La Nuova Sardegna

Anche l’architetto Melandri è uscito di scena

di Giorgio Gosetti
Anche l’architetto Melandri è uscito di scena

È morto a 88 anni Gastone Moschin, indimenticabile interprete di “Amici miei” e “Signore e Signori”

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ROMA. Chi lo potrebbe dimenticare in «Signore e Signori» di Pietro Germi o in «Amici miei» di Mario Monicelli? Gastone Moschin che se ne va in silenzio a 88 anni in una sera di fine estate, è stato un gigante del miglior cinema italiano senza mai curarsi di diventarne un mito. La sua vera vita infatti era sulle tavole del palcoscenico, i suoi interessi erano distanti anni luce dai suoi anti-eroi cinematografici e la sua passione del mestiere gli faceva preferire una parte di contorno perfettamente incisa ad un protagonista fuori fuoco.

È morto a Terni a due passi dalla sua casa vicino Narni dove si era rifugiato già dagli anni '90 dando vita, insieme all'ex moglie Marzia Ubaldi e alla figlia Emanuela una scuola di recitazione che occupava il suo tempo insieme al centro di ippoterapia con i suoi adorati cavalli. Della fantastica compagnia di «Amici miei» in cui era il goffo architetto Melandri, era l'ultimo sopravvissuto ed aveva partecipato nel 2010 alle feste di compleanno per quello che resta uno dei capolavori della commedia all'italiana. A Roma, dove era arrivato appena ventenne, si era innamorato del teatro ed ebbe le sue prime opportunità grazie allo Stabile di Genova e poi al Piccolo Teatro di Milano, tra Pirandello e Checov. Approda al cinema per ragioni alimentari nel '55 con la regia di Anton Giulio Majano («La rivale») e poi sarà ospite fisso dei grandi sceneggiati televisivi dei primi anni '60. Intanto però, nel 1959, ha una seconda opportunità sul grande schermo e non la spreca, ultimo arruolato nella compagnia dei «Soliti ignoti» con il secondo capitolo della saga con la regia di Nanni Loy E poi in rapida sequenza: «Anni ruggenti» per Luigi Zampa, «La rimpatriata» per Damiani, «La visita» con Pietrangeli, perfino l'epico «Cento cavalieri» con Cottafavi. Capisce presto che i personaggi negativi, un po’ codardi, un po’ marpioni possono dargli spazio per una vasta gamma di tipizzazioni dell'italiano medio ma il suo vero pigmalione sarà Pietro Germi con «Signore e signori» del 1964. Nel 1965 gli propongono una parte da protagonista nei «Sette uomini d'oro» di Marco Vicario e iIl film è un inatteso campione d'incassi. Il cinema d'autore lo considera ormai un'icona come fa Bertolucci con «Il conformista».

Lo ingaggia perfino Francis Coppola per la seconda parte del «Padrino», ma è nel 1975 con «Amici miei» di Mario Monicelli che compie il capolavoro della sua maturità: eterno bambino, trascinato dal cane e dalla moglie fino alla rovina, disegna un personaggio indimenticabile che riproporrà cinque anni dopo nel secondo capitolo e poi in quello conclusivo a firma di Nanni Loy. L'ultima apparizione ha il marchio della serialità televisiva con un cammeo in «Don Matteo» nel 2000/2001. Era un uomo buono, eternamente impegnato a giocare a nascondino con la sua vera immagine che celava sotto mille maschere davanti alla cinepresa o per il suo pubblico di ogni sera.



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