La Nuova Sardegna

Nelle note di Charlie Parker la inafferrabilità della vita

di Alessandro Marongiu
Nelle note di Charlie Parker la inafferrabilità della vita

Einaudi rimanda in libreria “Il persecutore” di Julio Cortázar, un capolavoro Il tema del tempo e del rapporto tra l’artista e l’opera che genera. E tra critica e arte

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Che il protagonista de “Il persecutore” di Julio Cortázar (Einaudi, 102 pagine, 14 euro) sia il grande sassofonista Charlie Parker, appena mascherato dal cambio del nome in Johnny Carter, è la cosa meno importante del lungo racconto dello scrittore argentino uscito in origine nel 1959 all’interno della raccolta “Le armi segrete”. Non che il dato sia irrilevante – anche perché affatto ineludibile: il punto è che quest’opera di Cortázar prende sì le mosse dalle vicende reali del musicista di Kansas City, ma diventa presto ben altro rispetto alla semplice narrativizzazione di alcuni episodi della sua biografia. Ben altro, e molto, molto di più.

Siamo infatti davanti a uno di quei testi capaci di mettere in una certa difficoltà il lettore, specie quello non occasionale, che sa che una volta chiuse pagine di tale caratura dovrà attendere chissà quanto per rinvenirne di simili – e ciò vale oggi più che in passato, dato il mare magnum di proposte che rischia di sommergerci e farci smarrire in una libreria o in una biblioteca. Qui siamo davanti, per farla breve, a un pezzo d’arte. A fronte di un volume esiguo, il peso specifico de “Il persecutore” è impressionante: a Cortázar bastano pochi tratti, pochi paragrafi, per sollevare e affrontare fino a profondità vertiginose temi su cui l’uomo specula da sempre, come la natura dell’arte e del tempo o la relazione tra creatività e razionalità. O, ancora, il rapporto tra l’artista e l’opera che genera, e tra critica e arte. Ciò che rapisce è che non ci sia alcuna pretestuosità, ma che al contrario tutto nasca, essendo perfettamente compenetrato allo sviluppo della trama, da quanto si dicono e da quanto vivono Johnny Carter, il critico musicale e suo biografo Bruno e i vari comprimari.

Fin dall’inizio incontriamo un Johnny in ambasce: è già celebre e molto richiesto sia in Europa che negli Stati Uniti, ma la sua irrequietezza e la dipendenza dalla droga lo costringono a un’esistenza sofferta e complicata. Unicamente quando è in metropolitana la sua mente pare sgombrarsi e lasciare il campo alla riflessione, ed è lì nel sottosuolo che il jazzista si interroga, ad esempio, su una durata del tempo che per lui, non condividendo in quanto artista il sentire comune, è differente da quella scandita dall’orologio: un minuto e mezzo reale di viaggio in metro, dice, equivale per la sua interiorità a un quarto d’ora. In questo, il personaggio si fa portavoce dell’autore, il quale una volta scrisse: «Io avevo otto o nove anni, e dalla periferia di Buenos Aires dove vivevamo mia nonna mi portava in visita da certi amici. Si cominciava con un treno locale, dopo si prendeva un tram e infine, già in centro città, il metrò. C’erano quei minuti di attesa sul binario quando vedevo la profondità del tunnel perdersi nel nulla, i semafori rossi e verdi nell’oscurità, e poi il fragore crescente, il treno dragone che ruggiva e sferragliava, i sedili di legno che rifiutavo per restarmene in piedi accanto al finestrino con la faccia incollata al vetro. In un momento che mi sembrava meraviglioso, il treno risaliva in superficie, i finestrini si riempivano di sole e di fogliame; era al contempo il sollievo dopo la breve stagione all’inferno e la monotonia di tornare alla normalità. Oggi so che quel percorso in metropolitana non durava più di venti minuti, ma allora lo vivevo come un viaggio interminabile nel quale tutto era meraviglioso dal momento stesso in cui si scendeva nella penombra della stazione».

Sono senso e significato di questo scarto che Johnny (e con lui Julio Cortázar, e forse, chissà, anche Charlie Parker) persegue – sì, “persegue”: attenzione al titolo – con le sue note ogni volta che suona, pur sapendo che sono e resteranno inafferrabili. Proprio come il senso e il significato dell’arte.

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