La Nuova Sardegna

Un serial killer inafferrabile per il ritorno di Harry Hole

di Alessandro Marongiu
Un serial killer inafferrabile per il ritorno di Harry Hole

Nel nuovo racconto di Jo Nesbø le indagini di uno dei detective più amati dai lettori Un assassino seriale che firma i suoi delitti con un inquietante pupazzo di ghiaccio

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Harry Hole, tra gli investigatori europei più celebri e amati dai lettori, è tornato. Non però con quella che sarebbe stata la sua dodicesima avventura, quanto piuttosto con la nuova veste de L’uomo di neve, il settimo episodio della serie che lo vede per protagonista. Apparso in Norvegia nel 2007 e in Italia nel 2010 (allora lo pubblicò Piemme), il romanzo è ora riproposto da Einaudi (552 pagine, 20 euro), con una traduzione di Eva Kampmann realizzata per l’occasione, in contemporanea con l’arrivo nelle sale dell’adattamento hollywoodiano diretto dallo svedese Tomas Alfredson (autore del meraviglioso “Lasciami entrare” e dell’ottimo “La talpa”), coprodotto da Martin Scorsese (che avrebbe dovuto esserne il regista in un primo momento) e con Michael Fassbender nel ruolo del personaggio principale.

Se la versione per il cinema sta suscitando più di una perplessità, a dieci anni dall’uscita il libro di Jo Nesbø dimostra di aver retto bene l’urto del tempo. Non siamo davanti a un capolavoro (“Sangue e neve” dello stesso Nesbø, primo titolo della serie con Olav Johansen, gli è ad esempio infinitamente superiore), ma a un più che valido esempio di thriller scandinavo, questo sì: complesso senza risultare inutilmente complicato, moderatamente credibile, e con la nota attenzione alle psicologie e ai caratteri che è uno dei marchi di fabbrica della narrativa d’investigazione proveniente dal Nord Europa. Ciò che lascia lungo la via in termini di originalità – tanto per dirne due: il trauma infantile all’origine di un disturbo di personalità che porta a commettere dei delitti era già alla base di molti dei gialli italiani di quarant’anni fa, quelli di Umberto Lenzi e del primo Dario Argento tra gli altri, così come l’idea di un secondo finale che ribalta le conclusioni e le certezze del primo –, “L’uomo di neve” lo compensa con la scorrevolezza e con la solidità strutturale e stilistica: è vero che non ci sono particolari picchi, anche se non mancano i colpi di scena, ma è anche vero che non ci sono cadute di tono.

Per un’opera di oltre 500 pagine, non è poco. «Il problema è – continuò Harry – che non abbiamo a che fare con un caso del genere. Non abbiamo a che fare con un assassino del genere. Questa persona non si è confidata con un amico, né si è fatta vedere vicino al luogo del delitto. Nessuno sa niente, perciò le segnalazioni che ci arrivano non ci aiuteranno, saranno solo d’intralcio. Ed eventuali tracce che troveremo alla luce del sole saranno state piazzate per confonderci. Questa, in poche parole, è un’altra partita». Hole sintetizza così la situazione in cui si trovano Oslo, i suoi abitanti e la sua polizia all’apparire del serial killer che di lì a poco tutti chiameranno “Uomo di neve”. Il perché del soprannome è presto detto: le sue azioni coincidono con la caduta della prima neve e la sua firma è un inquietante pupazzo di neve realizzato nei pressi delle abitazioni delle donne che rapisce. Sarà un macabro rinvenimento a fugare ogni dubbio sulla sorte di queste ultime: dopo il rapimento le attende una morte crudele.

Per Harry Hole quella con il pericoloso omicida è la più importante, ma non l’unica questione da affrontare. I suoi superiori non aspettano altro che compia uno sbaglio per fargli pagare gli errori del passato e licenziarlo, visto anche che non si è mai levato di dosso la nomea di alcolizzato nonostante non beva più da diversi mesi, e soprattutto Karel, la sua ex compagna, continua a essere una presenza ingombrante nella sua vita. I rapporti con lei non si sono mai interrotti, e questo non è necessariamente un bene, specie ora che lei sta per sposare un altro. In maniera inattesa per Harry, lavoro e privato finiranno per confluire in un’unica, dolorosa vicenda.

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