La Istanbul in bianco e nero che sognava la modernità
di Alessandro Marongiu
Ripubblicata dopo tredici anni l’opera in cui Omar Pamuk ricorda i luoghi della sua città Il volume è arricchito da più di duecento nuove fotografie ed è anche ampliato nel testo
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Ad accogliere il lettore sono nove campi lunghissimi, tutti a pagina doppia: immagini verosimilmente scattate a bordo di aeroplani («Se solo avessi trovato prima queste vecchie vedute dall’alto della città, avrei scritto un libro e l’avrei intitolato “Istanbul dall’alto”»), che presentano ampie porzioni della metropoli divisa in due o delimitata dall’acqua. Poi l’inquadratura cambia, e si hanno un paio di campi medi, con l’acqua ancora presente e a fare da trait d’union: la folla che attende un vaporetto sul limitare di una banchina, e dei pescatori (o dei traghettatori) indaffarati sulle proprie imbarcazioni. Un ulteriore cambio e ci si ritrova dentro la città, tra edifici storici e asini da soma e operai che mettono a punto binari e tralicci per l’imminente varo dalla linea tranviaria urbana. Le ultime cinque fotografie rendono persino più chiaro il senso di questa sezione iniziale: prima un anziano e poi un bambino (l’autore, ritratto a nove o dieci anni al massimo); prima un fruttivendolo vicino al suo carretto e poi un uomo assopito su un tavolino esterno a un locale; infine, una scalinata dalla strana architettura che pare racchiudere in sé qualcosa di mascolino e al contempo di femminino. La coesistenza di prospettive, nature, istanze, periodi storici e culture diversi in un unico luogo, insomma. Nonché il ponte, fisico e ideale, tra Occidente e Oriente.
Sono poi le parole, già dopo poche righe, a illuminare definitivamente l’anima del libro: «Il nostro più grande difetto era non riuscire a essere moderni come desideravamo. Per ciò davanti all’obiettivo, ci sforzavamo di apparire più efficaci e moderni di quanto in effetti non fossimo». E appena dopo: «Come il resto della società turca che cercava di diventare più occidentalizzato, anche per la mia famiglia ogni sforzo per apparire moderna e felice sembrava esaurirsi in una frustrante affettazione e in un rituale ipocrita. La macchina fotografica era sia un sintomo di questo problema sia uno dei fattori che lo portavano a galla».
Apparsa nel 2006 nei Supercoralli”, “Istanbul. I ricordi e la città”, una delle grandi opere di Orhan Pamuk, torna ora in libreria nella collana “Frontiere” mutando veste sotto il profilo editoriale e ampliata nel contenuto (pubblica come sempre Einaudi; le pagine sono 664, il costo è di 45 euro), potendo avvalersi di un’introduzione inedita per mano dello stesso Pamuk, e soprattutto di duecentotrenta nuove fotografie che si aggiungono alle duecento già presenti in origine, per giunta meglio fruibili che in passato per via di un formato differente, prossimo al quadrato, che accresce «l’impatto emotivo» di ognuna di esse. Siamo davanti a un volume di traboccante ricchezza, più simile a un oggetto d’arte che a un semplice libro.
E se il testo è rimasto identico a quello di tredici anni fa, l’attenzione si può agevolmente posare sull’introduzione inedita, “Foto di famiglia: scatti e raccolta”, in cui lo scrittore turco rivela le ragioni delle variazioni occorse («Nella prima edizione le foto erano state aggiunte al testo. In quest’ultima il testo spiega i sentimenti che le immagini suscitano», assecondando la precisa volontà di «rendere visibili le emozioni che Istanbul destava nel XX secolo»), e riflette con estrema capacità di suggestione sul mezzo fotografico e sulle possibili variazioni di senso di una fotografia con lo scorrere del tempo («Le qualità che rendono una foto eterna per le generazioni future trascendono l’intenzione di chi ha visto l’immagine e l’ha catturata. L’obiettivo vede cose che sfuggono al fotografo e, anni dopo, le nuove generazioni, con nuovi occhi e nuovi interessi, attribuiranno nuovi significati a questi dettagli casuali»), oltre che, in maniera inevitabile, sul rapporto tra memoria e bellezza.
Sono poi le parole, già dopo poche righe, a illuminare definitivamente l’anima del libro: «Il nostro più grande difetto era non riuscire a essere moderni come desideravamo. Per ciò davanti all’obiettivo, ci sforzavamo di apparire più efficaci e moderni di quanto in effetti non fossimo». E appena dopo: «Come il resto della società turca che cercava di diventare più occidentalizzato, anche per la mia famiglia ogni sforzo per apparire moderna e felice sembrava esaurirsi in una frustrante affettazione e in un rituale ipocrita. La macchina fotografica era sia un sintomo di questo problema sia uno dei fattori che lo portavano a galla».
Apparsa nel 2006 nei Supercoralli”, “Istanbul. I ricordi e la città”, una delle grandi opere di Orhan Pamuk, torna ora in libreria nella collana “Frontiere” mutando veste sotto il profilo editoriale e ampliata nel contenuto (pubblica come sempre Einaudi; le pagine sono 664, il costo è di 45 euro), potendo avvalersi di un’introduzione inedita per mano dello stesso Pamuk, e soprattutto di duecentotrenta nuove fotografie che si aggiungono alle duecento già presenti in origine, per giunta meglio fruibili che in passato per via di un formato differente, prossimo al quadrato, che accresce «l’impatto emotivo» di ognuna di esse. Siamo davanti a un volume di traboccante ricchezza, più simile a un oggetto d’arte che a un semplice libro.
E se il testo è rimasto identico a quello di tredici anni fa, l’attenzione si può agevolmente posare sull’introduzione inedita, “Foto di famiglia: scatti e raccolta”, in cui lo scrittore turco rivela le ragioni delle variazioni occorse («Nella prima edizione le foto erano state aggiunte al testo. In quest’ultima il testo spiega i sentimenti che le immagini suscitano», assecondando la precisa volontà di «rendere visibili le emozioni che Istanbul destava nel XX secolo»), e riflette con estrema capacità di suggestione sul mezzo fotografico e sulle possibili variazioni di senso di una fotografia con lo scorrere del tempo («Le qualità che rendono una foto eterna per le generazioni future trascendono l’intenzione di chi ha visto l’immagine e l’ha catturata. L’obiettivo vede cose che sfuggono al fotografo e, anni dopo, le nuove generazioni, con nuovi occhi e nuovi interessi, attribuiranno nuovi significati a questi dettagli casuali»), oltre che, in maniera inevitabile, sul rapporto tra memoria e bellezza.
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