Meditazione sulla vita tra i fantasmi di Ventotene
di Giuseppe Mussi
Il taccuino intimo di Fabrizia Ramondino esule per sfuggire a depressione e alcolismo Un libro edito vent’anni fa che resta un’opera preziosa e rara, da custodire con cura
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Nell’inquieto e soffocante scenario editoriale che viviamo ogni giorno (a breve ci saranno più scrittori che lettori) è raro trovare grandi sorprese tra le nuove leve. Se si esclude la grandissima fetta di mercato occupata da personaggi vip prestati alla penna – penso alle patrie lettere – ci si presenta innanzi un curioso orizzonte, insieme piatto ed eterogeneo: naïveté, epigonismo di genere, epigonismo di concisione (hemingwaismo) o bigiotteria del sublime (scuola Baricco); poco altro.
È arduo incontrare sotto i quarant’anni un autore che abbia densità di scrittura e di pensiero, che rischi sentieri non battuti, che viva l’intensità della pagina invece di costruirle addosso un vestito vissuto solo all’apparenza. Mi vengono in mente due eccezioni, pur diverse fra loro: Andrea Bajani (che oggi ha quarantadue anni) e la più giovane Claudia Durastanti, non solo autori di romanzi notevoli, ma scrittori “vivi”, corposi, capaci di fare di sostanza stile e viceversa. Non ci resta poi che riconoscere semplicemente il predominio delle generazioni a noi precedenti: leggere e imparare (c’è qualcuno in Italia in grado di scrivere racconti al pari di Antonio Debenedetti?).
Oppure esiste un’altra possibilità: machiavellicamente vestire i «panni reali e curiali» e abbandonarsi al passato. E allora siano sempre benvenute le ristampe, soprattutto se ci capita in mano – a quasi vent’anni dalla sua prima edizione – un libro straordinario, unico come “L’isola riflessa” (Einaudi, pp. 152, 14 euro) di Fabrizia Ramondino. Taccuino intimo, diario personale, quaderno di divagazioni e riflessioni; di certo il racconto di una lunga stagione passata dalla scrittrice napoletana sull’isola di Ventotene per provare a combattere la depressione e il conseguente alcolismo.
La Ramondino non ne fa mistero (dolorosissime le pagine di un tentativo di suicidio, rese con una leggerezza paradossale e sconvolgente) e tesse il proprio vissuto con le proprie impressioni sull’isola (il cromatismo narrativo dell’autrice è ineguagliabile), con i suoi avventori, con la storia d’Italia, con i fantasmi di coloro che lì vennero confinati (o detenuti nella prospiciente isola di Santo Stefano): da Gaetano Bresci a Sandro Pertini, da Luigi Settembrini ai tre firmatari del “Manifesto di Ventotene” del 1941, ovvero Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
“L’isola riflessa” è un libro di una mente finissima che si muove con un’incredibile libertà in qualsiasi direzione, diventando una sorta di riflessione in fieri sulla vita e la morte. La qualità più pregevole di Fabrizia Ramondino è però l’intensità rara, a tratti insostenibile tanto è il peso specifico della sua scrittura. Un’intensità che si esprime tanto felicemente in straordinarie descrizioni (botaniche, zoologiche, antropologiche, sociali o letterarie) quanto in rigorosi e severi giudizi, e che diventa miracolosa quanto incontra la grazia leggiadra della forma: «Qui, tanto nell’isola maggiore che in quella minore, alla paura reciproca, che connota tutte le relazioni umane, se ne è sempre aggiunta una in più. I carcerati avevano paura delle guardie, le guardie dei superiori e dei carcerati stessi; così prima per i relegati, poi per i confinati. E gli isolani avevano paura di carcerati, relegati, confinati – e spesso anche delle guardie. Oggi a queste antiche paure si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani. Ora però, come in un teatro degli equivoci, ci si scambia le parti: dal cameriere al padrone dell’albergo, dal negoziante al commesso, dal barcaiolo al direttore del centro subacqueo, quasi tutti, finita la stagione, diventeranno a loro volta turisti in altri luoghi, vivendo in modo capovolto estraneità e differenza». Un libro da custodire e sul quale tornare spesso.
È arduo incontrare sotto i quarant’anni un autore che abbia densità di scrittura e di pensiero, che rischi sentieri non battuti, che viva l’intensità della pagina invece di costruirle addosso un vestito vissuto solo all’apparenza. Mi vengono in mente due eccezioni, pur diverse fra loro: Andrea Bajani (che oggi ha quarantadue anni) e la più giovane Claudia Durastanti, non solo autori di romanzi notevoli, ma scrittori “vivi”, corposi, capaci di fare di sostanza stile e viceversa. Non ci resta poi che riconoscere semplicemente il predominio delle generazioni a noi precedenti: leggere e imparare (c’è qualcuno in Italia in grado di scrivere racconti al pari di Antonio Debenedetti?).
Oppure esiste un’altra possibilità: machiavellicamente vestire i «panni reali e curiali» e abbandonarsi al passato. E allora siano sempre benvenute le ristampe, soprattutto se ci capita in mano – a quasi vent’anni dalla sua prima edizione – un libro straordinario, unico come “L’isola riflessa” (Einaudi, pp. 152, 14 euro) di Fabrizia Ramondino. Taccuino intimo, diario personale, quaderno di divagazioni e riflessioni; di certo il racconto di una lunga stagione passata dalla scrittrice napoletana sull’isola di Ventotene per provare a combattere la depressione e il conseguente alcolismo.
La Ramondino non ne fa mistero (dolorosissime le pagine di un tentativo di suicidio, rese con una leggerezza paradossale e sconvolgente) e tesse il proprio vissuto con le proprie impressioni sull’isola (il cromatismo narrativo dell’autrice è ineguagliabile), con i suoi avventori, con la storia d’Italia, con i fantasmi di coloro che lì vennero confinati (o detenuti nella prospiciente isola di Santo Stefano): da Gaetano Bresci a Sandro Pertini, da Luigi Settembrini ai tre firmatari del “Manifesto di Ventotene” del 1941, ovvero Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
“L’isola riflessa” è un libro di una mente finissima che si muove con un’incredibile libertà in qualsiasi direzione, diventando una sorta di riflessione in fieri sulla vita e la morte. La qualità più pregevole di Fabrizia Ramondino è però l’intensità rara, a tratti insostenibile tanto è il peso specifico della sua scrittura. Un’intensità che si esprime tanto felicemente in straordinarie descrizioni (botaniche, zoologiche, antropologiche, sociali o letterarie) quanto in rigorosi e severi giudizi, e che diventa miracolosa quanto incontra la grazia leggiadra della forma: «Qui, tanto nell’isola maggiore che in quella minore, alla paura reciproca, che connota tutte le relazioni umane, se ne è sempre aggiunta una in più. I carcerati avevano paura delle guardie, le guardie dei superiori e dei carcerati stessi; così prima per i relegati, poi per i confinati. E gli isolani avevano paura di carcerati, relegati, confinati – e spesso anche delle guardie. Oggi a queste antiche paure si è sostituita l’estraneità e la diffidenza tra turisti e isolani. Ora però, come in un teatro degli equivoci, ci si scambia le parti: dal cameriere al padrone dell’albergo, dal negoziante al commesso, dal barcaiolo al direttore del centro subacqueo, quasi tutti, finita la stagione, diventeranno a loro volta turisti in altri luoghi, vivendo in modo capovolto estraneità e differenza». Un libro da custodire e sul quale tornare spesso.
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