Addio a Pierluigi Cappello, il poeta della gentilezza
di Alessandro Marongiu
L’autore friulano e la sua passione per la vita nonostante la sofferenza fisica Un’esistenza accompagnata da tanti riconoscimenti e da problemi economici
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«Pensa di aver scritto grazie alla malattia o nonostante la malattia?», aveva chiesto nel 2014 Cristina Taglietti a Pierluigi Cappello. Lui aveva risposto allo stesso modo di sempre: «Nonostante quello che mi è successo, senza dubbio. Non ci sono moventi precisi che ti portano alla scrittura: ci sono piccoli passi, sussulti dell’esistenza, c’è una passione che, secondo me, è innata».
Per gran parte della sua vita, conclusasi tre giorni fa, il poeta friulano, («il poeta della gentilezza, forse il più grande poeta italiano contemporaneo» ha scritto di lui Caporale su Il Fatto Quotidiano lunedì scorso), aveva infatti dovuto convivere non solo con l’immobilità, ma anche con la sofferenza fisica – una sofferenza che negli ultimi anni era cresciuta, limitandone di molto gli spostamenti e le apparizioni in pubblico, quelle che gli consentivano di tenere lezioni e parlare dei suoi versi, o di ritirare qualcuno dei tanti premi che gli venivano ormai con puntualità attribuiti. Nato a Gemona del Friuli nel 1967, Cappello era costretto alla sedia a rotelle dal 1983, quando un incidente in moto gli portò via un amico e la possibilità di continuare a gareggiare da centometrista. Ma non era questo ad averlo orientato verso la poesia, ribadiva ogni volta con la stessa fermezza e con la stessa serenità, anche nei momenti più bui, o nel lungo periodo in cui aveva dovuto abitare in una fatiscente baracca, donazione dall’Austria al Friuli dopo il terremoto del 1976. Era qualcosa di ben più profondo, che aveva dentro di sé già alla nascita e che l’ha accompagnato fino alla fine: appena una settimana fa, ben consapevole delle sue gravi condizioni, ha avuto ancora la forza di consegnare ad Antonello Caporale una nuova silloge, la sua ultima, “Ogni giorno dal cielo alla notte”. L’esordio con “Le nebbie” è del 1994; gli fanno seguito “La misura dell’erba” (1998), “Il me donzel” (1999), “Amôrs” (1999), “Dentro Gerico” (2002), “Dittico” (2004, vincitore del Premio Montale, con poesie sia in italiano che in friulano) e “Una rosa” (2005); nel 2006, forse, il vero punto di svolta: l’uscita per Crocetti della raccolta della maggior parte dei suoi versi inediti, “Assetto di volo”, lo porta alla vittoria di quattro premi letterari; quattro anni dopo, sempre per Crocetti, è la volta di “Mandate a dire all'imperatore”, e più avanti, nel 2013, il passaggio a Bur, con “Azzurro elementare. Poesie 1992-2010” prima e “Stato di quiete. Poesie 2010-2016” poi.
E se fama e riconoscimenti aumentano (gli viene conferita la cittadinanza onoraria di Tarcento e di Udine, la cui Università gli conferisce anche la laurea honoris causa), per Cappello aumentano purtroppo anche le difficoltà: sempre meno indipendente e in condizioni di estrema indigenza, può almeno contare su una grande mobilitazione di personaggi della cultura e di privati cittadini che, partita nel 2012, gli fa ottenere una pensione con la Legge Bacchelli. Così Maurizio Crosetti chiude il suo ricordo del poeta su La Repubblica: «Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c'è una parola bellissima e intraducibile, "inniò", si potrebbe dire "in nessun dove". Ecco, il caro Pierluigi ora è lì».
Per gran parte della sua vita, conclusasi tre giorni fa, il poeta friulano, («il poeta della gentilezza, forse il più grande poeta italiano contemporaneo» ha scritto di lui Caporale su Il Fatto Quotidiano lunedì scorso), aveva infatti dovuto convivere non solo con l’immobilità, ma anche con la sofferenza fisica – una sofferenza che negli ultimi anni era cresciuta, limitandone di molto gli spostamenti e le apparizioni in pubblico, quelle che gli consentivano di tenere lezioni e parlare dei suoi versi, o di ritirare qualcuno dei tanti premi che gli venivano ormai con puntualità attribuiti. Nato a Gemona del Friuli nel 1967, Cappello era costretto alla sedia a rotelle dal 1983, quando un incidente in moto gli portò via un amico e la possibilità di continuare a gareggiare da centometrista. Ma non era questo ad averlo orientato verso la poesia, ribadiva ogni volta con la stessa fermezza e con la stessa serenità, anche nei momenti più bui, o nel lungo periodo in cui aveva dovuto abitare in una fatiscente baracca, donazione dall’Austria al Friuli dopo il terremoto del 1976. Era qualcosa di ben più profondo, che aveva dentro di sé già alla nascita e che l’ha accompagnato fino alla fine: appena una settimana fa, ben consapevole delle sue gravi condizioni, ha avuto ancora la forza di consegnare ad Antonello Caporale una nuova silloge, la sua ultima, “Ogni giorno dal cielo alla notte”. L’esordio con “Le nebbie” è del 1994; gli fanno seguito “La misura dell’erba” (1998), “Il me donzel” (1999), “Amôrs” (1999), “Dentro Gerico” (2002), “Dittico” (2004, vincitore del Premio Montale, con poesie sia in italiano che in friulano) e “Una rosa” (2005); nel 2006, forse, il vero punto di svolta: l’uscita per Crocetti della raccolta della maggior parte dei suoi versi inediti, “Assetto di volo”, lo porta alla vittoria di quattro premi letterari; quattro anni dopo, sempre per Crocetti, è la volta di “Mandate a dire all'imperatore”, e più avanti, nel 2013, il passaggio a Bur, con “Azzurro elementare. Poesie 1992-2010” prima e “Stato di quiete. Poesie 2010-2016” poi.
E se fama e riconoscimenti aumentano (gli viene conferita la cittadinanza onoraria di Tarcento e di Udine, la cui Università gli conferisce anche la laurea honoris causa), per Cappello aumentano purtroppo anche le difficoltà: sempre meno indipendente e in condizioni di estrema indigenza, può almeno contare su una grande mobilitazione di personaggi della cultura e di privati cittadini che, partita nel 2012, gli fa ottenere una pensione con la Legge Bacchelli. Così Maurizio Crosetti chiude il suo ricordo del poeta su La Repubblica: «Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c'è una parola bellissima e intraducibile, "inniò", si potrebbe dire "in nessun dove". Ecco, il caro Pierluigi ora è lì».
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