Cosa Nostra spiegata ai “Pizzinni pizzoni”
di Grazia Brundu
L’incontro di Pietro Grasso al Mercato con i giovani sassaresi
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SASSARI. È ufficiale: Pietro Grasso, il Presidente del Senato, è membro del “Fronte di liberazione dei Pizzinni pizzoni”. A conferirgli l’incarico, venerdì, sulla terrazza del Mercato Civico, di fronte al pubblico del festival Sulla terra leggeri, sono stati due portavoce del collettivo di monelli sassaresi che si batte per una città a misura di bambino. Poco dopo le 22.30 Federica e Eddy, una decina di anni a testa, esempio di integrazione multietnica senza “Ius soli”, salgono sul palco e lo sottopongono a giuramento: «Prometti di ascoltare le proposte dei bambini e di aiutarli nella cittadinanza attiva?». «Prometto», risponde serissimo e divertito la seconda carica dello Stato. Poi accetta la maglietta del Fronte e si impegna perfino a buttare giù qualche chilo per indossarla meglio. Assiste alla cerimonia una Geppi Cucciari in verde smeraldo, che per tutta la sera fa da spalla perfetta e non risparmia battute al vetriolo. Subito dopo il giuramento, sbotta: «Certo che parlare di pizzi(n)ni proprio a te!». Infatti Pietro Grasso è a Sassari non come Presidente del Senato, ma come autore di “Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia” (Feltrinelli, 234 pagine, 17,00 euro), che ripercorre il periodo dall’apertura del Maxiprocesso a Cosa Nostra, Palermo 1986, dove fu giudice a latere, alla strage dei giudici istruttori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sei anni dopo. Però i pizzinni, nel senso di ragazzi, non degli bigliettini criminali di Provenzano, c’entrano eccome.
Il libro, Grasso l’ha dedicato «ai giovani nati dopo il 1992, quelli che quando chiedono ai genitori chi fossero Falcone e Borsellino, si sentono rispondere: “Due magistrati uccisi dalla mafia”. E basta. Io voglio restituire una dimensione umana a loro che furono miei colleghi e miei amici». Non solo a loro, in realtà, ma anche alle centinaia di vittime della guerra sanguinosa tra clan. Pietro Grasso è un fiume in piena di aneddoti e memorie, snocciola nomi che non ci sono più, si emoziona ed emoziona evocando i primi anni Ottanta, quando a Palermo «si viveva in un clima di terrore generale, c’erano autoblindo ad ogni angolo di strada e in pochi anni furono uccisi tutti i vertici delle istituzioni. Tra loro anche Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia». Nel Maxiprocesso, a Grasso, che era un giovane magistrato di Licata, il presidente Giordano aveva affidato il compito di scrivere «una sentenza di settemila pagine per quattrocentosettantacinque imputati responsabili di dieci anni di delitti di mafia». Un compito immane, che richiedeva un addestramento costante al pericolo e alle intimidazioni, oltre a un doloroso sacrificio degli affetti. Gli stava vicino la moglie, Maria, intrepida «professoressa in un paesino a tradizione mafiosa», che non si scompone nemmeno quando gli allievi le fanno trovare la macchina segata in quattro. Con il figlio, che anni dopo diventa ufficiale di polizia, le cose sono più difficili: «Per tanto tempo non mi perdonò di averlo trascurato per il mio lavoro. Il rapporto con lui l’ho recuperato solo al momento della notizia della morte di Giovanni Falcone, che, non avendo figli, tante volte aveva giocato con quelli degli altri», ricorda, dominando la commozione.
Per tutta la sera Pietro Grasso fa riferimenti costanti ai giovani, e di loro vorrebbe parlare a Giovanni Falcone, per dirgli «avevi ragione quando dicevi che la mafia è una cosa umana e come tale destinata a finire». Soprattutto gli direbbe di uno, «il figlio di un mafioso, che dopo aver preso il diploma scappò di casa e dal clan. Anni dopo – racconta – mi arriva una cartolina con scritto: “Ce l’ho fatta”. Era diventato ingegnere in una multinazionale, si era costruito da solo il suo futuro».
Il libro, Grasso l’ha dedicato «ai giovani nati dopo il 1992, quelli che quando chiedono ai genitori chi fossero Falcone e Borsellino, si sentono rispondere: “Due magistrati uccisi dalla mafia”. E basta. Io voglio restituire una dimensione umana a loro che furono miei colleghi e miei amici». Non solo a loro, in realtà, ma anche alle centinaia di vittime della guerra sanguinosa tra clan. Pietro Grasso è un fiume in piena di aneddoti e memorie, snocciola nomi che non ci sono più, si emoziona ed emoziona evocando i primi anni Ottanta, quando a Palermo «si viveva in un clima di terrore generale, c’erano autoblindo ad ogni angolo di strada e in pochi anni furono uccisi tutti i vertici delle istituzioni. Tra loro anche Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia». Nel Maxiprocesso, a Grasso, che era un giovane magistrato di Licata, il presidente Giordano aveva affidato il compito di scrivere «una sentenza di settemila pagine per quattrocentosettantacinque imputati responsabili di dieci anni di delitti di mafia». Un compito immane, che richiedeva un addestramento costante al pericolo e alle intimidazioni, oltre a un doloroso sacrificio degli affetti. Gli stava vicino la moglie, Maria, intrepida «professoressa in un paesino a tradizione mafiosa», che non si scompone nemmeno quando gli allievi le fanno trovare la macchina segata in quattro. Con il figlio, che anni dopo diventa ufficiale di polizia, le cose sono più difficili: «Per tanto tempo non mi perdonò di averlo trascurato per il mio lavoro. Il rapporto con lui l’ho recuperato solo al momento della notizia della morte di Giovanni Falcone, che, non avendo figli, tante volte aveva giocato con quelli degli altri», ricorda, dominando la commozione.
Per tutta la sera Pietro Grasso fa riferimenti costanti ai giovani, e di loro vorrebbe parlare a Giovanni Falcone, per dirgli «avevi ragione quando dicevi che la mafia è una cosa umana e come tale destinata a finire». Soprattutto gli direbbe di uno, «il figlio di un mafioso, che dopo aver preso il diploma scappò di casa e dal clan. Anni dopo – racconta – mi arriva una cartolina con scritto: “Ce l’ho fatta”. Era diventato ingegnere in una multinazionale, si era costruito da solo il suo futuro».
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