ARCHEOGASTRONOMIA AL MUT DI STINTINO
Lumache e orzo nei piatti della Sassari medievale
di Pasquale Porcu
SASSARI. Che cosa si mangiava nel Medioevo? Domani alle 19 al Museo della Tonnara di Stintino se ne parlerà nella conferenza “Archeologia e cucina al Museo-Tra vino e companatico. Ceramiche e...
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SASSARI. Che cosa si mangiava nel Medioevo? Domani alle 19 al Museo della Tonnara di Stintino se ne parlerà nella conferenza “Archeologia e cucina al Museo-Tra vino e companatico. Ceramiche e banchetto nei monasteri” di Marcella Giorgio, funzionaria archeologa del Mibact - Polo museale della Sardegna.A partire dal ritrovamento di ceramiche nei monasteri medioevali, Marcella Giorgio compirà un viaggio nell'alimentazione medioevale. Racconterà cosa e come si mangiava nei monasteri medioevali. Saranno descritti i corredi delle converse nei monasteri femminili, i contenitori utilizzati nelle attività quotidiane, quindi saranno descritti anche i possibili alimenti. Grazie alle analisi fatte sulle ceramiche, infatti, è possibile stabilire, alcuni degli alimenti e delle bevande in uso, tra cui il vino speziato e il cavolo.
Seguirà la degustazione di un piatto medioevale, cucinato dal Ristorante di Porto Torres, Il Gobbo di Pino Pazzola. Sarà servita la "Zuppa del pellegrino" una zuppa di orzo e grano con erbe selvatiche, bietole, finocchietto selvatico e carne di maiale. Una delle fonti migliori per capire che cosa si mangiava fuori dai conventi e dalle case dei nobili e ricchi, sono le ricerche e gli scavi effettuati a Sassari dal gruppo di archeologi diretti da Daniela Rovina della Soprintendenza ai Beni Culturali e contenuti nel volume “Sassari”.Uno dei “giacimenti” di resti alimentari più ricchi dell'alimentazione quotidiana delle famiglie che abitavano nel centro storico sassarese è quello del pozzo di via Sebastiano Satta che sorgeva a due passi dal mercato di Carra Manna (l'attuale piazza Tola, via Cesare Battisti).
Da quel pozzo, utilizzato dagli abitanti del centro storico come discarica, una volta che non conteneva più acqua è emerso un vero e proprio atlante dell'alimentazione di Sassari del 1300. Il materiale, ben conservato nei secoli, e analizzato dagli archeobotanici e dagli archeozoologi, ha consentito di individuare i resti di uva, fichi, mele, pere, sorbe, gelso, more, melograno, meloni, angurie, noci, nocciole, mandorle, cavolo, finocchio, ravanello selvatico, prezzemolo, malva, grano e orzo, sardine, pagelli, molluschi, ricci di mare, pollame, uova, pernici, lumache, erbe selvatiche. Dagli altri scavi, però, si è avuta conferma del consumo di lumache e carni diverse, in particolare maiale. Ma in tempi di carestia i sassaresi hanno mangiato anche carne di gatto e di cani (anche se la vendita era vietata e i venditori accusati di truffa alimentare). Certamente chi poteva consumava cacciagione di pregio e cibi di importazione. Ma i resti di quell'alimentazione non si trovano certo nella parte più povera del centro storico.
Seguirà la degustazione di un piatto medioevale, cucinato dal Ristorante di Porto Torres, Il Gobbo di Pino Pazzola. Sarà servita la "Zuppa del pellegrino" una zuppa di orzo e grano con erbe selvatiche, bietole, finocchietto selvatico e carne di maiale. Una delle fonti migliori per capire che cosa si mangiava fuori dai conventi e dalle case dei nobili e ricchi, sono le ricerche e gli scavi effettuati a Sassari dal gruppo di archeologi diretti da Daniela Rovina della Soprintendenza ai Beni Culturali e contenuti nel volume “Sassari”.Uno dei “giacimenti” di resti alimentari più ricchi dell'alimentazione quotidiana delle famiglie che abitavano nel centro storico sassarese è quello del pozzo di via Sebastiano Satta che sorgeva a due passi dal mercato di Carra Manna (l'attuale piazza Tola, via Cesare Battisti).
Da quel pozzo, utilizzato dagli abitanti del centro storico come discarica, una volta che non conteneva più acqua è emerso un vero e proprio atlante dell'alimentazione di Sassari del 1300. Il materiale, ben conservato nei secoli, e analizzato dagli archeobotanici e dagli archeozoologi, ha consentito di individuare i resti di uva, fichi, mele, pere, sorbe, gelso, more, melograno, meloni, angurie, noci, nocciole, mandorle, cavolo, finocchio, ravanello selvatico, prezzemolo, malva, grano e orzo, sardine, pagelli, molluschi, ricci di mare, pollame, uova, pernici, lumache, erbe selvatiche. Dagli altri scavi, però, si è avuta conferma del consumo di lumache e carni diverse, in particolare maiale. Ma in tempi di carestia i sassaresi hanno mangiato anche carne di gatto e di cani (anche se la vendita era vietata e i venditori accusati di truffa alimentare). Certamente chi poteva consumava cacciagione di pregio e cibi di importazione. Ma i resti di quell'alimentazione non si trovano certo nella parte più povera del centro storico.
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