Mario Faticoni: «Ormai il teatro è diventato un passatempo per ricchi»
di Roberta Sanna
Gli 80 anni dell’attore protagonista dei palcoscenici sardi, dalle grandi stagioni degli anni Settanta e Ottanta al pessimismo attuale
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CAGLIARI. «Nel nostro Paese, di immensa tradizione teatrale, lo spettacolo non è più un mestiere riconosciuto, ma un passatempo per ricchi o aspiranti poverissimi. Come gli insegnanti, gli uomini e le donne di spettacolo possono dedicare al proprio lavoro soltanto gli scampoli rubati alla vera attività che consiste nel trovare fondi, compilare carte bollate, curare i rapporti con politici nazionali o locali e tirare così a campare». Mario Faticoni, protagonista e testimone di mezzo secolo di teatro in Sardegna, sceglie di esordire con queste riflessioni di Curzio Maltese, in esergo all’intervista per gli ottant’anni che non dimostra e non sente ma ha appena compiuto.
«Capisci come siamo ridotti? – commenta –. Tu hai fatto in tempo a vivere la stagione del teatro d’impegno, del teatro d’arte. Hanno del miracoloso quegli anni ’70 e ’80. Voglio ricordare un momento dell’aprile del 1970. Dopo il contrastato esordio con “Omobono e gli incendiari” ci eravamo rifugiati in una cantina di Castello dove avevamo fatto Arrabal e Mrosek, siamo riemersi e a quel punto ero sposato, erano nati i miei figli, ero collaboratore scientifico della Pfizer, e negli uffici della cooperativa mi dicevo: cosa faccio qui?». Un momento di crisi che preludeva però ad un periodo trascinante. «Allora non avevo ancora incontrato e portato in Sardegna Gianfranco Mazzoni che oltre a Brecht nell’ottobre del ’70, avrebbe fatto Su Connottu, Parliamo di miniera, Carrasegare. E non avevo incontrato Marco Parodi con “I carabinieri” e il progetto Brecht e gli atti unici di Campanile, Pinter, Beckett, e Giacomo Colli con “Quelli delle labbra bianche”. Per fortuna viaggiando per lavoro tra Roma e Milano presi contatto con quei registi. È vero c’era anche Zappareddu, Corrado Gai, ma insomma la propulsione che ho dato io sarebbe mancata. Forse tutto il ramo produttivo che c’è oggi a Sardegna Teatro non ci sarebbe. Si sarebbe mantenuto il ramo dell’ospitalità, perché la borghesia cagliaritana non può fare a meno degli spettacoli che arrivano da fuori, dal cinema, dalla tv. Fa venire la pelle d’oca pensare che attori come Franco Noè, Tino Petilli, Lia Careddu e altri non ci sarebbero stati. Perché gli attori vanno dietro agli spettacoli». Fertile anche la prima metà degli anni ’80. Nell’82/83 nascono quelle che Faticoni chiama le tre A (Alkestis, Actores Alidos e Akroama) e le due C (Cadadie e Crogiuolo». «Il teatro a Cagliari l’hanno fatto questi cinque. L’ho detto anche al sindaco: e voi li mettete a gara, col rischio di perderli? E qui entriamo nella politica. C’è stata un’involuzione per cui non si è più data attenzione a chi produceva e intraprendeva. Io mi reputo un finanziatore del teatro sardo. Tutti i successi del Teatro dell’Arco sono stati possibili perché accettavo di perdere soldi, me lo potevo permettere perché facevo altri lavori, oltre il collaboratore farmaceutico e il giornalista, l’insegnante al Conservatorio di Cagliari».
Ma lo sguardo di Mario Faticoni non è rivolto al passato se non per trarne energia e riflessioni per il presente ed il futuro, anche se lo sguardo ora è pessimista. Lo spiega con un esempio. «Mi è capitato di sentire da un intellettuale che stimo molto la confessione “io di teatro non ne sapevo niente”. In questa affermazione c’è la verità profonda dell’ignoranza estetica verso il linguaggio teatrale, che è una comunicazione emotiva, ma di tipo artistico. In teatro si comunicano i miti, gli archetipi. Per fare questo occorre una perizia tecnica, uno studio e prima di tutto un bagno filosofico dentro le tematiche della vicenda umana. Aggiungi la morte di esperienze che non son state supportate, non solo per il teatro, ma anche per la musica e la danza. Chi si affaccia al teatro oggi in Sardegna può non soffrire come soffro io, perché pensa che ormai dappertutto sia così. Ma se tu parli con un ottantenne che ha avuto la possibilità di vedere un’altra Cagliari e un’altra Sardegna, la risposta è in negativo. Anche se mi rimane la mia energia, i miei progetti. E la speranza nei giovani. Ho scritto i miei libri sulla storia del teatro in Sardegna anche per loro. Se uno li legge bene si accorge che non si è “figli di nessuno”, che una tradizione di grande teatro c’è stata. Allora potrebbe mettersi in moto un meccanismo di ritorno ai libri, allo studio, per ripartire con consapevolezza».
«Capisci come siamo ridotti? – commenta –. Tu hai fatto in tempo a vivere la stagione del teatro d’impegno, del teatro d’arte. Hanno del miracoloso quegli anni ’70 e ’80. Voglio ricordare un momento dell’aprile del 1970. Dopo il contrastato esordio con “Omobono e gli incendiari” ci eravamo rifugiati in una cantina di Castello dove avevamo fatto Arrabal e Mrosek, siamo riemersi e a quel punto ero sposato, erano nati i miei figli, ero collaboratore scientifico della Pfizer, e negli uffici della cooperativa mi dicevo: cosa faccio qui?». Un momento di crisi che preludeva però ad un periodo trascinante. «Allora non avevo ancora incontrato e portato in Sardegna Gianfranco Mazzoni che oltre a Brecht nell’ottobre del ’70, avrebbe fatto Su Connottu, Parliamo di miniera, Carrasegare. E non avevo incontrato Marco Parodi con “I carabinieri” e il progetto Brecht e gli atti unici di Campanile, Pinter, Beckett, e Giacomo Colli con “Quelli delle labbra bianche”. Per fortuna viaggiando per lavoro tra Roma e Milano presi contatto con quei registi. È vero c’era anche Zappareddu, Corrado Gai, ma insomma la propulsione che ho dato io sarebbe mancata. Forse tutto il ramo produttivo che c’è oggi a Sardegna Teatro non ci sarebbe. Si sarebbe mantenuto il ramo dell’ospitalità, perché la borghesia cagliaritana non può fare a meno degli spettacoli che arrivano da fuori, dal cinema, dalla tv. Fa venire la pelle d’oca pensare che attori come Franco Noè, Tino Petilli, Lia Careddu e altri non ci sarebbero stati. Perché gli attori vanno dietro agli spettacoli». Fertile anche la prima metà degli anni ’80. Nell’82/83 nascono quelle che Faticoni chiama le tre A (Alkestis, Actores Alidos e Akroama) e le due C (Cadadie e Crogiuolo». «Il teatro a Cagliari l’hanno fatto questi cinque. L’ho detto anche al sindaco: e voi li mettete a gara, col rischio di perderli? E qui entriamo nella politica. C’è stata un’involuzione per cui non si è più data attenzione a chi produceva e intraprendeva. Io mi reputo un finanziatore del teatro sardo. Tutti i successi del Teatro dell’Arco sono stati possibili perché accettavo di perdere soldi, me lo potevo permettere perché facevo altri lavori, oltre il collaboratore farmaceutico e il giornalista, l’insegnante al Conservatorio di Cagliari».
Ma lo sguardo di Mario Faticoni non è rivolto al passato se non per trarne energia e riflessioni per il presente ed il futuro, anche se lo sguardo ora è pessimista. Lo spiega con un esempio. «Mi è capitato di sentire da un intellettuale che stimo molto la confessione “io di teatro non ne sapevo niente”. In questa affermazione c’è la verità profonda dell’ignoranza estetica verso il linguaggio teatrale, che è una comunicazione emotiva, ma di tipo artistico. In teatro si comunicano i miti, gli archetipi. Per fare questo occorre una perizia tecnica, uno studio e prima di tutto un bagno filosofico dentro le tematiche della vicenda umana. Aggiungi la morte di esperienze che non son state supportate, non solo per il teatro, ma anche per la musica e la danza. Chi si affaccia al teatro oggi in Sardegna può non soffrire come soffro io, perché pensa che ormai dappertutto sia così. Ma se tu parli con un ottantenne che ha avuto la possibilità di vedere un’altra Cagliari e un’altra Sardegna, la risposta è in negativo. Anche se mi rimane la mia energia, i miei progetti. E la speranza nei giovani. Ho scritto i miei libri sulla storia del teatro in Sardegna anche per loro. Se uno li legge bene si accorge che non si è “figli di nessuno”, che una tradizione di grande teatro c’è stata. Allora potrebbe mettersi in moto un meccanismo di ritorno ai libri, allo studio, per ripartire con consapevolezza».
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