La Nuova Sardegna

Una scuola di libertà, la lezione di don Milani

di Grazia Brundu

Marino Sinibaldi ha ricordato la figura del prete di Barbiana

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SASSARI. È passato mezzo secolo dalla morte di Don Milani, il prete che insegnava ai figli dei contadini e dei montanari, e dalla pubblicazione di “Lettera a una professoressa”. In quello scritto, redatto insieme ai suoi allievi e indirizzato a un’insegnante che aveva bocciato due di loro ad un esame da privatisti, Don Milani consegnava il suo testamento culturale e civile. Cinquant’anni dopo non si è ancora spento il dibattito tra sostenitori e detrattori del suo “metodo” di insegnamento, che si fonda sul riconoscimento di una piena dimensione di autonomia degli allievi. E sul concetto di eguaglianza. Che non equivale, come dicono gli oppositori, a un livellamento delle individualità, ma al dovere di dare a tutti gli strumenti per esprimere al meglio le potenzialità di ognuno. Per essere cittadini del mondo e padroni della propria vita, non semplici ospiti tollerati e sottomessi. Un tema che non ha mai perso rlevanza, in particolare oggi che le discussioni sullo “ius soli” e le classi miste di bambini italiani e migranti, con conoscenze linguistiche e culturali per forza diverse, accendono domande e chiedono risposte urgenti.

Al prete di Barbiana Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio3 e ideatore di “Fahrenheit”, ha dedicato un ciclo di approfondimenti intitolato “La parola prima di tutto. Sulle tracce di Don Milani” (il podcast sul sito della radio), dopo aver incontrato gli ex allievi, oggi sessanta-settantenni, di quel singolare maestro con la tonaca. Sinibaldi, ieri a Sassari per il festival “Sulla terra leggeri”, ha ricordato come «per Don Milani la capacità di esprimersi e di capire ciò che dicono gli altri era la base della libertà. Lui era consapevole che i poveri non hanno potere su se stessi, soffrono di timidezza e di un forte senso di inferiorità perché non posseggono la parola. Per questo nelle sue lezioni obbligava gli allievi a interromperlo tutte le volte che qualcosa non era chiara e non andava avanti finché non erano arrivati tutti allo stesso grado di comprensione».

Oggi il metodo di Don Milani può sembrare semplice buonsenso. O, al contrario, una folle utopia, se si pensa alle scuole, o alle singole sezioni: di serie A e di serie B, dove conta solo la classe sociale dei genitori di chi le frequenta. Per capirne davvero la portata rivoluzionaria, secondo Sinibaldi, bisogna ricordare chi era Lorenzo Milani prima di diventare “Don” e di essere mandato per punizione ad insegnare nel minuscolo borgo toscano di Barbiana. Lui, infatti, era nato nel 1923 da una famiglia fiorentina ricca e colta, la cultura gli scorreva nel sangue per diritto di nascita. Però era sempre stato un ribelle, «non un comunista, ma un classista, nel senso che la sua classe sociale la odiava proprio», dice Sinibaldi. Aveva continuato a rompere le scatole anche alle gerarchie ecclesiastiche, polemizzando, per esempio, sulla virtù dell’obbedienza e sulla necessità dell’obiezione di coscienza da parte dei cappellani militari.

L’esilio di Barbiana, dove arrivò trentunenne e rimase fino alla morte a soli quarantaquattro anni, fu la sua occasione per concretizzare i valori in cui credeva. Lì, racconta Sinibaldi, «arrivavano tutti i disturbati e lui si prendeva cura di loro, parlava con loro e li faceva sentire protagonisti della propria vita. Organizzava conferenze a scuola con politici, sindacalisti e meccanici che spiegavano il funzionamento di un motore. Non pensava che tutti i ragazzi fossero uguali, ma che ciascuno di loro avesse un suo talento da sviluppare e forniva gli strumenti per farlo. Da Barbiana non sono usciti dei geni, ma sicuramente delle persone straordinarie, ciascuno di loro ha dei problemi ma tutti si sentono padroni di se stessi».

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