Il caso di Efisio Marini, medico “pietrificatore”
di Alessandro Marongiu
Da oggi con La Nuova “L’estremo delle cose” di Giorgio Todde
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«Creda, mio buon signore, creda pure: finirò col gittare ogni cosa in mare!»: piace immaginare che Efisio Marini, prima del per lui fatale 11 settembre 1900, abbia fatto seguire i fatti alle parole, e che nel mare della città in cui visse dopo che ebbe abbandonato la Sardegna, Napoli, si trovino ancora i frutti del suo straordinario lavoro. Che cioè là sotto, da qualche parte, dimorino ancora arti, busti, teste e corpi interi pietrificati, e che vi abbiano dimorato, prima di diventare cibo per pesci, anche quelli che, dopo aver solidificato, Marini – e lui soltanto – sapeva prodigiosamente riportare alla flessibilità e al colore di quando il sangue vi scorreva ancora nelle vene. Per come gli andarono le cose in vita, si può ben ritenere che lui sarebbe più contento così che non sapendo le sue opere a disposizione degli eredi di quella umanità – beninteso: italiana, perché all’estero godette di ampia e giusta fama – che in vari modi lo disistimò, lo accusò (di pratiche alchemiche, di affiliazione massonica, di portare sulla pelle malattie trasmesse dai cadaveri con cui trafficava) e gli fece concludere i giorni in povertà.
A leggere le notizie a oggi reperibili sul medico nato a Cagliari nel 1835, appare un’esistenza che è già romanzo. Riportiamo giusto due episodi, tra i più pittoreschi: lasciato stupefatto con la sua arte lo scienziato francese Nélaton, il quale ne fece rapporto a Napoleone III, nel 1868 Marini inviò all’imperatore transalpino un dono nella forma di un tavolino dal piano rotondo: racconta Luigi Ferrara in un suo celebre articolo uscito su Revue des Revues che «nel centro, circondato da una ghirlandina di trifogli composti di cervello, posava un piede con la dedica a Napoleone, mentre intorno, in bell’ordine, si succedevano quattro elementi ellissoidi di bile umana e animale. Agli angoli erano fissate quattro orecchie umane pure pietrificate, “perché – diceva scherzando il geniale preparatore – sentissero le critiche dei visitatori quando egli fosse assente”». Chi volesse capir meglio, inserisca le stringhe “Musée d’anatomie Delmas-Orfila-Rouvière” ed “Efisio Marini” su Google Immagini, e avrà di che stupirsi con i propri occhi. E ancora: che dire del bizzarro medaglione che Marini, convinto patriota, inviò a Garibaldi (da cui poi, racconta sempre Ferrara, ricevette una lettera di sentiti ringraziamenti), in cui era contenuto il sangue dell’Eroe dei due mondi, pietrificato per «rosseggiare in eterno»?
Davanti a una simile, irresistibile materia biografica, all’inizio degli anni Duemila Giorgio Todde ha un’intuizione realmente felice, ovvero fare del personaggio storico un personaggio letterario: nel 2001 esce così, in coedizione tra Il Maestrale e Frassinelli, “Lo stato delle anime”, il primo, bellissimo romanzo ad avere Efisio Marini per protagonista. La tendenza speculativa, la ricerca di una causa per ogni effetto e la formazione scientifica del vero Marini si prestavano magnificamente a venire impiegate in trame di detection: ed ecco infatti che nei cinque libri della serie Marini, oltre che con la sua tribolata quotidianità, è alle prese con delitti, segreti e misteriosi intrighi. Il pietrificatore si fa investigatore, ed è in questa doppia veste che il lettore lo seguirà in “L’estremo delle cose”, l’ultimo tassello della pentalogia, anch’esso bellissimo. Pubblicato in origine nel 2009, è da oggi in edicola con La Nuova per la collana “Maestri sardi del giallo”.
Nella casa partenopea di via Summonte che divide con l’amata figlia Rosa, un vecchio Marini apprende con dolore della morte di un collega, il mummificatore austriaco Schenker, colui che l’aveva appoggiato per fargli riconoscere la medaglia d’oro all’esposizione di Vienna del 1873. «Una premonizione oscura», commenta a voce alta Efisio: e quando l’aiutante Licaone gli porge due lettere, «una da Parigi e una da Vienna», il cielo per lui vira di colpo al nero. Perché due lettere, riflette, da così lontano e in contemporanea, «non arrivano mai per caso». L’avvertimento che sente ora in mezzo alle scapole è lo stesso che sentiva da giovane: la paura, «precisa e attenta», sta bussando alla sua porta. Una missiva è di Paul Bec, allievo di un secondo collega di Marini, Claude Bernard, e contiene l’invito a passare un lungo periodo nella capitale francese per contribuire a quello che gli viene prospettato come «un grande disegno scientifico»; l’altra è della vedova di Schenker, che ha intuito che il decesso del marito si deve all’intervento dell’uomo e non della natura.
Da Napoli, Efisio parte in treno con Pierluigi Dehonis: lui verso la Ville Lumière, l’amico fraterno in direzione di Vienna. «Si separano con un abbraccio diverso da quello del giorno prima. Sono due giovani fuggiti di casa, il prurito alle mani e una sensazione di piacere nel collo. L’inizio del gioco». Con una raccomandazione, per Pierluigi: «Attento alle minuzie. Le cose grosse le vedono tutti. È tutto nei particolari». E una lezione, definitiva: «Comprendere procura un piacere doloroso perché nelle cose c’è sempre qualcosa che fa male». Così gli aveva detto una volta Efisio Marini, il pietrificatore: Pierluigi scoprirà da sé quanto avesse ragione.
A leggere le notizie a oggi reperibili sul medico nato a Cagliari nel 1835, appare un’esistenza che è già romanzo. Riportiamo giusto due episodi, tra i più pittoreschi: lasciato stupefatto con la sua arte lo scienziato francese Nélaton, il quale ne fece rapporto a Napoleone III, nel 1868 Marini inviò all’imperatore transalpino un dono nella forma di un tavolino dal piano rotondo: racconta Luigi Ferrara in un suo celebre articolo uscito su Revue des Revues che «nel centro, circondato da una ghirlandina di trifogli composti di cervello, posava un piede con la dedica a Napoleone, mentre intorno, in bell’ordine, si succedevano quattro elementi ellissoidi di bile umana e animale. Agli angoli erano fissate quattro orecchie umane pure pietrificate, “perché – diceva scherzando il geniale preparatore – sentissero le critiche dei visitatori quando egli fosse assente”». Chi volesse capir meglio, inserisca le stringhe “Musée d’anatomie Delmas-Orfila-Rouvière” ed “Efisio Marini” su Google Immagini, e avrà di che stupirsi con i propri occhi. E ancora: che dire del bizzarro medaglione che Marini, convinto patriota, inviò a Garibaldi (da cui poi, racconta sempre Ferrara, ricevette una lettera di sentiti ringraziamenti), in cui era contenuto il sangue dell’Eroe dei due mondi, pietrificato per «rosseggiare in eterno»?
Davanti a una simile, irresistibile materia biografica, all’inizio degli anni Duemila Giorgio Todde ha un’intuizione realmente felice, ovvero fare del personaggio storico un personaggio letterario: nel 2001 esce così, in coedizione tra Il Maestrale e Frassinelli, “Lo stato delle anime”, il primo, bellissimo romanzo ad avere Efisio Marini per protagonista. La tendenza speculativa, la ricerca di una causa per ogni effetto e la formazione scientifica del vero Marini si prestavano magnificamente a venire impiegate in trame di detection: ed ecco infatti che nei cinque libri della serie Marini, oltre che con la sua tribolata quotidianità, è alle prese con delitti, segreti e misteriosi intrighi. Il pietrificatore si fa investigatore, ed è in questa doppia veste che il lettore lo seguirà in “L’estremo delle cose”, l’ultimo tassello della pentalogia, anch’esso bellissimo. Pubblicato in origine nel 2009, è da oggi in edicola con La Nuova per la collana “Maestri sardi del giallo”.
Nella casa partenopea di via Summonte che divide con l’amata figlia Rosa, un vecchio Marini apprende con dolore della morte di un collega, il mummificatore austriaco Schenker, colui che l’aveva appoggiato per fargli riconoscere la medaglia d’oro all’esposizione di Vienna del 1873. «Una premonizione oscura», commenta a voce alta Efisio: e quando l’aiutante Licaone gli porge due lettere, «una da Parigi e una da Vienna», il cielo per lui vira di colpo al nero. Perché due lettere, riflette, da così lontano e in contemporanea, «non arrivano mai per caso». L’avvertimento che sente ora in mezzo alle scapole è lo stesso che sentiva da giovane: la paura, «precisa e attenta», sta bussando alla sua porta. Una missiva è di Paul Bec, allievo di un secondo collega di Marini, Claude Bernard, e contiene l’invito a passare un lungo periodo nella capitale francese per contribuire a quello che gli viene prospettato come «un grande disegno scientifico»; l’altra è della vedova di Schenker, che ha intuito che il decesso del marito si deve all’intervento dell’uomo e non della natura.
Da Napoli, Efisio parte in treno con Pierluigi Dehonis: lui verso la Ville Lumière, l’amico fraterno in direzione di Vienna. «Si separano con un abbraccio diverso da quello del giorno prima. Sono due giovani fuggiti di casa, il prurito alle mani e una sensazione di piacere nel collo. L’inizio del gioco». Con una raccomandazione, per Pierluigi: «Attento alle minuzie. Le cose grosse le vedono tutti. È tutto nei particolari». E una lezione, definitiva: «Comprendere procura un piacere doloroso perché nelle cose c’è sempre qualcosa che fa male». Così gli aveva detto una volta Efisio Marini, il pietrificatore: Pierluigi scoprirà da sé quanto avesse ragione.
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