«Vi svelo le password per poter diventare veri esperti di teatro»
di Andrea Massidda
Andrea Porcheddu parla del progetto “Osservatorio critico” Prossimi incontri stasera e domani al “Massimo” di Cagliari
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CAGLIARI. «Uno spettacolo inizia molto prima che si levi il sipario: inizia quando si esce da casa, quando si entra in sala e si prende posto». E magari, si potrebbe aggiungere, finisce quando tornati a casa si pensa attentamente a che cosa si è assistito. Parole che in parte danno il senso all’Osservatorio Critico, un progetto pilota nato a Cagliari grazie alla sinergia tra Sardegna Teatro e l’Anct, l’Associazione nazionale critici teatrali. In pratica, con appuntamenti dalla cadenza mensile, i giornalisti e critici Walter Porcedda e Andrea Porcheddu intendono creare uno spazio di incontro tra critico e spettatore, per stimolare una riflessione sul teatro contemporaneo e sugli spettacoli proposti all’interno della programmazione 2017/1018 al Teatro Massimo di Cagliari. Dopo il primo appuntamento del 27 e 28 ottobre condotto da Walter Porcedda e dedicato al passaggio tra teatro classico e contemporaneo, oggi alle 17 e domani alle 10 (con il regista e drammaturgo argentino César Brie) è in programma il secondo appuntamento condotto da Andrea Porcheddu, che insegna anche Metodologia della critica all’Univesità “La Sapienza” di Roma. «Proveremo a riflettere sulla storia e le prospettive della critica teatrale in Italia – spiega lui stesso – e ricorderemo come è nata e come si è sviluppata la pratica critica, dalla tragedia greca del quinto secolo avanti Cristo al giornalismo fino alla comunicazione web».
Andrea Porcheddu, perché un Osservatorio critico proprio a Cagliari?
«A Cagliari, ma in generale in Sardegna, il teatro sta crescendo notevolmente, si stanno facendo delle produzioni molto belle e interessanti. Perciò si avverte l’esigenza di avere un pubblico capace di riflettere si quanto gli viene proposto in scena, critico appunto. L’obiettivo che ci siamo posti con il collega Walter Porcedda è quello di far crescere l’attitudine critica».
Che cos’è esattamente il pensiero critico?
«Il teatro ci pone tante domande e gli spettacoli sono in fondo una complicità tra due comunità che s’incontrano: quella degli attori e quella del pubblico. Ecco, queste domande possono essere amplificate e rilanciate da ogni singolo spettatore anche nel vivere comune. E avere un pensiero più articolato rispetto a quello più semplificato che ci viene spesso imposto, probabilmente ci aiuta a vivere un po’ meglio».
Come si guarda uno spettacolo teatrale?
«Per fortuna non c’è uno standard, ogni spettatore è di fatto un palcoscenico dove si svolge lo spettacolo. Certo è che per diventare critico teatrale c’è una cassetta degli attrezzi e devi accedere a delle password che ti aiutano ad accedere a quello specifico sistema di comunicazione. E noi su questi attrezzi proviamo a ragionare nei nostri incontri».
Quali sono questi strumenti utili al critico?
«Esperienza, visione sistematica di quasi tutto quello che accade, conoscenza della storia del teatro, della storia della critica e delle varie teorie critiche. Come minimo».
Sui giornali la critica sta scomparendo. Non è grave?
«In questi giorni sono a Milano proprio per un convegno su questo argomento. Si preferisce l’intervista alla recensione. Ormai si fa l’analisi critica soltanto delle partite di calcio, per fortuna c’è il web».
Domani incontrerà César Brie. Di che parlerete?
«Del suo percorso artistico, delle le tecniche di drammaturgia e regia, della visione culturale e politica del teatro contemporaneo. E soprattutto del suo ultimo lavoro, “L’Avvoltoio”, prodotto da Sardegna Teatro, con testo di Anna Rita Signore e di cui Brie cura la regia. Il debutto è il prossimo 28 novembre al Teatro Massimo di Cagliari».
Andrea Porcheddu, perché un Osservatorio critico proprio a Cagliari?
«A Cagliari, ma in generale in Sardegna, il teatro sta crescendo notevolmente, si stanno facendo delle produzioni molto belle e interessanti. Perciò si avverte l’esigenza di avere un pubblico capace di riflettere si quanto gli viene proposto in scena, critico appunto. L’obiettivo che ci siamo posti con il collega Walter Porcedda è quello di far crescere l’attitudine critica».
Che cos’è esattamente il pensiero critico?
«Il teatro ci pone tante domande e gli spettacoli sono in fondo una complicità tra due comunità che s’incontrano: quella degli attori e quella del pubblico. Ecco, queste domande possono essere amplificate e rilanciate da ogni singolo spettatore anche nel vivere comune. E avere un pensiero più articolato rispetto a quello più semplificato che ci viene spesso imposto, probabilmente ci aiuta a vivere un po’ meglio».
Come si guarda uno spettacolo teatrale?
«Per fortuna non c’è uno standard, ogni spettatore è di fatto un palcoscenico dove si svolge lo spettacolo. Certo è che per diventare critico teatrale c’è una cassetta degli attrezzi e devi accedere a delle password che ti aiutano ad accedere a quello specifico sistema di comunicazione. E noi su questi attrezzi proviamo a ragionare nei nostri incontri».
Quali sono questi strumenti utili al critico?
«Esperienza, visione sistematica di quasi tutto quello che accade, conoscenza della storia del teatro, della storia della critica e delle varie teorie critiche. Come minimo».
Sui giornali la critica sta scomparendo. Non è grave?
«In questi giorni sono a Milano proprio per un convegno su questo argomento. Si preferisce l’intervista alla recensione. Ormai si fa l’analisi critica soltanto delle partite di calcio, per fortuna c’è il web».
Domani incontrerà César Brie. Di che parlerete?
«Del suo percorso artistico, delle le tecniche di drammaturgia e regia, della visione culturale e politica del teatro contemporaneo. E soprattutto del suo ultimo lavoro, “L’Avvoltoio”, prodotto da Sardegna Teatro, con testo di Anna Rita Signore e di cui Brie cura la regia. Il debutto è il prossimo 28 novembre al Teatro Massimo di Cagliari».
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