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Sul palco la storia crudele del mostro

di Daniela Paba
Sul palco la storia crudele del mostro

Milo Rau ha portato al Teatro Massimo di Cagliari “Five Easy Pieces”, la vicenda del pedofilo belga Marc Dutroux

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CAGLIARI. «Il teatro non è giusto: è crudele». La dichiarazione che Milo Rau mette in bocca al regista impegnato sulla scena di “Five Easy Pieces” mentre dirige sette bambini, protagonisti della storia di Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle, restituisce alla scena contemporanea il valore politico che le mancava da tempo.

Milo Rau è un quarantenne regista, giornalista, scrittore svizzero. Sociologo e filologo di formazione, allievo di Todorov e Bordieu, ha battezzato la sua casa di produzione “International Institute of Political Murder” (Iipm) e si è guadagnato l’etichetta d’artista controverso e provocatore, portando in scena, in allestimenti definiti documentari teatrali, la realtà storica e sociale più cruda: il ruolo delle radio nei genocidi del Ruanda, il processo a Ceausescu, le purghe di Putin contro l’avanguardia artistica.

Nello spettacolo, in scena fino a ieri al Massimo per “Sardegna Teatro – Cinque Pezzi (affatto) facili”, sono recitati secondo le convenzioni del teatro nel teatro da bambini che discutono la storia del mostro arrestato in Belgio per aver rapito, violentato e ucciso numerose bambine. Ne nasce un’indagine su temi scabrosi: la violenza, la morte, la sopraffazione ricostruite come in una scatola magica – il gioco del teatro – con i cambi di scena a vista, la scelta dei ruoli sulla base di attitudini a cimentarsi col personaggio: un re, un vecchio malato, un poliziotto, i genitori orfani del figlio. La scena è divisa orizzontalmente, il teatro in basso e un grande schermo in alto, che rimanda il primo piano del regista impegnato a dirigere dal fondo. Nella spartizione dei ruoli, quello del mostro sarà riservato a lui, unico adulto in scena, capace di sollecitare e accogliere le riflessioni dei bambini che costruiscono così il testo, con un effetto di straniamento brechtiano costante, ma anche di leggerezza, sottolineata dalle musiche di Satie, dalle canzoni di John Lennon o Rhianna. La ricostruzione parte con un prologo, perché il male di Marc Dutroux ha radici antiche, nel colonialismo belga, in Congo.

Sono i bambini a spiegare chi è Patrice Lumumba, l’eroe del paese africano, evocato nel discorso della liberazione. Quello stesso eroe, poco dopo sarà torturato e ucciso da sicari. Così come sono loro a spiegare chi è Marc Ducroux. Il primo dei Five Easy Pieces, “Padre e figlio”, è dedicato a Victor Dutroux, padre dell’assassino ormai ottantenne, che in Congo si era trasferito quando Marc era appena nato. Il vecchio padre mostra le foto del figlio bambino, ricostruisce la memoria di un matrimonio fallito, dei tradimenti consumati con donne nere a disposizione dei bianchi colonialisti con uno schiocco di dita. Ora, a 82 anni, Dutroux vorrebbe cambiare nome e chiamarsi Lumumba.

La testimonianza – Rau ricostruisce le fonti con rigore filologico – è ripresa in diretta dal regista e rimandata sullo schermo a mostrare il potere del trucco e le capacità espressive degli attori. Nella seconda pièce, il bambino-poliziotto, testimone dell’arresto di Ducroux, rievoca l’atmosfera di sospetto durante le indagini, la scoperta dei nascondigli e dei cadaveri seppelliti nelle case del mostro. Anche qui il regista interviene, discute la recitazione degli attori, sollecita le loro riflessioni, impone rigore e disciplina, come si richiede a teatro. Ma, soprattutto, riprende con la telecamera e mostra sullo schermo il primo piano dell’attore, lo mette a nudo e costringe il pubblico al ruolo di voyer. Meccanismo che assume evidenza nel terzo episodio “Saggio sulla sottomissione” quando la protagonista è la bimba che impersona Sabine, una delle vittime sopravvissute, rinchiusa nella cantina che scrive ai genitori, costretta a recitare in canottiera. Sarà poi la volta dei bimbi-genitori delle vittime, testimoni di un dolore che non ha lacrime, e qui il regista interviene col trucco, come si fa a teatro. L’ultimo pezzo ha per titolo “Cosa sono le nuvole”, e nella citazione di Pasolini, sta la metafora tragica dei burattini che come i bambini rapiti e rinchiusi, vedranno il cielo solo quando sono abbandonati in una discarica. Nel gioco di specchi del teatro solo i bambini possono dire la verità.

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