La letteratura secondo Larsson e Panovich
di Daniela Paba
Al Marina Cafè Noir applausi per gli interventi dello scrittore svedese e del suo collega americano
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CAGLIARI. Incastonato tra i campi sportivi o sotto le mura medievali, Marina Café Noir ha perso quel suo caratteristico sciamare di pubblico, che ora si dispone in ascolto davanti al palco, evitando, come può, le transenne che s’impongono insieme alle misure antiterrorismo. A compensare il disagio del pubblico, il festival ha raffinato i suoi reading, scegliendo con cura gli attori e regalando una colonna sonora a ciascun libro di cui si discute. Così venerdì sera Daniel Dwerryhouse ha dato vita a tutti i personaggi della “Ultima avventura del pirata Long John Silver”, di Bjorn Larsson, accompagnato dalle musiche di Mauro Palmas, mentre Felice Montervino, accompagnato dal quartetto formato da Diego Pani, Luigi Frassetto, Edoardo Melendina e Alessandro Cau ha letto “Radici di sangue”, ispirato a Bull Mountain dello scrittore americano Brian Panovich; Cristina Maccioni ha ricordato con grazia commossa il rapporto di Giulio Angioni col mare, consegnato alle sue più recenti poesie.
Tra Larsson e Panovich, una distanza siderale, come tra il jazz nordico e l’America country. Lo scrittore svedese (che si esprime in un italiano esemplare) ha raccontato la scoperta dell’Italia conseguenza di un successo editoriale inaspettat: «Da noi l’idea delle radici non esiste, voi avete un bagaglio di storia enorme nello zaino, noi siamo più liberi». Ma uno può anche avere voglia di rompere col passato, andare via, cambiare. L’avventura per mare rappresenta una possibilità di cambiamento, una scelta di libertà e di solitudine: «Per me libertà è sapere che ho pagato una barca, che nessuno mi aspetta sotto l’orizzonte e nessuno mi rimpiange quando parto». Una libertà che chiede tempo, ritmo e sacrifici: «Uno scrittore ha bisogno di stare solo, anche se poi la libertà assoluta crea il vuoto d’amore e di amicizie e allora, come per Silver, la solitudine diventa peggio della morte». Larsson ha spiegato quanto sia difficile trattare l’attualità: «La letteratura è immaginazione, noi pensiamo che le cose procedano sempre uguali ma lei è lì a svelarci la possibilità che un cambiamento accada, basta una volta sola: il muro di Berlino, l’11 Settembre. È l’opposto della statistica».
Panovich si presenta a Mcn come un uomo fortunato che ieri faceva musica e ora scopre il proprio talento come autore di crime novel in versione pop, una sorta di Tarantino attento a raccontare radici e famiglia, come un tempo gli italiani d’America, criminali per opportunità e destino: «La famiglia è universale» ripete. La violenza dei Burroghs entra nel noir americano ma Panovich la racconta dalla parte della vittima, ne descrive le conseguenze, lui che, mentre cercava di dare una struttura cronologica alla sua storia, ha scoperto di essere maestro negli intrecci.
Tra Larsson e Panovich, una distanza siderale, come tra il jazz nordico e l’America country. Lo scrittore svedese (che si esprime in un italiano esemplare) ha raccontato la scoperta dell’Italia conseguenza di un successo editoriale inaspettat: «Da noi l’idea delle radici non esiste, voi avete un bagaglio di storia enorme nello zaino, noi siamo più liberi». Ma uno può anche avere voglia di rompere col passato, andare via, cambiare. L’avventura per mare rappresenta una possibilità di cambiamento, una scelta di libertà e di solitudine: «Per me libertà è sapere che ho pagato una barca, che nessuno mi aspetta sotto l’orizzonte e nessuno mi rimpiange quando parto». Una libertà che chiede tempo, ritmo e sacrifici: «Uno scrittore ha bisogno di stare solo, anche se poi la libertà assoluta crea il vuoto d’amore e di amicizie e allora, come per Silver, la solitudine diventa peggio della morte». Larsson ha spiegato quanto sia difficile trattare l’attualità: «La letteratura è immaginazione, noi pensiamo che le cose procedano sempre uguali ma lei è lì a svelarci la possibilità che un cambiamento accada, basta una volta sola: il muro di Berlino, l’11 Settembre. È l’opposto della statistica».
Panovich si presenta a Mcn come un uomo fortunato che ieri faceva musica e ora scopre il proprio talento come autore di crime novel in versione pop, una sorta di Tarantino attento a raccontare radici e famiglia, come un tempo gli italiani d’America, criminali per opportunità e destino: «La famiglia è universale» ripete. La violenza dei Burroghs entra nel noir americano ma Panovich la racconta dalla parte della vittima, ne descrive le conseguenze, lui che, mentre cercava di dare una struttura cronologica alla sua storia, ha scoperto di essere maestro negli intrecci.
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