Il lessico familiare del nuovo millennio
A S’Antana ’e Susu con Gaia Manzini e il suo nuovo romanzo, “Ultima luce”
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GAVOI. Per l’ultimo appuntamento dal balcone il tempo si diverte a fare i dispetti. Alterna al sole improvvise spruzzate di pioggia. Maria Ida Gaeta e la sua ospite, la scrittrice Gaia Manzini, però non si scompongono. Il pubblico fa lo stesso e accetta paziente gli scherzi del meteo, pur di non perdere nemmeno una parola.
Si parla di famiglia e l’argomento tocca tutti. Anche quelli che la contestano come istituzione opprimente e borghese. Per descriverla, e per esorcizzarla, Manzini usa una doppia prospettiva: vicino e lontano. Sfondo e primo piano. Soprattutto nel suo romanzo più recente, “Ultima la luce”, pubblicato pochi mesi fa da Mondadori. Protagonista e voce narrante è Ivano, un vedovo quasi settantenne che ripercorre il suo rapporto con la moglie Sofia, molto amata e scomparsa di recente. Per non lasciarla andare completamente, perdendola in un passato irrecuperabile, Ivano dilata, attraverso un metaforico zoom fotografico, i ricordi che ha di lei come perfetta incarnazione dei valori domestici e famigliari. Finché, durante un viaggio a Santo Domingo, scopre episodi di vita e lati della personalità della compagna fino a quel momento insospettati. O, forse, ignorati deliberatamente per non dover mettere in discussione le certezze di una vita fondata sulla triade borghese vita-lavoro-famiglia.
Attraverso la presa di coscienza del protagonista, Manzini esplora una rivelazione che prima o poi riguarda tutti: «Siamo sempre presi dall’ansia di intrappolare entro confini certi le persone che ci stanno più vicino – spiega – Ma, come diceva Elizabeth Bishop, l’arte della perdita non è difficile da imparare. Non soltanto per quanto riguarda l’attaccamento alle cose, ma anche alle persone. Chi amiamo rimane per sempre dentro di noi, però a un certo punto arriva il momento di lasciarlo andare». Soltant o dalla rottura di un ordine precedente, infatti, può nascerne un altro.
«Della famiglia – dice Gaia Manzini – mi affascina il suo essere un insieme di valori che tutti, pur contestandoli, condividiamo. Di tanto in tanto, però, da questa situazione apparentemente stabile vengono a galla segreti, rivelazioni, cose non dette che la sovvertono e fanno emergere qualcosa di nuovo. Nel caso di Ivano è il riavvicinamento alla figlia, dopo la morte della moglie, perché quando i figli crescono, il lessico familiare si rompe ed è necessario inventarne uno nuovo».
(grazia brundu)
Si parla di famiglia e l’argomento tocca tutti. Anche quelli che la contestano come istituzione opprimente e borghese. Per descriverla, e per esorcizzarla, Manzini usa una doppia prospettiva: vicino e lontano. Sfondo e primo piano. Soprattutto nel suo romanzo più recente, “Ultima la luce”, pubblicato pochi mesi fa da Mondadori. Protagonista e voce narrante è Ivano, un vedovo quasi settantenne che ripercorre il suo rapporto con la moglie Sofia, molto amata e scomparsa di recente. Per non lasciarla andare completamente, perdendola in un passato irrecuperabile, Ivano dilata, attraverso un metaforico zoom fotografico, i ricordi che ha di lei come perfetta incarnazione dei valori domestici e famigliari. Finché, durante un viaggio a Santo Domingo, scopre episodi di vita e lati della personalità della compagna fino a quel momento insospettati. O, forse, ignorati deliberatamente per non dover mettere in discussione le certezze di una vita fondata sulla triade borghese vita-lavoro-famiglia.
Attraverso la presa di coscienza del protagonista, Manzini esplora una rivelazione che prima o poi riguarda tutti: «Siamo sempre presi dall’ansia di intrappolare entro confini certi le persone che ci stanno più vicino – spiega – Ma, come diceva Elizabeth Bishop, l’arte della perdita non è difficile da imparare. Non soltanto per quanto riguarda l’attaccamento alle cose, ma anche alle persone. Chi amiamo rimane per sempre dentro di noi, però a un certo punto arriva il momento di lasciarlo andare». Soltant o dalla rottura di un ordine precedente, infatti, può nascerne un altro.
«Della famiglia – dice Gaia Manzini – mi affascina il suo essere un insieme di valori che tutti, pur contestandoli, condividiamo. Di tanto in tanto, però, da questa situazione apparentemente stabile vengono a galla segreti, rivelazioni, cose non dette che la sovvertono e fanno emergere qualcosa di nuovo. Nel caso di Ivano è il riavvicinamento alla figlia, dopo la morte della moglie, perché quando i figli crescono, il lessico familiare si rompe ed è necessario inventarne uno nuovo».
(grazia brundu)
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