Karpov: «Gli scacchi, la via per la felicità»
di Mario Frongia
Il grande campione russo si racconta. È in Sardegna per inaugurare la Chess Academy del Forte Village a Pula
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PULA. Undici milioni di chilometri percorsi in aereo per stravincere sfide, abbattere torri, scansare alfieri. Anatolij Karpov, maestro di scacchi e campione del mondo per dieci anni. La partita con Kasparov durata cinque mesi e scolpita negli annali. Voce flebile, con un guizzo: «Un consiglio a Vladimir Putin? La situazione non è facile ma il presidente è bravo a risolvere i problemi».
Karpov ha inaugurato, con il d.g. del Forte Village Lorenzo Giannuzzi, la Chess Academy. Una scuola per gli amanti di re e pedoni. Taglio della fettuccia rossa, tv, flash, contatempo Saitek. Il manager spiega: «La prima Accademia al mondo doveva avere Karpov». Lo scacchista annuisce e ringrazia. Sono oltre duecento le scuole che ha fondato e segue in oltre quaranta paesi: in Italia, a Verona.
Energico, minuto, occhi d’acciaio. Con pochi fronzoli. «La memoria? Conta, ma non tanto. Chi ricorda con facilità è avvantaggiato ma non vince facile». Classe 1951, originario di Zlatoust, centro a 1.600 km da Mosca, figlio di un ingegnere e di una casalinga, il re dello scacco matto ha una laurea in ingegneria mai usata. Amante dei cani, ha un Chihuaua ed un grande collezionista di francobolli: «Una passione che è maturata in giro per il mondo». Dal 2008 deputato nella Duma, il Parlamento russo, fa parte della commissione ecologia e risorse naturali. Karpov al Forte ha sfidato dodici scacchisti in simultanea. Inutile dire che, mentre passa da un tavolino all’altro, il sorriso sottile prende consistenza. All’uomo non dispiace il dominio ma non lo sbandiera. In chiusura, circa venti minuti per mettere tutti ko, i complimenti per un cagliaritano di 9 anni: Alessandro Vargiu, gioca a scacchi da un anno al circolo Mosca di piazza Giovanni XXIII, è in quarta elementare all’ “Infanzia lieta” e ha imparato le regole Ipad. L’anno scorso è stato campione regionale, quinto in Italia e ha fatto le qualificazioni ai mondiali in Georgia. Anatoly gli fa un buffetto: «Molto bene, bravo!».
Profilo basso, impegnato nel sociale, il campione russo ha promosso varie campagne internazionali a favore dei bambini ed è stato promotore di una legge che rende obbligatori gli scacchi nelle scuole dell'obbligo russe. «Gli scacchi favoriscono il ragionamento e aiutano a trovare equilibrio e serenità. Praticarli da piccoli aiuta a crescere. La mia presenza al Forte? Nasce da relazioni che il resort, molto noto in Russia, ha con il mondo dello sport, delle istituzioni e dell'intrattenimento. Nel mio Paese mi hanno nominato ambasciatore degli scacchi. Un manuale degli scacchi? Ho scritto libri tradotti in dodici lingue».
Con Fisher, a cavallo degli anni ’80, come è andata?
«Non ha mai voluto giocare. Poi, ha posto condizioni extra regolamento. E la federazione le ha bocciate. Insomma, è scappato. Peccato, avrei giocato molto volentieri».
E la sfida infinita con Kasparov?
«Il mondo ci ha seguito per dieci anni. Faticosissimo ma una grande promozione per la disciplina».
Maestro, come si diventa campioni?
«Con passione e curiosità. In più devi amare i pezzi, uno per uno, fino a coccolarteli. Mi allenavo sette ore al giorno, studiavo e giocavo. Adesso, mi fermo a tre».
Quand’è che il gioco è diventato una cosa seria?
«Da bambino avevo due sogni: diventare maestro di scacchi e pilota d’aereo. Uno l’ho preso».
C’è una ricetta vincente?
«Se capisci lati forti e deboli dell’avversario, sei a buon punto. Devi studiarlo a fondo, vedere come gioca e tenere tutto a mente. Ma non basta: devi avere fermezza e un filo di coraggio nei momenti top. E serve resistenza fisica».
In famiglia chi l’ha seguita?
«Nessuno. Mia figlia vuol fare la giornalista e ha avuto da poco la prima intervista in esclusiva. Con chi? Col padre».
Nel 2018 avete i mondiali. Escluso la Russia, per chi tifa?
«I paesi del bel calcio: Italia e Brasile».
Karpov ha inaugurato, con il d.g. del Forte Village Lorenzo Giannuzzi, la Chess Academy. Una scuola per gli amanti di re e pedoni. Taglio della fettuccia rossa, tv, flash, contatempo Saitek. Il manager spiega: «La prima Accademia al mondo doveva avere Karpov». Lo scacchista annuisce e ringrazia. Sono oltre duecento le scuole che ha fondato e segue in oltre quaranta paesi: in Italia, a Verona.
Energico, minuto, occhi d’acciaio. Con pochi fronzoli. «La memoria? Conta, ma non tanto. Chi ricorda con facilità è avvantaggiato ma non vince facile». Classe 1951, originario di Zlatoust, centro a 1.600 km da Mosca, figlio di un ingegnere e di una casalinga, il re dello scacco matto ha una laurea in ingegneria mai usata. Amante dei cani, ha un Chihuaua ed un grande collezionista di francobolli: «Una passione che è maturata in giro per il mondo». Dal 2008 deputato nella Duma, il Parlamento russo, fa parte della commissione ecologia e risorse naturali. Karpov al Forte ha sfidato dodici scacchisti in simultanea. Inutile dire che, mentre passa da un tavolino all’altro, il sorriso sottile prende consistenza. All’uomo non dispiace il dominio ma non lo sbandiera. In chiusura, circa venti minuti per mettere tutti ko, i complimenti per un cagliaritano di 9 anni: Alessandro Vargiu, gioca a scacchi da un anno al circolo Mosca di piazza Giovanni XXIII, è in quarta elementare all’ “Infanzia lieta” e ha imparato le regole Ipad. L’anno scorso è stato campione regionale, quinto in Italia e ha fatto le qualificazioni ai mondiali in Georgia. Anatoly gli fa un buffetto: «Molto bene, bravo!».
Profilo basso, impegnato nel sociale, il campione russo ha promosso varie campagne internazionali a favore dei bambini ed è stato promotore di una legge che rende obbligatori gli scacchi nelle scuole dell'obbligo russe. «Gli scacchi favoriscono il ragionamento e aiutano a trovare equilibrio e serenità. Praticarli da piccoli aiuta a crescere. La mia presenza al Forte? Nasce da relazioni che il resort, molto noto in Russia, ha con il mondo dello sport, delle istituzioni e dell'intrattenimento. Nel mio Paese mi hanno nominato ambasciatore degli scacchi. Un manuale degli scacchi? Ho scritto libri tradotti in dodici lingue».
Con Fisher, a cavallo degli anni ’80, come è andata?
«Non ha mai voluto giocare. Poi, ha posto condizioni extra regolamento. E la federazione le ha bocciate. Insomma, è scappato. Peccato, avrei giocato molto volentieri».
E la sfida infinita con Kasparov?
«Il mondo ci ha seguito per dieci anni. Faticosissimo ma una grande promozione per la disciplina».
Maestro, come si diventa campioni?
«Con passione e curiosità. In più devi amare i pezzi, uno per uno, fino a coccolarteli. Mi allenavo sette ore al giorno, studiavo e giocavo. Adesso, mi fermo a tre».
Quand’è che il gioco è diventato una cosa seria?
«Da bambino avevo due sogni: diventare maestro di scacchi e pilota d’aereo. Uno l’ho preso».
C’è una ricetta vincente?
«Se capisci lati forti e deboli dell’avversario, sei a buon punto. Devi studiarlo a fondo, vedere come gioca e tenere tutto a mente. Ma non basta: devi avere fermezza e un filo di coraggio nei momenti top. E serve resistenza fisica».
In famiglia chi l’ha seguita?
«Nessuno. Mia figlia vuol fare la giornalista e ha avuto da poco la prima intervista in esclusiva. Con chi? Col padre».
Nel 2018 avete i mondiali. Escluso la Russia, per chi tifa?
«I paesi del bel calcio: Italia e Brasile».
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