La Nuova Sardegna

«Racconto donne e muse perse nei loro sentimenti»

di Angiola Bellu
«Racconto donne e muse perse nei loro sentimenti»

Lo scrittore parla del suo nuovo libro “Ogni storia è una storia d’amore”

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«Non sono un filosofo, sono un narratore” lo scrittore Alessandro D’Avenia, appassionato insegnante di Lettere al Liceo, sottolinea il suo punto di partenza, mentre ci racconta la genesi del suo ultimo libro Ogni storia è una storia d’amore (Mondadori, 324 pagine, 20 euro), un lungo viaggio “a tu per tu” con le donne. Un viaggio «in ogni angolo dell’aldiqua», come scrive l’autore nel prologo. D’Avenia mantiene le alte promesse d’avventura e, senza mai smettere i panni della guida, quasi sfida i lettori con la proposta di un’esplorazione delle tracce su questa terra del mito di Orfeo e Euridice. Narra le vite e le scelte (e non-scelte) di 36 donne, muse e compagne di grandi artisti. 36 narrazioni in cui accade l’amore come elemento che tratteggia la storia di un uomo e di una donna. Ed è questo accadere che D’Avenia rivela così profondamente da non lasciare uguale chi decide di accettare la sfida e intraprendere il viaggio.

Conosciamo così la vita di Sylvia Plath, la più grande poetessa del Novecento che amò il poeta Ted Hughes; la vita di Elizabeth Siddal, compagna del pittore Dante Gabriel Rossetti; quella di Carol Dunlop, la scrittrice canadese compagna di Julio Cortazàr e quella di Giulietta Masina che amò Federico Fellini. Tutte legate da un filo rosso e scritte in un continuum che va dall’amore al disamore.

“Ogni storia è una storia d’amore” è un titolo in apparenza tranquillizzante ma ha un contenuto che spiazza. Ancora una volta scorgiamo in un suo libro un potente romanzo di formazione. E’ d’accordo?

«Credo che non ci sia altro che romanzo di formazione. Il romanzo in Occidente nasce col cavaliere che entra nel bosco per cercare di definire se stesso e il mondo. Questo comporta avventure che includono spesso il lasciarci la pelle. Può essere un viaggio interiore – Dante entra in una selva oscura – o trattarsi di un’avventura fatta di eventi esterni».

Cosa spinge quindi ad addentrarsi nella selva?

«L’oggetto amoroso. Qualcosa che riguarda noi tutti a qualsiasi età della vita. Solo che nel corso della vita questo è soggetto a talmente tante idee e banalizzazioni che io stesso sono un po’ confuso. Per questo ho avuto bisogno di guardare di nuovo dentro a quelle cose che sono scontate ma che scontate non sono. Il contatto con i ragazzi mi costringe a riguardare le cose essenziali. Le loro domande sono implacabili: “Prof, alla fine l’amore che cosa è?”»

Che risposta ha trovato?

«Vale dell’amore quello che diceva del tempo Sant’Agostino: tutti sanno cosa è ma non si riesce a definirlo. Allora faccio fatica anche io a definirlo, perché è il mistero, e mi accosto al misero attraverso le narrazioni».

Inizia il viaggio con il mito, con la storia d’amore tra Euridice e Orfeo. Perché?

«E’ la storia che le contiene tutte. E’ il mito che ci libera dai rischi dell’amore cinico e di quello romantico».

Qual è la forza del mito?

« Il mito ha la potenza di essere la storia che noi vogliamo ricordare perché dice l’essenziale, altrimenti ce lo saremmo dimenticato. Resiste anche perché ci dice qualcosa di cui noi abbiamo paura. Il giorno delle nozze Euridice viene morsa dal serpente e muore. Non ci nasconde quello che tante storie ci nascondono col “e vissero felici e contenti”.»

Quindi cosa è l’amore spogliato dalle falsità dell’amore romantico e di quello cinico?

«L’amore ha questo mistero: che deve accadere. Non né abbiamo il controllo. Ma più cerco di accaparrarmelo, l’amore, e più lo perdo, perché trasforma l’altro in oggetto dell’amore, mentre l’amore fiorisce solo quando l’altro diventa soggetto: al massimo dell’appartenenza corrisponde il massimo della libertà».

Perché l’amore romantico è fasullo?

«Devo smontare il mito romantico di Cenerentola che cerca il Principe azzurro credendo che, una volta trovato, la sua vita sarà risolta. L’amore ha a che fare più con la manutenzione, con l’artigianato, che con principi che vivono nei castelli. Abbiamo ridotto, lo vedo soprattutto nei ragazzi, l’amore a pura sentimentalità. Ma l’amore non è solo sentimento è anche mettere la testa in quel sentimento, coltivarlo, farlo crescere. Non è inerziale. Questo accadere per alcuni si ferma lì. Oggi abbiamo sovraccaricato l’amore di un aspetto rassicurante che poi la vita puntualmente si incarica di scompaginare. Questo non significa “devo sacrificare me stesso annullandomi nell’altro”, guai. Tra i ragazzi questo causa dei problemi. Pur di garantirsi la sicurezza di quell’amore, quello sguardo, sono disposti ad annullarsi. Quando vedo queste cose io dico: ragazzi: nessuno può amare se prima non si è qualcuno».

Vietato annullarsi per amore, quindi?

«Vietato, certo. Ad un certo punto critico anche il grande mito platonico delle due metà che si completano. Una delle pericolose cristallizzazioni dell’amore. L’uomo e la donna sono già completi. Non hanno bisogno di un altro o di un’altra».

Lei parla anche di un amore di cui sono naturalmente capaci solo le donne. Le donne lo “fanno”, lo creano e gli uomini al massimo lo imparano. E’ così?

«Questo è un punto che mi sta a cuore. Ho imparato nel corso della vita che il genio femminile è quello di poter dare la vita. Attenzione: questo vale indipendentemente dal fatto che si diventi o meno madri. Tale genio è iscritto in ogni cellula. Per i maschi è un concetto, per le femmine una concezione. Non a caso, in tutte le culture la Musa è sempre femmina. Perché l’uomo da solo non può dare la vita, non può creare un’opera. Questa genialità femminile è qualcosa di cui noi uomini siamo un po’ invidiosi e un po’ però dobbiamo imparare a dare la vita».

Qual è la più grande curiosità che l’ha spinta a indagare e a testimoniare, l’amore e le vite di queste donne?

«Nel dedicare 36 racconti a nomi di donne ho cercato di chiedere loro: “Insegnatemi questa cosa qui, quest’amore, come l’avete vissuto”. C’è chi lo ha fatto in maniera scomposta, penso ad esempio alla storia di Sylvia Plath. C’è chi ha capito come entrare nel territorio della creatività maschile rispettandone il senso e i confini ma senza annullarsi, come ha fatto Anna Dostoevskij. C’è chi si è collocata nella via di mezzo e ha sperimentato ora il dolore ora l’amore e chi, come Fanny, ha scoperto l’aridità di cuore di chi è stato sempre osannato come il più grande poeta romantico: penso a John Keats, che avrebbe voluto vivere un amore di tre giorni come la vita le farfalle, ma l’amore non funziona così».

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