Una distopica storia d’amore ai tempi della guerra totale
di Giuseppe Mussi
Lo scrittore anglo-pakistano racconta le contraddizioni di un’intera generazione Un futuro dominato dalla violenza dentro una vera e propria apocalisse migratoria
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L’ultimo romanzo di Mohsin Hamid, “Exit West” (Einaudi, pp. 152, 17,50 euro), si apre sull’incontro di due giovani impiegati, Saeed e Nadia; il primo lavora in un’agenzia pubblicitaria, la seconda in una compagnia di assicurazioni. Non sappiamo dove vivano, ma l’autore ci racconta di una città alle prese con un guerra incombente e alla presenza, sempre più numerosa, di miliziani occupanti. Potrebbe essere la Siria degli ultimi due anni: molte corrispondenze spingono l’immaginazione del lettore alla cronaca più recente. Le loro storie personali, prima di annodarsi e fondersi in un unico destino, rimangono tuttavia, per volontà dell’autore, il più universali possibili.
La caratterizzazione dei protagonisti, le loro contraddizioni, non devono trarre in inganno: sono uno strumento ulteriore per raccontare la storia di un’intera generazione. Saeed porta la barba corta, ma ha grande rispetto per le tradizioni familiari e religiose, e cerca di seguire i precetti dettati dal suo credo. Nadia invece indossa una lunga tunica nera che la copre fino al collo, ma guida una moto da cross, vive pericolosamente sola e non ha nessun interesse per la religione: la tunica è solo uno strumento per evitare di essere disturbata dagli uomini e passare inosservata. Mentre nella città si intensificano i bombardamenti e le conquiste dei miliziani, tra Saeed e Nadia nasce una relazione. O almeno, qualcosa di simile: il giovane non vuole andare fino in fondo per preservare la castità fino al matrimonio e mantiene un passo di distanza, nonostante sia innamorato di lei. Nadia, al contrario, è più pronta e vicina fisicamente di quanto non lo siano i suoi sentimenti. Nonostante le differenze, e con la complicità del precipitare degli eventi, i loro destini si uniscono: i due vanno a vivere insieme e progettano un modo per scappare dalla guerra.
Fino a questo punto, con pregevole qualità di scrittura e in modo convincente, Hamid ci racconta l’incubo della guerra che pervade la vita di ogni individuo orientandone prepotentemente il percorso. Ma proprio qui compie una scelta narrativa spiazzante, muovendo un passo deciso dentro il fantastico: in città si scoprono alcune porte (interne alle case, magazzini o negozi) che conducono in altri luoghi del mondo, per conoscerne la destinazione è necessario passarci attraverso. I miliziani cercano di scoprire tutti i passaggi per presidiarli e impedire ogni fuga, per riuscire a scappare è necessario pagare qualcuno che conosca delle porte ancora libere. Saeed e Nadia decidono di provare, non senza il timore di una truffa, una trappola o dell’ignoto che li attende. Il varco ha buon esito: in un attimo, attraverso la porta di una clinica odontoiatrica abbandonata, si troveranno a Mykonos. Quello che li aspetta però è un’amara presa di coscienza: non solo l’isola greca è piena di migranti, emarginati e al limite della sopravvivenza, ma il mondo intero è sconvolto dal transito di milioni di persone attraverso l’uso di queste porte misteriose. Saeed e Nadia ne varcheranno ancora, si troveranno a Londra e poi a San Francisco, per rendersi conto che ovunque pare compiersi una vera e propria apocalisse migratoria.
Lasciamo naturalmente scoprire al lettore gli sviluppi della relazione tra i due giovani e delle vicende narrate, mentre cerchiamo di capire quanto sia efficace la rappresentazione del presente (e del futuro prossimo) che l’autore ci restituisce. Hamid espande la realtà per riuscire a chiudere in un romanzo tutto il disorientamento che la situazione geopolitica attuale provoca e ci invita a riflettere sulle conseguenze del nostro agire. Un obiettivo raggiunto, anche se l’espediente allegorico (più che fantastico) delle porte e il facile ricorso al distopico lascia più di qualche perplessità.
La caratterizzazione dei protagonisti, le loro contraddizioni, non devono trarre in inganno: sono uno strumento ulteriore per raccontare la storia di un’intera generazione. Saeed porta la barba corta, ma ha grande rispetto per le tradizioni familiari e religiose, e cerca di seguire i precetti dettati dal suo credo. Nadia invece indossa una lunga tunica nera che la copre fino al collo, ma guida una moto da cross, vive pericolosamente sola e non ha nessun interesse per la religione: la tunica è solo uno strumento per evitare di essere disturbata dagli uomini e passare inosservata. Mentre nella città si intensificano i bombardamenti e le conquiste dei miliziani, tra Saeed e Nadia nasce una relazione. O almeno, qualcosa di simile: il giovane non vuole andare fino in fondo per preservare la castità fino al matrimonio e mantiene un passo di distanza, nonostante sia innamorato di lei. Nadia, al contrario, è più pronta e vicina fisicamente di quanto non lo siano i suoi sentimenti. Nonostante le differenze, e con la complicità del precipitare degli eventi, i loro destini si uniscono: i due vanno a vivere insieme e progettano un modo per scappare dalla guerra.
Fino a questo punto, con pregevole qualità di scrittura e in modo convincente, Hamid ci racconta l’incubo della guerra che pervade la vita di ogni individuo orientandone prepotentemente il percorso. Ma proprio qui compie una scelta narrativa spiazzante, muovendo un passo deciso dentro il fantastico: in città si scoprono alcune porte (interne alle case, magazzini o negozi) che conducono in altri luoghi del mondo, per conoscerne la destinazione è necessario passarci attraverso. I miliziani cercano di scoprire tutti i passaggi per presidiarli e impedire ogni fuga, per riuscire a scappare è necessario pagare qualcuno che conosca delle porte ancora libere. Saeed e Nadia decidono di provare, non senza il timore di una truffa, una trappola o dell’ignoto che li attende. Il varco ha buon esito: in un attimo, attraverso la porta di una clinica odontoiatrica abbandonata, si troveranno a Mykonos. Quello che li aspetta però è un’amara presa di coscienza: non solo l’isola greca è piena di migranti, emarginati e al limite della sopravvivenza, ma il mondo intero è sconvolto dal transito di milioni di persone attraverso l’uso di queste porte misteriose. Saeed e Nadia ne varcheranno ancora, si troveranno a Londra e poi a San Francisco, per rendersi conto che ovunque pare compiersi una vera e propria apocalisse migratoria.
Lasciamo naturalmente scoprire al lettore gli sviluppi della relazione tra i due giovani e delle vicende narrate, mentre cerchiamo di capire quanto sia efficace la rappresentazione del presente (e del futuro prossimo) che l’autore ci restituisce. Hamid espande la realtà per riuscire a chiudere in un romanzo tutto il disorientamento che la situazione geopolitica attuale provoca e ci invita a riflettere sulle conseguenze del nostro agire. Un obiettivo raggiunto, anche se l’espediente allegorico (più che fantastico) delle porte e il facile ricorso al distopico lascia più di qualche perplessità.
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