La Nuova Sardegna

«L’Occidente pigro e snob non capisce più il mondo»

di Grazia Brundu
«L’Occidente pigro e snob non capisce più il mondo»

Emanuele Giordana oggi a Perdasdefogu per “Sette sere, sette piazze, sette libri” Le incertezze della politica internazionale al centro dell’incontro con il giornalista 

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PERDASDEFOGU. Così lontano così vicino. È il mondo, oggi che basta navigare online per essere aggiornati in presa diretta. O salire su un aereo per ritrovarsi in un tempo ragionevole dall’altra parte del pianeta. Eppure, dopo l’11 settembre, il terrorismo globale, la guerra diffusa, la disperazione dei migranti, l’informazione usa e getta, hanno fatto perdere al viaggio, e alla scoperta dell’altro da sé, quella leggerezza beata e un po’ incosciente che aveva ancora fino al secolo scorso. E di “leggero”, nel senso peggiore, è rimasto solo un atteggiamento rassegnato di fronte a sconvolgimenti epocali.

Se ne parla nella seconda giornata del festival “Sette sere, sette piazze, sette libri” di Perdasdefogu, che quest’anno ha per tema una citazione di Sergio Atzeni: (Passavamo) “Sulla terra leggeri”, seguita, precisa il direttore artistico Giacomo Mameli, «da un grosso punto interrogativo». Corrispettivo grafico di quell’incertezza che domina gli equilibri mondiali.

Proprio “L’età dell’incertezza” è il titolo dell’incontro di stasera (alle 21.30) con il giornalista Emanuele Giordana. Esperto di politica internazionale, cofondatore dell’associazione “Lettera22” e della rivista ecologista “Terra”, a lungo conduttore di Radio3Mondo, Giordana è autore di libri (ha appena pubblicato per Laterza “Viaggio all’Eden”) e reportage dal Medio Oriente. In particolare dall’Afghanistan, che racconta analizzandone il «ruolo sfortunato di crocevia non solo di culture e continenti - Europa, Asia Centrale, subcontinente indiano - ma anche di una guerra che sta mutando aspetto, è sempre più privatizzata, combattuta dai contractor e fatta dal cielo con i droni». Una guerra asettica, una routine da telegiornale che fa sospirare alzando le spalle: «Vabbé, finché non tocca a me magari mi indigno, però alla fine pazienza!». E invece, ribatte, sarebbe «ora di finirla con questa leggerezza non solo dell’opinione pubblica, ma dei governi, della stampa, dei ricercatori, che dovrebbero dedicare al tema della guerra molta più attenzione. Indignarsi non basta».

Lui, Giordana, su certi temi riflette da decenni, come inviato di guerra e viaggiatore. Per avere un’idea basta leggere “A Oriente del Califfo”, scritto a più mani, e “Viaggio all’Eden”: due facce speculari - un saggio e una narrazione - di una medesima volontà di capire. Il secondo, in particolare, è il racconto di un viaggio, negli anni Settanta, alla fine del liceo, da Milano a Katmandu. «In quel periodo - spiega - si viaggiava con più incoscienza, a parte il fatto che oggi quel viaggio non si può più fare perché in Siria, in Afghanistan, tra l’India e il Pakistan c’è la guerra. In realtà c’era anche allora, quella del Vietnam, una delle più spaventose del secolo passato, ma io arrivai fino in Laos completamente inconsapevole e per pura fortuna non mi successe niente».

Allora la spinta era, più della politica, l’innamoramento per l’avventura e le filosofie orientali, condiviso da un’intera generazione. A distanza di anni, però, quel viaggio «è stato un patrimonio di esperienza che da giornalista mi è servito tantissimo». Anche per scrivere “A Oriente del Califfo”, un’indagine sui motivi che spingono tanti ragazzi ad aderire all’ideologia dell’Isis. E proprio la volontà di capire è il motore della scrittura di Emanuele Giordana. Insieme alla consapevolezza che «lo snobismo dell’Occidente nei confronti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, che vorremmo pronti a ricalcare le nostre orme, ci impedisce di vedere che il mondo è pieno di insegnamenti».

L’Occidente, se vuole avere un ruolo, dovrebbe scegliere piuttosto quello di ricettore dei fermenti della società civile. Si può fare, per iniziare, anche attraverso un festival di cinema. Per esempio “Universo corto” dell’isola d’Elba, dove nella sezione dedicata all’Afghanistan, curata da Giordana, sono stati premiati giovanissimi registi afghani. Peccato, però, chiude Emanuele Giordana «che quando abbiamo tentato di fare la stessa cosa anche in Afghanistan, chiedendo alla nostra ambasciata un contributo di mille euro, ci abbiano detto no».

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