La Nuova Sardegna

Kazuo Ishiguro uno sguardo acuto su memoria e oblio

di Alessandro Marongiu

L’Accademia vota lo scrittore anglo-giapponese Tra le sue opere “Quel che resta del giorno”

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Per «aver svelato, in romanzi di grande forza emotiva, l’abisso che sottostà al nostro senso illusorio di connessione con il mondo», l’Accademia di Svezia ha attribuito il Premio Nobel per la Letteratura 2017 a Kazuo Ishiguro. La Segretaria dell’Accademia, Sara Danius, dopo aver dato l’annuncio davanti a un folto assembramento di giornalisti provenienti da tutto il mondo, ha descritto l’opera di Ishiguro come un mix tra quelle di Jane Austen e Franz Kafka con un tocco di Marcel Proust, subito specificando però: «Il suo interesse per il passato non ne fa uno scrittore proustiano; lui non vuole riscattare il passato, ma indagandolo cerca ciò che, come singoli e come società, dobbiamo dimenticare per poter sopravvivere».

Nato a Nagasaki nel novembre del 1954, Kazuo Ishiguro, al seguito della famiglia, lascia il Giappone per il Regno Unito all’età di cinque anni. Laureatosi in Letteratura Inglese e Filosofia, prosegue gli studi, stavolta in Scrittura creativa, alla University of East Anglia, per debuttare poi nel romanzo nel 1982 con “Un pallido orizzonte di colline” (edito in Italia, come tutti i suoi altri libri, da Einaudi). Sia questo esordio che il successivo “Un artista del mondo fluttuante”, da presto al centro dell’attenzione della critica e vincitori di vari premi, sono ambientati nella sua città natale e mostrano già i temi che nel tempo lo contraddistingueranno: la memoria, il tempo, la delusione di sé. Nel 1989 arriva il romanzo della consacrazione: è “Quel che resta del giorno”, che vince il Booker Prize e che, quattro anni dopo, il regista James Ivory adatta in una suggestiva pellicola con Anthony Hopkins, Emma Thompson e Christopher Reeve che riceve otto nomination agli Oscar. Del 1995 è “Gli inconsolabili”, del 2000 “Quando eravamo orfani”; con “Non lasciarmi” del 2005 (anch’esso trasposto al cinema, in un film del 2010 con Keira Knightley) nella prosa di Ishiguro fanno la loro comparsa degli spunti inediti, che apparentano le vicende dei tre piccoli protagonisti Kathy, Tommy e Ruth al genere distopico; “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo” (2009), cui viene assegnato il Premio letterario internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, porta in superficie fin dal titolo un elemento comunque sempre presente nelle pagine di Ishiguro, la musica. La sua ultima fatica è del 2015: “Il gigante sepolto” vira – ma è solo un escamotage narrativo – al fantastico, raccontando la storia degli anziani Axl e Beatrice che, poco dopo la morte di Artù, compiono un viaggio alla ricerca di un figlio che ricordano a malapena di aver avuto, a causa di una misteriosa nebbia che pare divorare i ricordi di ogni suddito del regno. «Un romanzo che esplora in maniera commovente – scrive l’Accademia di Svezia – come la memoria si rapporta all’oblio, la storia al presente, la fantasia alla realtà». Anche autore per la televisione e per il grande schermo (vale la pena ricordare la sua sceneggiatura originale alla base di “The Saddest Music in the World” di Guy Muddin), Ishiguro è stato inoltre nominato Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico per la Letteratura nonché, in Francia, Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere.

Il conferimento del Nobel a Ishiguro avrà forse sorpreso qualcuno, ma appare certamente come un ritorno all’ortodossia dopo la scelta, da più parti ritenuta sbagliata, se non incomprensibile e pretestuosa, di Bob Dylan, cui il Premio è andato nel 2016. Le polemiche in merito hanno iniziato a smorzarsi solo di recente, e lo stesso cantautore statunitense ha ribadito più volte quanto il riconoscimento l’abbia lasciato, per usare un eufemismo, stupito, e quanto poco gli calzasse. Le polemiche non mancheranno neanche quest’anno: o perlomeno i dibattiti e le discussioni, come capita puntualmente ogni dodici mesi quando, all’annuncio del vincitore, si srotola la lista di chi, magari in lizza da uno o due lustri (o più), è rimasto a mani vuote. A primeggiare in questa poco gradita classifica c’è sempre lui, Philip Roth, che addirittura ha dichiarato di aver ormai rinunciato all’idea di stare un giorno in compagnia di tanti altri grandi come lui, da Saramago a Coetzee. Noi no, non rinunciamo ancora, e continuiamo a fare il tifo per lui.

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