Vittime e prede Ecco le donne viste dai media
di Daniela Paba
Domani a Cagliari giornaliste e linguisti a confronto Una narrazione viziata da troppi stereotipi sociali
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«La preda e il cacciatore», dice lo stereotipo e il tentativo di smontarlo ragionando sulle parole, veicolo affatto innocente di simboli e culture, abitudini e comportamenti, pregiudizi. Un incontro – domani pomeriggio alle 17 alla ex Facoltà di Lettere – e un dibattito su “La preda e il cacciatore stereotipi sociali e linguaggio dei media” mette insieme i docenti di Scienze delle comunicazioni e GI.U.LI.A, associazione di giornaliste nata per vigilare sulle discriminazioni, a partire dal linguaggio con cui si affrontano le notizie che arrivano in redazione. Coordina il dibattito Alessandra Sallemi.
«La comunicazione è comportamento – spiega Elisabetta Gola, coordinatrice di Scienza delle Comunicazioni che mercoledì introdurrà i lavori – per cui anche involontariamente rischiamo di essere violenti o discriminatori. L’incontro ha il senso di una riflessione che si colloca tra linguaggio e mondo, per discutere i suggerimenti affinché, a scuola, negli atti pubblici, nei media, si utilizzi un linguaggio non discriminatorio». E proprio sulla funzione educatrice dei media interverrà Susi Ronchi, coordinatrice del gruppo sardo di GI.U.LI.A, sul tema “Informazione come pedagogia sociale, ruolo e responsabilità dei Media». Perché, spiega ancora Elisabetta Gola: «I media hanno una funzione educativa importante come e forse più della scuola, perché creano schemi sociali».
E proprio sul “Linguaggio di genere come valore e verità”, interverrà Roberta Celot, responsabile dell’Ansa. «Riconoscere l’altro, che sono persone, fatti, luoghi significa nominarli. Per questo è così importante il linguaggio di genere – spiega Celot –. Significa essere riconosciuti per quello che si è donne, gay, lesbiche e trans. Nella storia ci sono state donne come Susanna Agnelli, Nilde Iotti, Irene Pivetti che rifiutavano di essere chiamate “la senatrice” o “la presidente”, pretendevano d’essere senatori e presidenti, perché nel femminile si leggeva uno sminuire il ruolo istituzionale. Anche Maria Del Zompo preferisce essere chiamata rettore nonostante abbia fatto della differenza di genere una delle sue bandiere. Questo conferma che ci sono difficoltà culturali prima che linguistiche, che verifico in prima persona sul lavoro. L’Ansa è stata la prima a usare l’articolo femminile per segnare il genere, la prima a chiamare Nilde Iotti ‘la presidente’. La Boldrini oggi è un faro: ha fatto la storia insieme a trent’anni di battaglie che hanno imposto parole nuove come ministra o questora. Non sono sofismi nè parole ‘brutte’: in Francia esistono la juge, la secretaire generale».
Le differenze garantiscono pari opportunità, ribadisce Celot, ma bisogna scegliere le parole con cura perché «descrivere la realtà significa avvicinarsi alla verità che altrimenti distorco, vittima dei miei pregiudizi. Anche per questo dovremmo riscrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, e chiamarli diritti dell’umanità. I colleghi maschi mi prendono in giro, dicono che la questora non è italiano, ma dare del prefetto a una donna significa non riconoscerla come donna. E invece bisogna cominciare da qui, dalla cronaca nera. Il valore di ciascuna poi, si misura su quello che fa. Perché non se ne può della metafora di “donne con le p…”».
A mostrare come siano ingiusti e operativi gli stereotipi interverranno per GI.U.LI.A Carmina Conte (donne e impresa), Federica Ginesu (donne e sport), Paola Cireddu (donne e cinema), Alessandra Addari (donne e cucina). Della rappresentazione mediatica delle donne parlerà lo psicologo sociale Renato Troffa, mentre Riccardo Porcu della Regione renderà conto del dibattito sui linguaggi nella pubblica amministrazione. Luca Lecis, infine, traccerà una panoramica della storia delle donne nel giornalismo sardo.
Francesca Erdas, docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Cagliari, che dell’incontro ha scelto il titolo, parlerà degli stereotipi e di come funzionano: «Se da una parte – dice – hanno un valore positivo perché consentono di intendersi al volo, allo stesso tempo anche un aspetto negativo perché influenzano il giudizio del lettore». Oggetto del suo intervento è il linguaggio metaforico, «che per sua natura è sfuggente, difficilmente traducibile. Analizzerò metafore ormai fissate dall’uso, tipo “la mamma è una chioccia”, che seppure morte come metafore sono anche più pericolose perché ovvie. Tra quelle ancora attive, quella della preda e del cacciatore, che dà il titolo all’incontro, è stata provocatoriamente ribaltata dalla poeta libanese Joumana Haddad che dice “non insegnare a tua figlia ad essere preda, insegna a tuo figlio a non essere cacciatore”».
«La comunicazione è comportamento – spiega Elisabetta Gola, coordinatrice di Scienza delle Comunicazioni che mercoledì introdurrà i lavori – per cui anche involontariamente rischiamo di essere violenti o discriminatori. L’incontro ha il senso di una riflessione che si colloca tra linguaggio e mondo, per discutere i suggerimenti affinché, a scuola, negli atti pubblici, nei media, si utilizzi un linguaggio non discriminatorio». E proprio sulla funzione educatrice dei media interverrà Susi Ronchi, coordinatrice del gruppo sardo di GI.U.LI.A, sul tema “Informazione come pedagogia sociale, ruolo e responsabilità dei Media». Perché, spiega ancora Elisabetta Gola: «I media hanno una funzione educativa importante come e forse più della scuola, perché creano schemi sociali».
E proprio sul “Linguaggio di genere come valore e verità”, interverrà Roberta Celot, responsabile dell’Ansa. «Riconoscere l’altro, che sono persone, fatti, luoghi significa nominarli. Per questo è così importante il linguaggio di genere – spiega Celot –. Significa essere riconosciuti per quello che si è donne, gay, lesbiche e trans. Nella storia ci sono state donne come Susanna Agnelli, Nilde Iotti, Irene Pivetti che rifiutavano di essere chiamate “la senatrice” o “la presidente”, pretendevano d’essere senatori e presidenti, perché nel femminile si leggeva uno sminuire il ruolo istituzionale. Anche Maria Del Zompo preferisce essere chiamata rettore nonostante abbia fatto della differenza di genere una delle sue bandiere. Questo conferma che ci sono difficoltà culturali prima che linguistiche, che verifico in prima persona sul lavoro. L’Ansa è stata la prima a usare l’articolo femminile per segnare il genere, la prima a chiamare Nilde Iotti ‘la presidente’. La Boldrini oggi è un faro: ha fatto la storia insieme a trent’anni di battaglie che hanno imposto parole nuove come ministra o questora. Non sono sofismi nè parole ‘brutte’: in Francia esistono la juge, la secretaire generale».
Le differenze garantiscono pari opportunità, ribadisce Celot, ma bisogna scegliere le parole con cura perché «descrivere la realtà significa avvicinarsi alla verità che altrimenti distorco, vittima dei miei pregiudizi. Anche per questo dovremmo riscrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, e chiamarli diritti dell’umanità. I colleghi maschi mi prendono in giro, dicono che la questora non è italiano, ma dare del prefetto a una donna significa non riconoscerla come donna. E invece bisogna cominciare da qui, dalla cronaca nera. Il valore di ciascuna poi, si misura su quello che fa. Perché non se ne può della metafora di “donne con le p…”».
A mostrare come siano ingiusti e operativi gli stereotipi interverranno per GI.U.LI.A Carmina Conte (donne e impresa), Federica Ginesu (donne e sport), Paola Cireddu (donne e cinema), Alessandra Addari (donne e cucina). Della rappresentazione mediatica delle donne parlerà lo psicologo sociale Renato Troffa, mentre Riccardo Porcu della Regione renderà conto del dibattito sui linguaggi nella pubblica amministrazione. Luca Lecis, infine, traccerà una panoramica della storia delle donne nel giornalismo sardo.
Francesca Erdas, docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Cagliari, che dell’incontro ha scelto il titolo, parlerà degli stereotipi e di come funzionano: «Se da una parte – dice – hanno un valore positivo perché consentono di intendersi al volo, allo stesso tempo anche un aspetto negativo perché influenzano il giudizio del lettore». Oggetto del suo intervento è il linguaggio metaforico, «che per sua natura è sfuggente, difficilmente traducibile. Analizzerò metafore ormai fissate dall’uso, tipo “la mamma è una chioccia”, che seppure morte come metafore sono anche più pericolose perché ovvie. Tra quelle ancora attive, quella della preda e del cacciatore, che dà il titolo all’incontro, è stata provocatoriamente ribaltata dalla poeta libanese Joumana Haddad che dice “non insegnare a tua figlia ad essere preda, insegna a tuo figlio a non essere cacciatore”».
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