La Nuova Sardegna

Ha portato in paradiso l’Italia di Fantozzi 

di Giorgio Gosetti
Ha portato in paradiso l’Italia di Fantozzi 

Nei suoi film ha rappresentato la cattiva coscienza del Paese

4 MINUTI DI LETTURA





ROMA. Quante facce o quante maschere ha indossato il genovese Paolo Villaggio nella sua vita da perenne ragazzo ed eterno scontento. Con lui, nato il 30 dicembre 1932 da padre siciliano e madre veneziana, ma ligure fino al midollo nel suo mix di cinismo e romanticismo anarcoide, morto ieri a Roma, si chiude una pagina della vita italiana, perché Villaggio non è stato solo attore, scrittore, autore e istrione tra radio e tv. Era la cattiva coscienza dell’Italia degli anni Settanta e, a suo modo, lo è rimasto anche negli anni del suo «autunno da patriarca».

Nato nella borghesia facoltosa e moderna dell’Italia del Dopoguerra, del suo essere bambino ricordava l’obice scagliato da una nave inglese che colpì per errore il suo quartiere mettendolo, mano nella mano al fratello gemello Piero, di fronte all’orrore della morte. Dall’adolescenza emergono invece i ricordi di una giovinezza matta e spensieratissima, tra sbadati studi in legge, incursioni nel cabaret e nel teatro amatoriale, lunghe vacanze con gli amici, primo fra tutti con Fabrizio De André che lo spinse anche a suonare e cantare. Del resto il suo esordio nel mondo dello spettacolo coincide con il testo della ballata “Re Carlo tornava dalla guerra”. All'inizio degli anni Sessanta Villaggio, ma qui capiscono in fretta il soggetto e lo mettono a organizzare le feste aziendali. Intanto ha fatto il suo tirocinio da palcoscenico con la compagnia goliardica Baistrocchi in cui si esibisce in esilaranti numeri da cabaret che gli serviranno da modello per le sue maschere diventate poi celebri: il travet timido, l’imbonitore aggressivo, l’eterno sconfitto. Da qui alla notorietà il salto alla fine si rivelerà breve, sia grazie alle buone compagnie frequentate al Derby di Milano, sia per merito di Maurizio Costanzo che lo porta a Roma, lo fa debuttare a teatro, lo impone alla radio. Da lì, complice il desiderio di rinnovamento della tv di stato, Villaggio scala in fretta i gradini della celebrità. Nel 1968 debutta al cinema con il misconosciuto “Eat it!”. Ma saranno gli anni Settanta a far passare Villaggio alla storia: prima con l’invenzione letteraria del ragionier Ugo Fantozzi ( successo in libreria) e poi con la sua versione cinematografica che si concretizza nel 1974 per la regia di Luciano Salce. Saranno alla fine 10 i capitoli della saga che porteranno il Ragioniere fino in Paradiso e oltre.

Nel frattempo Villaggio è diventato un “nome” cinematografico alternando incursioni d’autore (con Monicelli, con Pupi Avati all'esordio, con Nanni Loy) e grandi successi di cassetta che si ripeteranno per tutto il decennio successivo, quasi sempre con la complicità di Salce, Sergio Corbucci, Neri Parenti. La sua comicità mischia ironia surreale e satira reale in un costante passare da Cechov alle comiche del muto, dall’osservazione sociale al teatro dell'assurdo. Se ne accorgeranno tardivamente i critici, ma non saranno in ritardo Federico Fellini che gli dedicherà il suo ultimo film, “La voce della luna” in coppia con Benigni, Giorgio Strehler che lo porta a teatro con “L’avaro”, Ermanno Olmi, “La leggenda del bosco vecchio”, Lina Wertmuller, “Io speriamo che me la cavo”.

Gli anni Novanta sono per Villaggio intristiti dai problemi fisici e da una delusione per l’Italia e l’utopia socialista infranta.. Dimenticato dal cinema, Villaggio si rifugia nella pubblicistica, sempre accompagnata da buon successo di vendite, nel teatro e nella critica pubblica in cui mantiene sguardo acuto sulla società che cambia. Nella vita artistica non gli sono però mancati gli onori: Gillo Pontecorvo gli conferì nel 1992 un inatteso e rivoluzionario Leone d'oro alla carriera (il primo mai dato a un comico); due anni prima Fellini gli aveva fatto vincere il David di Donatello come miglior attore (ne avrebbe vinto un secondo alla carriera nel 2009); infine ecco il Pardo d'oro di Locarno nel 2000.

Amava provocare e dare scandalo. Ogni intervista si traduceva in un esilarante combattimento verbale, ogni apparizione in una sorpresa anche per le fogge personalissime che aveva scelto con una predilezione per i caftani bianchi e i berretti orientali. È stato un padre difficile per i suoi due figli e un marito affettuoso con la moglie Maura che per sessant’ anni ha diviso con lui la vita. Ma alla fine è stato soprattutto Fantozzi.



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative