risale «a quando avevo sette anni – ha raccontato ieri a un pubblico di adulti e di bambini – grazie a un libro della collana per ragazzi “La scala d’oro”, pubblicata dalla Utet». Ormai è raro che a qualcuno, soprattutto se al di sotto dei vent’anni, venga in mente di rileggere quelle vecchie storie. Troppo impegnative, e forse meno avvincenti della trilogia del “Signore degli anelli”, che proprio ai Nibelunghi si ispira. Peccato, però, che sia «solo un omogeneizzato dell’originale», ribatte Magrelli.
Sicuramente per lui la storia di Sigfrido è stata un’emozione forte, con il suo intreccio di avventure, passione e destino. Tanto forte che, pochi anni dopo, il futuro poeta decide di passare dalla lettura alla scrittura in prima persona: «Fino a poco tempo fa ero convinto che le mie prime poesie risalissero a quando avevo quattordici anni. Invece da poco ho trovato un quaderno con i miei primi tentativi. Erano orrendi – ammetto – però le pagine erano tutte perfettamente battute a macchina».
A chi gli chiede se i ragazzi, oggi, abbiano bisogno di una guida per scoprire la poesia, Magrelli risponde di sì. Non basta la folgorazione improvvisa per un libro, come è successo a lui durante l’adolescenza. «I programmi scolastici, non sempre aggiornati per quanto riguarda gli autori contemporanei, dovrebbero indirizzare, orientare, guidare tutti. Anche se poi alla fine si appassionerà davvero alla poesia soltanto un terzo dei ragazzi». E quelli proseguiranno la strada da soli.
Di sicuro, però, la poesia non vive confinata nelle aule e tra i banchi dei licei. Anzi, negli ultimi anni, anche in Italia tende a sconfinare sempre di più nelle strade e nelle piazze. Lo fa attraverso i poetry slam, le gare di poesia estemporanea, eredi delle performance degli scrittori americani degli anni Sessanta. «Gli slam sono un modo interessante di fare poesia – dice Magrelli – e anche io mi occupo di organizzarne alcuni. Però c’è il rischio che le parole, lette a voce alta, passino in secondo piano rispetto alla performance e alla capacità di stare davanti a un pubblico». Lo stesso rischio si corre, per Magrelli, se si vuole veicolare la poesia attraverso la musica. E il Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan? «Un disastro! Io invito tutti a comprare tutti i compact disc di Dylan e a bruciare tutti i suoi libri».
Autore di raccolte poetiche e di romanzi (il suo ultimo titolo è “Guida allo smarrimento dei perplessi”, Carteggi letterari Edizioni), saggista, traduttore, ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, Magrelli ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Tra gli altri, il Premio Mondello, il Viareggio, il Librex Montale e, nel 1996, il Premio nazionale per la traduzione assegnato annualmente dal Ministero per i beni culturali. Il suo incontro con Sigfrido risale «a quando avevo sette anni – ha raccontato ieri a un pubblico di adulti e di bambini – grazie a un libro della collana per ragazzi “La scala d’oro”, pubblicata dalla Utet». Ormai è raro che a qualcuno, soprattutto se al di sotto dei vent’anni, venga in mente di rileggere quelle vecchie storie. Troppo impegnative, e forse meno avvincenti della trilogia del “Signore degli anelli”, che proprio ai Nibelunghi si ispira. Peccato, però, che sia «solo un omogeneizzato dell’originale», ribatte Magrelli.
Sicuramente per lui la storia di Sigfrido è stata un’emozione forte, con il suo intreccio di avventure, passione e destino. Tanto forte che, pochi anni dopo, il futuro poeta decide di passare dalla lettura alla scrittura in prima persona: «Fino a poco tempo fa ero convinto che le mie prime poesie risalissero a quando avevo quattordici anni. Invece da poco ho trovato un quaderno con i miei primi tentativi. Erano orrendi – ammetto – però le pagine erano tutte perfettamente battute a macchina».
A chi gli chiede se i ragazzi, oggi, abbiano bisogno di una guida per scoprire la poesia, Magrelli risponde di sì. Non basta la folgorazione improvvisa per un libro, come è successo a lui durante l’adolescenza. «I programmi scolastici, non sempre aggiornati per quanto riguarda gli autori contemporanei, dovrebbero indirizzare, orientare, guidare tutti. Anche se poi alla fine si appassionerà davvero alla poesia soltanto un terzo dei ragazzi». E quelli proseguiranno la strada da soli.
Di sicuro, però, la poesia non vive confinata nelle aule e tra i banchi dei licei. Anzi, negli ultimi anni, anche in Italia tende a sconfinare sempre di più nelle strade e nelle piazze. Lo fa attraverso i poetry slam, le gare di poesia estemporanea, eredi delle performance degli scrittori americani degli anni Sessanta. «Gli slam sono un modo interessante di fare poesia – dice Magrelli – e anche io mi occupo di organizzarne alcuni. Però c’è il rischio che le parole, lette a voce alta, passino in secondo piano rispetto alla performance e alla capacità di stare davanti a un pubblico». Lo stesso rischio si corre, per Magrelli, se si vuole veicolare la poesia attraverso la musica. E il Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan? «Un disastro! Io invito tutti a comprare tutti i compact disc di Dylan e a bruciare tutti i suoi libri».
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