L’Italia senza veli di Cecilia Mongini
di Paolo Curreli
Un reportage del 1952 in un’esposizione promossa dall’Isre
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SASSARI. Giovedì 21 settembre, alle 18,30 a Nuoro al Museo del costume inaugura la mostra “Isole, Lipari, Panarea”, di Cecilia Mangini. Decana della fotografia e della cinematografia documentaristica italiana, comincia a lavorare nell’epoca in cui il Neorealismo è l’aspetto più interessante e innovativo del cinema italiano e in cui l’etnografia documenta in modo sempre più profondo le mutazioni che l’antica civiltà contadina subisce nel secondo dopoguerra.
Cresciuta nell’humus di un mondo nato con il “ritorno all’ordine” – richiesto dall’Italia fascista – Cecilia Mangini è capace di utilizzare una visione compositiva classica, nell’indagine di un Paese da ricostruire in un contesto ancora miracolosamente vergine. Universo che verrà letto e interpretato dalla visione di intellettuali del calibro di Pasolini, Moravia, Montale, Pratolini.
In mostra a Nuoro le foto scattate nel 1952 tra Lipari e Panarea. Una vera scoperta, perché tra gli scatti di Lipari, in tutto 46, ben 20 non sono mai stati stampati, mentre le foto scattate a Panarea sono tutte inedite, tranne due. Un tesoro prezioso che si aggiunge alla ricca collezione dell’Isre, l’Istituto superiore regionale etnografico di Nuoro: 22 istantanee di Panarea, infatti, firmate dall’artista e stampate in questi giorni, saranno donate all’istituto nuorese.
Le foto di Cecilia Mangini sono immagini ricche di contrasti, in piena luce mediterranea, dove a emergere è il gesto unico e irripetibile del sapere materiale. Apparentemente documentaristiche: ma piene della cultura artistica italiana fatta di cinema, di pittura, originale, cariche della forza della cultura nazionale di quegli anni: con lo sguardo nuovo del Futurismo e tutta la magia della metafisica di De Chirico, e il ricchissimo retroterra culturale che sfocerà in quegli anni nel Neorealismo.
Cecilia Mangini nel 1952, appena compiuti 25 anni, comincia a dedicarsi professionalmente alla fotografia. Il suo strumento è una reflex, una Zeiss SuperIkonta 6x6. Va in Sicilia, a Lipari, per realizzare un servizio fotografico, documenta con istantanee realistiche le dure condizioni del lavoro nelle cave di pomice. Il fotoreportage è poetico e drammatico ma non cede mai al sentimentalismo e non sarà mai pubblicato nei giornali dell’epoca. Un lavoro che però, da un segnale preciso del particolarissimo “punto di vista” che muove lo sguardo di Cecilia. Una strada che non molti anni dopo la porterà a documentare la realtà con il cinema. Debutta nel documentario nel 1957, con “Ignoti alla città”, ispirato a “Ragazzi di Vita” di Pasolini che, dopo una visione in moviola, accetta di scrivere i testi. Il corto viene censurato con l’accusa di immoralità, ma è l’inizio di una collaborazione tra Pasolini e la regista, che si rinnoverà per “Stendalì (Ancora suonano)” del 1960, tratto da “Morte e pianto rituale” di Ernesto De Martino, su un canto sacro funebre in dialetto greco delle donne di Martano, in Salento, e “La canta delle marane” (1962), dove torna fra i ragazzi di vita. A fine anni ’50 Cecilia Mangini incontra l’uomo che diventa suo marito e compagno d’arte, Lino Del Fra (scomparso nel 1997) con cui realizza diverse opere. Il suo documentario più recente è “In viaggio con Cecilia” (2013), realizzato con l’amica e allieva Mariangela Barbanente.
La rassegna cinematografica con i lavori di Cecilia Mangini sarà inaugurata venerdì 22 alle 18,30, nell’Auditorium Lilliu del Museo del Costume di Nuoro. Il catalogo della mostra, a cura di Claudio Domini e Paolo Pisanelli in collaborazione con Maura Picciau, contiene preziosi saggi di Cecilia Mangini, Concita De Gregorio, Felice Laudadio e Claudio Domini.
Mercoledì 20 alle 11, nell’ Auditorium Lilliu sarà presente Cecilia Mangini, fresca dei suoi novant’anni appena compiuti, per la presentazione della mostra.
Cresciuta nell’humus di un mondo nato con il “ritorno all’ordine” – richiesto dall’Italia fascista – Cecilia Mangini è capace di utilizzare una visione compositiva classica, nell’indagine di un Paese da ricostruire in un contesto ancora miracolosamente vergine. Universo che verrà letto e interpretato dalla visione di intellettuali del calibro di Pasolini, Moravia, Montale, Pratolini.
In mostra a Nuoro le foto scattate nel 1952 tra Lipari e Panarea. Una vera scoperta, perché tra gli scatti di Lipari, in tutto 46, ben 20 non sono mai stati stampati, mentre le foto scattate a Panarea sono tutte inedite, tranne due. Un tesoro prezioso che si aggiunge alla ricca collezione dell’Isre, l’Istituto superiore regionale etnografico di Nuoro: 22 istantanee di Panarea, infatti, firmate dall’artista e stampate in questi giorni, saranno donate all’istituto nuorese.
Le foto di Cecilia Mangini sono immagini ricche di contrasti, in piena luce mediterranea, dove a emergere è il gesto unico e irripetibile del sapere materiale. Apparentemente documentaristiche: ma piene della cultura artistica italiana fatta di cinema, di pittura, originale, cariche della forza della cultura nazionale di quegli anni: con lo sguardo nuovo del Futurismo e tutta la magia della metafisica di De Chirico, e il ricchissimo retroterra culturale che sfocerà in quegli anni nel Neorealismo.
Cecilia Mangini nel 1952, appena compiuti 25 anni, comincia a dedicarsi professionalmente alla fotografia. Il suo strumento è una reflex, una Zeiss SuperIkonta 6x6. Va in Sicilia, a Lipari, per realizzare un servizio fotografico, documenta con istantanee realistiche le dure condizioni del lavoro nelle cave di pomice. Il fotoreportage è poetico e drammatico ma non cede mai al sentimentalismo e non sarà mai pubblicato nei giornali dell’epoca. Un lavoro che però, da un segnale preciso del particolarissimo “punto di vista” che muove lo sguardo di Cecilia. Una strada che non molti anni dopo la porterà a documentare la realtà con il cinema. Debutta nel documentario nel 1957, con “Ignoti alla città”, ispirato a “Ragazzi di Vita” di Pasolini che, dopo una visione in moviola, accetta di scrivere i testi. Il corto viene censurato con l’accusa di immoralità, ma è l’inizio di una collaborazione tra Pasolini e la regista, che si rinnoverà per “Stendalì (Ancora suonano)” del 1960, tratto da “Morte e pianto rituale” di Ernesto De Martino, su un canto sacro funebre in dialetto greco delle donne di Martano, in Salento, e “La canta delle marane” (1962), dove torna fra i ragazzi di vita. A fine anni ’50 Cecilia Mangini incontra l’uomo che diventa suo marito e compagno d’arte, Lino Del Fra (scomparso nel 1997) con cui realizza diverse opere. Il suo documentario più recente è “In viaggio con Cecilia” (2013), realizzato con l’amica e allieva Mariangela Barbanente.
La rassegna cinematografica con i lavori di Cecilia Mangini sarà inaugurata venerdì 22 alle 18,30, nell’Auditorium Lilliu del Museo del Costume di Nuoro. Il catalogo della mostra, a cura di Claudio Domini e Paolo Pisanelli in collaborazione con Maura Picciau, contiene preziosi saggi di Cecilia Mangini, Concita De Gregorio, Felice Laudadio e Claudio Domini.
Mercoledì 20 alle 11, nell’ Auditorium Lilliu sarà presente Cecilia Mangini, fresca dei suoi novant’anni appena compiuti, per la presentazione della mostra.
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