«Territori, migranti e media Le parole dell’accoglienza»
di Costantino Cossu
Antonietta Mazzette presenta il convegno di oggi all’Università di Sassari
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SASSARI. Oggi a partire dalle 9, nell’aula magna dell’Università, si svolgerà un convegno dal titolo “Territori e parole dell’accoglienza: per un discorso pubblico sul fenomeno migratorio”, organizzato dal Dipartimento di Polcoming e dall’Osservatorio socio-territoriale per la comunicazione pubblica. Con Antonietta Mazzette, direttrice del Dipartimento, abbiamo approfondito alcuni dei temi al centro dell’iniziativa.
Quali sono oggi i tratti caratterizzanti del discorso pubblico sul fenomeno migrazioni in Italia?
«Il fenomeno migratorio è rappresentato prevalentemente in termini negativi ed è considerato un problema e un allarme per la sicurezza dei cittadini. Questa rappresentazione è legata certamente alla strumentalità di una certa politica, ma ha molto a che vedere anche con il ruolo dei media (vecchi o nuovi che siano) nella costruzione dell’immagine dello straniero. In tema di migrazioni, giornali, televisioni e web possono produrre quello che il sociologo Stanley Cohen ha chiamato “panico morale”, un meccanismo che amplifica nell’opinione pubblica la sensazione di paura e di rischio. In questo senso, il discorso pubblico veicolato dai media ha contribuito alla rappresentazione negativa dei migranti, producendo una narrazione che è parte costitutiva dell’equazione migrante uguale clandestino uguale criminale, che poi questa equazione non sia dimostrata scientificamente poco importa, è comunque entrata nel senso comune di gran parte degli italiani. Più recentemente, si è formata una rappresentazione ambivalente che vede, da un lato, i rifugiati considerati astrattamente vittime innocenti (soprattutto bambini e donne), ma di cui ci si occupa ben poco se considerati come persone singole che hanno nomi, storie personali, desideri, e così via; dall’altro, i migranti, considerati intrusi che occupano i posti degli italiani».
Che ruolo gli attori della comunicazione pubblica possono giocare nel costruire politiche di accoglienza?
«Chi lavora nel campo dell’informazione e della comunicazione pubblica svolge un compito fondamentale nei confronti dei cittadini rispetto sia al tema delle migrazioni sia ai bisogni dei cittadini stranieri che risiedono nel nostro Paese. Informare su questi temi significa, in primo luogo, veicolare un utilizzo corretto delle parole. “Migrante”, “richiedente asilo”, “rifugiato” sono termini che si riferiscono a situazioni, anche di diritto, differenti e, sotto questo profilo, una buona informazione consentirebbe ai cittadini di capire meglio e, quindi, di aver meno paura dello straniero. Al contrario, utilizzare un unico vocabolo contribuisce alla riproduzione di un’immagine stereotipata per lo più negativa. In secondo luogo, la comunicazione pubblica può agevolare l’integrazione, soprattutto se diventa strumento di partecipazione attiva, ossia se svolge un servizio tanto in termini di esigibilità dei diritti, quanto in termini di comprensione dei doveri».
Diritti e doveri che riguardano, in egual misura, italiani e stranieri.
«In Italia esistono pochi esperimenti in questo senso. Ad esempio, dal 2015 l’Emilia Romagna ha realizzato un progetto per lo sviluppo della comunicazione interculturale al quale hanno lavorato l’Università, l’Anci, Carta di Roma e l’Associazione di comunicazione pubblica. È ciò che vorremmo fare in Sardegna, ed è questo il senso del convegno “Territori e migranti. Il ruolo della comunicazione pubblica”. L’Osservatorio socio-territoriale sulla comunicazione pubblica ha sede presso il nostro ateneo ed è espressione della Regione e delle due università sarde. L’Osservatorio potrebbe costituire uno strumento utile all’Anci e alle associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti, non ultimo perché ha al suo interno studiosi di territorio ed esperti di comunicazione pubblica».
Perché avete deciso di tenere la Scuola dei sociologi del territorio a Lampedusa?
«Siamo partiti dal presupposto che i flussi migratori non siano da considerare un’emergenza, ma dovrebbero rientrare nella vita ordinaria dell’Europa, considerato che avremo a che fare con questo fenomeno per i prossimi decenni. Il nostro obiettivo è quindi quello di formare i nuovi professionisti dell’accoglienza sostenibile, visto che la Sociologia del territorio è una disciplina di contesto e non può prescindere da quel che accade nei luoghi. Lampedusa ci è apparsa il luogo emblematico da cui partire. Ma conciliare le esigenze degli autoctoni con le domande di riconoscimento di diritti dei migranti è un percorso complicatissimo che ha bisogno di informazione e comunicazione corrette, di conoscenza dei territori, di ipotesi progettuali da sperimentare, di professionalità altamente qualificate. Le scelte politiche dovrebbero derivare da questo percorso. Abbiamo iniziato a Lampedusa, proseguiamo qui a Sassari e in altre sedi universitarie, per ritornare a Lampedusa il prossimo anno, con l’obiettivo di costruire, con i diversi interlocutori, un’idea organica e riproducibile di accoglienza sostenibile».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quali sono oggi i tratti caratterizzanti del discorso pubblico sul fenomeno migrazioni in Italia?
«Il fenomeno migratorio è rappresentato prevalentemente in termini negativi ed è considerato un problema e un allarme per la sicurezza dei cittadini. Questa rappresentazione è legata certamente alla strumentalità di una certa politica, ma ha molto a che vedere anche con il ruolo dei media (vecchi o nuovi che siano) nella costruzione dell’immagine dello straniero. In tema di migrazioni, giornali, televisioni e web possono produrre quello che il sociologo Stanley Cohen ha chiamato “panico morale”, un meccanismo che amplifica nell’opinione pubblica la sensazione di paura e di rischio. In questo senso, il discorso pubblico veicolato dai media ha contribuito alla rappresentazione negativa dei migranti, producendo una narrazione che è parte costitutiva dell’equazione migrante uguale clandestino uguale criminale, che poi questa equazione non sia dimostrata scientificamente poco importa, è comunque entrata nel senso comune di gran parte degli italiani. Più recentemente, si è formata una rappresentazione ambivalente che vede, da un lato, i rifugiati considerati astrattamente vittime innocenti (soprattutto bambini e donne), ma di cui ci si occupa ben poco se considerati come persone singole che hanno nomi, storie personali, desideri, e così via; dall’altro, i migranti, considerati intrusi che occupano i posti degli italiani».
Che ruolo gli attori della comunicazione pubblica possono giocare nel costruire politiche di accoglienza?
«Chi lavora nel campo dell’informazione e della comunicazione pubblica svolge un compito fondamentale nei confronti dei cittadini rispetto sia al tema delle migrazioni sia ai bisogni dei cittadini stranieri che risiedono nel nostro Paese. Informare su questi temi significa, in primo luogo, veicolare un utilizzo corretto delle parole. “Migrante”, “richiedente asilo”, “rifugiato” sono termini che si riferiscono a situazioni, anche di diritto, differenti e, sotto questo profilo, una buona informazione consentirebbe ai cittadini di capire meglio e, quindi, di aver meno paura dello straniero. Al contrario, utilizzare un unico vocabolo contribuisce alla riproduzione di un’immagine stereotipata per lo più negativa. In secondo luogo, la comunicazione pubblica può agevolare l’integrazione, soprattutto se diventa strumento di partecipazione attiva, ossia se svolge un servizio tanto in termini di esigibilità dei diritti, quanto in termini di comprensione dei doveri».
Diritti e doveri che riguardano, in egual misura, italiani e stranieri.
«In Italia esistono pochi esperimenti in questo senso. Ad esempio, dal 2015 l’Emilia Romagna ha realizzato un progetto per lo sviluppo della comunicazione interculturale al quale hanno lavorato l’Università, l’Anci, Carta di Roma e l’Associazione di comunicazione pubblica. È ciò che vorremmo fare in Sardegna, ed è questo il senso del convegno “Territori e migranti. Il ruolo della comunicazione pubblica”. L’Osservatorio socio-territoriale sulla comunicazione pubblica ha sede presso il nostro ateneo ed è espressione della Regione e delle due università sarde. L’Osservatorio potrebbe costituire uno strumento utile all’Anci e alle associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti, non ultimo perché ha al suo interno studiosi di territorio ed esperti di comunicazione pubblica».
Perché avete deciso di tenere la Scuola dei sociologi del territorio a Lampedusa?
«Siamo partiti dal presupposto che i flussi migratori non siano da considerare un’emergenza, ma dovrebbero rientrare nella vita ordinaria dell’Europa, considerato che avremo a che fare con questo fenomeno per i prossimi decenni. Il nostro obiettivo è quindi quello di formare i nuovi professionisti dell’accoglienza sostenibile, visto che la Sociologia del territorio è una disciplina di contesto e non può prescindere da quel che accade nei luoghi. Lampedusa ci è apparsa il luogo emblematico da cui partire. Ma conciliare le esigenze degli autoctoni con le domande di riconoscimento di diritti dei migranti è un percorso complicatissimo che ha bisogno di informazione e comunicazione corrette, di conoscenza dei territori, di ipotesi progettuali da sperimentare, di professionalità altamente qualificate. Le scelte politiche dovrebbero derivare da questo percorso. Abbiamo iniziato a Lampedusa, proseguiamo qui a Sassari e in altre sedi universitarie, per ritornare a Lampedusa il prossimo anno, con l’obiettivo di costruire, con i diversi interlocutori, un’idea organica e riproducibile di accoglienza sostenibile».
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