La zuppa di plastica che assedia il mare della Sardegna
L’allarme degli scienziati sugli ultimi dati dell’inquinamento. Giuseppe Suaria del Cnr: presto più rifiuti che esseri viventi
SASSARI. Se le città del nord Italia si sono accorte, a inizio autunno, che l’aria che le circonda è un cocktail irrespirabile dove l’ingrediente sempre più presente sono le polveri sottili, anche il Mediterraneo a fine estate ha portato cattive notizie. Il nostro mare chiuso è sempre più assediato dall’inquinamento, la novità rivelata dagli ultimi studi è la presenza sempre più pervasiva delle microplastiche. La plastica ha sempre rappresentato un pericolo per gli ecosistemi marini ma dopo decenni di utilizzo (e smaltimento in mare) questo materiale onnipresente è diventato una zuppa invisibile ingerita da ogni essere vivente entrando così, nella catena alimentare umana.
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Uno dei centri di monitoraggio del Mare Nostrum è l’Istituto di scienze marine di La Spezia del Cnr (Ismar-Cnr), il ricercatore Giuseppe Suaria dell’Ismar di Lerici si è occupato di questa grave minaccia.
Cosa sta accadendo al nostro mare?
«Qualcosa di inquietante, di cui ci stiamo rendendo conto adesso. Le prime avvisaglie risalgono agli anni ’60 e ’70 ma l’intensificarsi dei campionamenti ha rilevato l’ubiquità della plastica, abbiamo ritrovato residui di microplastiche anche in zone remote del pianeta come l’Antartide. Questo ha risvegliato l’interesse della ricerca e l’allarme da parte della società. Le Nazioni unite e la Comunità europea stanno finanziando il nostro e altri studi nel mondo. Non abbiamo ancora tutte le informazioni per capire come e in quanto tempo sia avvenuto, quello che sappiamo è che l’utilizzo della plastica è sempre in aumento e non accenna a fermarsi».
La Sardegna al centro del Mediterraneo in che misura è coinvolta?
«Molto, come il resto del nostro mare, una stima su larga scala sul quadrante centro occidentale, dove è situata l’isola, ci parla di una media di un milione e 250 mila particelle sotto i 5millimetri per chilometro quadrato, Si stima che nell’intero Mediterraneo i frammenti più piccoli di 5 millimetri, leggerissimi che stanno in superficie, siano tra le 870 e le 2500 tonnellate. Da questo monitoraggio bisogna escludere i rifiuti plastici che stanno sul fondo e lungo le spiagge. I frammenti più piccoli sono ingeriti dagli organismi marini quelli più grandi sono un grave pericolo per specie come gli uccelli marini e le tartarughe. Un’importante azione proprio su quest’ultimo pericolo la svolge il Centro di recupero del Sinis».
Una mare in pericolo quindi?
«Per la sua conformazione chiusa il Mediterraneo è un ambiente molto delicato, rappresenta l’1% della superficie marina globale ma ospita il 50% delle specie conosciute. Un ambiente fragile circondato da una pressione antropica altissima, una rappresentazione dell’antropocene, l’era in cui è l’uomo che condiziona la natura. Un ecosistema dove la plastica potrebbe superare le specie viventi».
Gli effetti sulla salute umana?
«In realtà non siamo ancora in grado di stimare l’impatto, proprio perché stiamo muovendo i primi passi, anche se i centri di ricerca coinvolgono centinaia di gruppi di scienziati nel mondo. I punti interrogativi sono molti di certo i vari polimeri di cui la plastica è composta sono davvero pericolosi».
Ogni tanto sul web vengono proposte soluzioni per eliminare le enormi isole di plastica nell’oceano, funzionano?
«Sono proposte legate allo smaltimento delle isole di plastica che sono formate da materiali non biodegradabili che sono un grave attentato all’ambiente, ma quello che ci allarma è la plastica ridotta al polimero di base che forma quella che ormai viene chiamata “zuppa di plastica”, assolutamente invisibile dall’occhio umano. Proprio nella sua invisibilità risiede il principale pericolo. Non sembrano esserci soluzioni, anche l’inserimento in natura di microrganismi “mangia plastica” potrebbe creare una catena incontrollata».
Almeno una speranza esiste?
«Fermare l’utilizzo degli imballaggi usa e getta, produzione che ha avuto, insieme a quella della plastica in generale, un aumento esponenziale in questi anni. Perfino le buste “ecologiche” nell’acqua non si degradano. Bandire le microparticelle dai cosmetici, polimeri che finiscono direttamente in mare. Alcuni paesi sono più avanti nella creazione di una legislazione apposita».
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