La Nuova Sardegna

Cellulare in classe niente paura: «Aiuta a studiare meglio»

di Stefano Ambu
Cellulare in classe niente paura: «Aiuta a studiare meglio»

La ricerca di Giovanni Bonaiuti e Marco Pitzalis (Università di Cagliari) Usare gli smart nel modo giusto, insegnando anche a programmare

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«Tirate fuori il cellulare». Sguardi un po’ stupiti degli alunni: tutti pronti e rassegnati all'ennesima consegna dello smartphone proibito al prof. Ma non è così, il docente continua: collegatevi su kahoo.it. E inserite il pin. Sì, perché nello schermo della lavagna elettronica nel frattempo è apparso un numero. Cinque cifre, poi c'è da inserire un nickname. Sullo schermo della Lim compare una domanda sulla lezione appena spiegata. E quattro opzioni da digitare sul telefonino: una sola risposta è quella giusta. Poi subito la verifica: il prof capisce al volo se la classe sta dormendo o se è attenta.

In qualche aula, non in moltissime, già succede. Anche in Sardegna lo smartphone, molto prima del “benestare” della ministra Fedeli, è già entrato in classe per scopi didattici. Non soltanto nelle scuole superiori. Giovanni Bonaiuti, docente dell'Università di Cagliari, autore di un libro intitolato “Strategie didattiche”, qualche volta fa utilizzare, nelle sue lezioni agli studenti specializzandi del corso Tfa sostegno, il cellulare ai suoi allievi (che sono già insegnanti) con il collegamento a programmi che consentono interazione e feedback immediati. E non è il solo. Bonaiuti descrive nel suo testo anche altre possibili strategie che si basano su internet ed elettronica: ci sono persino i videogiochi. Perché anche lì ci sono elementi chiave come curiosità, sfida, responsabilità, cooperazione. Ma attenzione: non è una mera esaltazione delle tecnologie, vengono messi in evidenza accanto ai pregi anche i rischi e le insidie. E nel libro non viene trascurata l'efficacia delle altre armi in mano al docente, a cominciare dall'esposizione classica.

Nelle scuole sarde i cellulari sono entrati a macchia di leopardo e spesso per l'ispirazione di docenti che guardano al futuro, insieme a stampanti in 3D, programmi per insegnare la chimica con la realtà aumentata, coding e tante altre novità per arricchire la lezione e incuriosire i ragazzi. «Sulla tecnologia – spiega Marco Pitzalis, docente di Sociologia all'Università di Cagliari, direttore del Cird, centro interdipartimentale per la ricerca didattica e coautore del libro “Innovare la scuola” – in realtà non c'è più l'ottimismo un po' naïf di dieci anni fa. Non è detto che tecnologia sia per forza sinonimo di buona didattica. Riesce invece ad essere importante (anche io in certe situazioni faccio usare il cellulare nelle mie lezioni) quando viene utilizzata nella maniera giusta. A volte dipende dalle discipline. Penso alla geometria: ci sono a disposizione programmi molto interessanti per una buona lezione in classe». Ma attenzione a non esagerare. «Giocare con le tecnologie non è utile a fini didattici – spiega Giuliano Vivanet, esperto del settore –, mentre possono essere importanti soprattutto nelle discipline scientifiche. Sempre con un uso controllato».

La situazione è in continua evoluzione. «Prima il digital divide – spiega ancora Pitzalis – segnava la distanza tra chi poteva accedere alle tecnologie e chi non poteva. Ora c'è un digital divide 2. Ovvero una differenza tra chi concepisce la tecnologia per un uso esclusivamente ludico e chi invece la utilizza anche per lo studio». Presente e futuro passano per il coding: per molti l’abc della programmazione al computer, è un po’ il nuovo inglese. Il governatore Francesco Pigliaru è un fan. «Domani – puntualizza Pitzalis – sarà sempre più importante saper programmare da soli».

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