La Nuova Sardegna

Halloween sardo, su bene chi tocat: grandi zucche, fave e papassinos

di Gianluca Corsi
Halloween sardo, su bene chi tocat: grandi zucche, fave e papassinos

L’arcaico rito dei defunti radicato anche in Sardegna. Dal nuorese “su mortu mortu” al “trick or treat”

4 MINUTI DI LETTURA





I patiti di streghe e folletti e di “trick or treat” (dolcetto o scherzetto) si mettano pure l’anima in pace. Perché l’inquietante zucca intagliata si conferma elemento di sicura valenza antropologica nell’ambito del patrimonio culturale popolare del Mediterraneo. Sardegna compresa. E non soltanto “sa conca ’e mortu” (il teschio) – che per gli anglosassoni è “Jack O’Lantern” – ma anche per tutti quei gesti, parole, simboli, pietanze particolari di questo scorcio d'autunno, che hanno sfidato i secoli, arrivando pressoché intatti fino ai nostri giorni. Il passaggio tra la fine di ottobre e i primi di novembre, che comprende le festività di Ognissanti e dei defunti, è un momento particolarmente sentito anche in Sardegna, legato alla radicata e antichissima credenza che la morte non sia la fine di tutto, ma solo un cambiamento di stato con l’ingresso delle anime in una dimensione parallela, da cui – in determinati momenti – possono uscire, ristabilendo un contatto con il regno dei vivi. Ricorrenze vissute con rispetto, nostalgia, timore, ma anche con l’aspetto più “ludico” delle questue riservate ai bambini.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.16053101:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.16053101:1653431006/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

NOMI VARI, RADICE COMUNE

Cambiano nome, a seconda delle aree geografiche dell’isola, ma hanno tutte una radice comune: a Nuoro la chiamano “Su mortu mortu”, espressione dall’eloquente significato, in altri luoghi della Barbagia e del Marghine “Su bene de sas ànimas” (il bene delle anime) o “Su bene chi tocat”. In paesi come Sorgono e Tonara, poi, le somiglianze con Halloween – riscontrabili in riti che però precedono di decenni se non di secoli la diffusione in Europa della festa anglosassone – sono davvero impressionanti, tra zucche intagliate e illuminate e bambini che vagano per le case chiedendo doni. E questo, beninteso, accade da sempre, e non certo sulla scia mediatica del “dolcetto o scherzetto”. Se ci spostiamo poi nel Campidano la festa prende il nome di “Is animeddas” (le piccole anime), mentre in Ogliastra è conosciuta come “Su Prugadòriu” (il Purgatorio), evidente riferimento alle anime che aspirano al Paradiso. Altri nomi, che variano a seconda delle zone, sono Su Candeleri, Sas Animas, Su Peticoccone, Is Panixeddas.

IL RITO LUDICO

La questua è sempre affidata ai bambini, quasi alter ego dei defunti (in passato uscivano vestiti di stracci), vagano per le case fin dal mattino del primo e del 2 novembre, bussando e chiedendo doni per le anime dei morti: «A nos lu dazes su mortu mortu?» (ce lo date il morto morto?). Oppure: «Seus benius po is animeddas» (siamo venuti per le anime dei morti)», «Mi das fait is animeddas», «Carchi cosa po sas ànimas» (datemi qualcosa per le anime), sono le formule che riecheggiavano, e riecheggiano ancora, per i vicoli di paesi e città. La tradizione richiede che ogni bambino porti un sacco in spalla – di solito una semplice federa bianca – destinata a essere riempita di caramelle, dolci, frutta secca, agrumi – più raramente denaro – che ogni famiglia dona loro per onorare i defunti e propiziarsi la buona sorte.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.16053099:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.16053099:1653431006/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

LE ANALOGIE CON GLI USA

Le evidenti analogie con il ”trick or treat” di Halloween rimandano a tradizioni forse sviluppatesi in modo indipendente, fra Mediterraneo e nord Europa, e successivamente meticciate negli Stati Uniti d'America. Così come nell’utilizzo rituale delle zucche svuotate, intagliate come teschi, con espressioni tenebrose e truci e illuminate da una candela o da un lumicino. All’esterno le case vengono addobbate con le zucche che, private della polpa interna, assumono le fattezze di un volto umano, e illuminate da una luce, tracciano alle anime la via del ritorno. La Sardegna ha sempre riservato un'attenzione speciale al rituale del cibo consumato o offerto per la festività dei defunti: quasi uno strumento per onorarne la memoria, ma anche un modo per stabilire una forma di simbolico contatto. Nella magica notte tra il primo e 2 novembre - nel Nuorese, in Barbagia e in altre zone dell’isola - sopravvive la tradizione di imbandire la tavola – con pasta (sos macarrones de sos mortos, i maccheroni dei morti), pane carasau, papassinos, acqua e vino, caffè – per i defunti (sa chena de sas ànimas) che, visitata la casa, sono pronti a sfamarsi, attraverso gli odori del cibo. Rigorosamente bandite le posate, soprattutto quelle con le punte (forchette e coltelli), possibili armi di offesa in un accesso d’ira. Già anticamente la famiglia riunita aveva in uso la tradizione di commemorare i morti con una cena frugale, che un tempo contemplava le fave, fin dall’epoca romana alimento dei morti per eccellenza.

DALLE FAVE AI DOLCI

Ma oltre che nell’antico uso delle fave, in Sardegna la simbologia funebre assegnata al cibo passa soprattutto attraverso i dolci: i papassinos e, nella Sardegna meridionale, gli ossus de mortu. Nella tradizione dolciaria di questi giorni, elemento base in Sardegna è la sapa (o binicottu), uno sciroppo dolce ottenuto dalla cottura del mosto (o, in alternativa, a base di fico d'india) che fa assumere ai dolci un colore scuro, quasi nero di terra, e che si ritrova nel rustico dolce detto pane ‘e sapa, condito con uva passa, mandorle, noci e pinoli.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative