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lo spettacolo 

Il cielo nero di Cagliari sotto le bombe del 1943

di Roberta Sanna
Il cielo nero di Cagliari sotto le bombe del 1943

CAGLIARI. Il frastuono dell’esplosione arriva improvviso, rimbomba. Nel teatro quasi buio, per un attimo gli spettatori percepiscono l’esperienza di chi sta sotto le bombe. La forza della narrazione...

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CAGLIARI. Il frastuono dell’esplosione arriva improvviso, rimbomba. Nel teatro quasi buio, per un attimo gli spettatori percepiscono l’esperienza di chi sta sotto le bombe. La forza della narrazione si fa presente e nitida, nel cuore dello spettacolo “Cielo nero”, che della Cagliari del 1943 racconta il passaggio traumatico dalla vita quotidiana, quasi tranquilla seppur nella cornice bellica, all’inferno dei bombardamenti aerei.

Nato dopo un intenso lavoro ricerca di Cada Die che ha dato vita ad un documentario ed altre rappresentazioni, lo spettacolo, giunto alla sua forma compiuta grazie alla bella collaborazione tra il principale fautore della ricerca e valente narratore Pierpaolo Piludu con il drammaturgo Francesco Niccolini e con il regista Mauro Mou, diventa strumento di memoria e monito. Forti della convinzione che «conoscere anche solo un breve frammento della vita di un qualsiasi essere umano coinvolto in conflitti vicini o lontani sia forse il miglior antidoto all’indifferenza con cui si ascoltano i freddi numeri dei bollettini di guerra che i media snocciolano quotidianamente», gli autori mettono al centro due gemelli, fisicamente identici ma diversi nel carattere. Fin da quel gioco di infantile balentìa di resistenza alle ortiche di Efisio e Antioco. Comunicativo il primo, studioso e attratto dall’arte il primo, di poche parole, ma ben dette in casteddaio, il secondo, che non prosegue gli studi. Anche il destino li differenzia, e il primo lo tiene a Cagliari nella Regia Marina e l’altro lo manderà prima in Somalia e poi in Russia. Le loro storie, tra i primi amori e sogni, riassumono quelle di tanti giovani e delle loro famiglie, in cui madri aspettavano ancora il ritorno dei figli dall’altra guerra, e padri portavano ancora sul corpo i segni di quel conflitto.

Nella scena spoglia solo una sedia ed un microfono tipo Marconi-Reisz - quelli che evocano l’Eiar e l’uso propagandistico della radio nell’Italia fascista - lo spazio è riempito dal racconto e dal narratore, con particolari, emozioni e sorrisi che Pierpaolo Piludu sa evocare con leggerezza e partecipazione dando vita ai vari personaggi, e dal suono che in sottofondo o in primo piano crea ambiente e atmosfera, attraverso rombi di aerei, echi di sirene, grida e proclami, inni sacri e canzoni americane. Una scelta vincente che, rinunciando ai filmati, sollecita e immerge lo spettatore nel vivo della storia, lo accompagna ad immaginare e partecipare al crescendo di disperazione e orrore, dal primo bombardamento del 17 febbraio sino alle due incursioni del 13 maggio – che tra le macerie di una città già abbandonata dai suoi abitanti sembravano voler uccidere una seconda volta i morti – e, finalmente, all’abbraccio gioioso dei due gemelli.



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