Marzano di fronte al puzzle della vita
Dolore e perdita: l’autrice ha parlato del suo nuovo libro, “L’amore che mi resta”
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GAVOI. La seconda giornata di “Isola delle storie” si è aperta con un omaggio affettuoso a Giulio Angioni, ricordato da Marcello Fois come «uno dei fondatori e principali animatori del festival nato quattordici anni fa». Poi al balcone di S’ Antana ’e Susu si è affacciata la filosofia. Non quella dei banchi di scuola, però, memorizzata controvoglia da studenti in ansia da prestazione. La filosofia di Michela Marzano è uno strumento pratico per farsi alcune domande difficili. E, se possibile, vivere con un’intensità più consapevole. Tra gli interrogativi più difficili posti dalla scrittrice e filosofa, che da anni vive e insegna in Francia, c’è quello sul senso del dolore e della perdita. La Marzano lo affronta in “L’amore che mi resta” (Einaudi, 2017), il libro con il quale ha passato il confine dalla saggistica alla narrativa e dove racconta la storia di una madre che ripercorre il rapporto con la figlia morta suicida.
Di fronte a un pubblico che la ascolta attento, attraversato da un’emozione che di tanto in tanto si scioglie in lunghi applausi, Marzano assicura che «nessuno dei personaggi del romanzo sono io». Ma non è proprio così. Infatti, aggiunge: «Nel libro ci sono le parole che avrei voluto mia madre leggesse se vent’anni fa non mi fossi risvegliata da un tentativo di suicidio».
Quel giorno di settembre del 1997, la scrittrice lo aveva già raccontato nel memoir “Volevo essere una farfalla”, dove ripercorre la sua esperienza con l’anoressia, arrivata durante l’adolescenza come «una reazione del corpo che si ribella alle aspettative pressanti riversate dalla società, e dallo sguardo maschile, sul corpo delle donne». Adesso in “L’amore che mi resta” la Marzano riprende il dialogo con la propria madre, e vent’anni dopo arriva a una pacificazione con lei e con se stessa. Infatti, racconta, «l’amore, come dicono i filosofi, è perfetto e senza confini, ma le sue incarnazioni umane sono per forza di cose imperfette. Per questo nessun essere umano, nemmeno una madre, può salvarne un altro». Bisogna prenderne atto e «accettare la ferita, il vuoto, che tutti in quanto persone ci portiamo dentro.
Nel puzzle dell’esistenza, infatti, manca sempre un pezzo». L’unica cosa da fare è accettare questo dato di fatto, dare un nome alle proprie paure e insicurezze. Smettere «di tormentarsi con i sensi di colpa e accettare finalmente di diventare quello che si è, senza desiderare di essere quello che non si sarà mai».
(grazia brundu)
Di fronte a un pubblico che la ascolta attento, attraversato da un’emozione che di tanto in tanto si scioglie in lunghi applausi, Marzano assicura che «nessuno dei personaggi del romanzo sono io». Ma non è proprio così. Infatti, aggiunge: «Nel libro ci sono le parole che avrei voluto mia madre leggesse se vent’anni fa non mi fossi risvegliata da un tentativo di suicidio».
Quel giorno di settembre del 1997, la scrittrice lo aveva già raccontato nel memoir “Volevo essere una farfalla”, dove ripercorre la sua esperienza con l’anoressia, arrivata durante l’adolescenza come «una reazione del corpo che si ribella alle aspettative pressanti riversate dalla società, e dallo sguardo maschile, sul corpo delle donne». Adesso in “L’amore che mi resta” la Marzano riprende il dialogo con la propria madre, e vent’anni dopo arriva a una pacificazione con lei e con se stessa. Infatti, racconta, «l’amore, come dicono i filosofi, è perfetto e senza confini, ma le sue incarnazioni umane sono per forza di cose imperfette. Per questo nessun essere umano, nemmeno una madre, può salvarne un altro». Bisogna prenderne atto e «accettare la ferita, il vuoto, che tutti in quanto persone ci portiamo dentro.
Nel puzzle dell’esistenza, infatti, manca sempre un pezzo». L’unica cosa da fare è accettare questo dato di fatto, dare un nome alle proprie paure e insicurezze. Smettere «di tormentarsi con i sensi di colpa e accettare finalmente di diventare quello che si è, senza desiderare di essere quello che non si sarà mai».
(grazia brundu)
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