“Tangerine”, viaggio tra jazz e psichedelia
di Andrea Musio
A “Musica sulle Bocche” il nuovo progetto di Enzo Favata ha ipnotizzato la platea per oltre un’ora
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SANTA TERESA. Un viaggio psichedelico nella musica cosmica ispirata dai Tangerine Dream. Parte dal concetto musicale innovativo della band tedesca della fine degli anni Sessanta, l'idea di Enzo Favata nella concretizzazione di una passione musicale per la psichedelia e l’elettronica, oltre al jazz, e la realizzazione del progetto originale Tangerine.
La scelta, forzata dalle condizioni meteorologiche precarie, di spostare l'evento all'interno del Teatro Nelson Mandela, si è rivelata azzeccata. Un'atmosfera che difficilmente si sarebbe potuta ottenere nello spazio all'aperto di Piazza Santa Lucia dove era previsto l'appuntamento, inserito nel cartellone di Musica sulle Bocche. Un concerto, quello di sabato sera, che ha catalizzato l'attenzione del pubblico per oltre un’ora. Una musica ipnotizzante in cui i sassofoni di Favata, la chitarra di Marcello Peghin, il contrabbasso di Salvatore Maiore, le batteria del giovane talentuoso Alessandro Cau ed il trombone di Filippo Vignato, sono stati filtrati con l'utilizzo di effetti elettronici per creare loop, distorsioni e tanto altro ancora. Un “continuum” di suoni e rumori compatti, tanto da non riuscire più a distinguere il sound dei singoli strumenti, momento in cui la mente dell'ascoltatore smette di razionalizzare e si lascia guidare verso viaggi che poco hanno a che fare con le esperienze terrene. Difficile comprendere il risultato per chi non era presente. Bisogna ricorrere a dei paragoni musicali per esplicare al meglio quello che è stato “Tangerine”. Se Frank Zappa avesse potuto collaborare con i Radiohead, oppure se i Pink Floyd rielaborassero “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles ed ancora se il fondatore dei Tangerine Dream, Edgar Froese (scomparso due anni fa) avesse composto insieme ai Gong. “Via del Sale”, “Berlinerin”, “Juno” e “Oasi” tra i brani eseguiti dal vivo.
Trascinante esibizione, quella in apertura di serata al Teatro Mandela con una scintillante performance dei Troi Griòts, ovvero, Roberto Ottaviano al sassofono, Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. Groove e melodia si sposano perfettamente nel concerto intitolato “From Africa to eternity”. Una ricerca ben riuscita di rumori e suoni ancestrali che parte dalle tradizioni tribali africane per approdare alle Americhe moderne di Coltrain e Hellington, in un viaggio senza tempo e a ritroso che passa attraverso la Santeria degli Orishas, il barocco spagnolo, il gregoriano e il madrigale dei pellegrini. Un set eccitante.
La scelta, forzata dalle condizioni meteorologiche precarie, di spostare l'evento all'interno del Teatro Nelson Mandela, si è rivelata azzeccata. Un'atmosfera che difficilmente si sarebbe potuta ottenere nello spazio all'aperto di Piazza Santa Lucia dove era previsto l'appuntamento, inserito nel cartellone di Musica sulle Bocche. Un concerto, quello di sabato sera, che ha catalizzato l'attenzione del pubblico per oltre un’ora. Una musica ipnotizzante in cui i sassofoni di Favata, la chitarra di Marcello Peghin, il contrabbasso di Salvatore Maiore, le batteria del giovane talentuoso Alessandro Cau ed il trombone di Filippo Vignato, sono stati filtrati con l'utilizzo di effetti elettronici per creare loop, distorsioni e tanto altro ancora. Un “continuum” di suoni e rumori compatti, tanto da non riuscire più a distinguere il sound dei singoli strumenti, momento in cui la mente dell'ascoltatore smette di razionalizzare e si lascia guidare verso viaggi che poco hanno a che fare con le esperienze terrene. Difficile comprendere il risultato per chi non era presente. Bisogna ricorrere a dei paragoni musicali per esplicare al meglio quello che è stato “Tangerine”. Se Frank Zappa avesse potuto collaborare con i Radiohead, oppure se i Pink Floyd rielaborassero “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles ed ancora se il fondatore dei Tangerine Dream, Edgar Froese (scomparso due anni fa) avesse composto insieme ai Gong. “Via del Sale”, “Berlinerin”, “Juno” e “Oasi” tra i brani eseguiti dal vivo.
Trascinante esibizione, quella in apertura di serata al Teatro Mandela con una scintillante performance dei Troi Griòts, ovvero, Roberto Ottaviano al sassofono, Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. Groove e melodia si sposano perfettamente nel concerto intitolato “From Africa to eternity”. Una ricerca ben riuscita di rumori e suoni ancestrali che parte dalle tradizioni tribali africane per approdare alle Americhe moderne di Coltrain e Hellington, in un viaggio senza tempo e a ritroso che passa attraverso la Santeria degli Orishas, il barocco spagnolo, il gregoriano e il madrigale dei pellegrini. Un set eccitante.
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