«Io vagabondo del manga vi racconto il mio Giappone»
Dopo l’anteprima a Lucca Comics l’autore presenta il suo nuovo libro a Sassari
A due anni dal grande successo del primo volume, arriva nelle librerie “Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga” (Oblomov Edizioni - La Nave di Teseo), nuovo memoir di Igort che dopo l’anteprima a Lucca Comics sarà a Sassari venerdì 24 novembre, alle 18.30 alla facoltà di Scienze politiche in viale Mancini, per un appuntamento organizzato dalla libreria Azuni. Il viaggio nel Paese del Sol Levante del disegnatore cagliaritano segue in questa occasione traiettorie diverse, che lo allontanano da Tokyo, al centro del racconto del primo libro, portandolo a più stretto contatto con la natura. Un diario carico di ricordi, sensazioni, riflessioni. E con continui riferimenti alla cultura nipponica. Costruito partendo da appunti dei suoi più recenti soggiorni in Giappone: «Mentre viaggio – spiega Igort – scrivo, faccio foto, disegno. Tanti appunti che sono poi la base per la costruzione delle sequenze. Un lavoro di setaccio continuo, fino a quando il libro si compone. In maniera sorprendente anche per me».
Libro che ha dedicato a Jiro Taniguchi, un grande del fumetto scomparso nel febbraio di quest’anno.
«La nostra era un’amicizia che durava dai primi anni Novanta, da quando abitavo in Giappone e lavoravo per la casa editrice Kodansha. La prima volta che vidi qualcosa di suo rimasi incantato e chiesi di incontrarlo. Da allora siamo sempre restati in contatto».
Come disegnatore c’è qualcosa che sente di aver appreso dal maestro giapponese?
«Taniguchi è stato un genio nel raccontare la vita quotidiana, le piccole cose. Ora che non c’è più mi rendo conto che mi ha trasmesso anche il coraggio di disegnare me che cammino, banalmente, nei vari luoghi, senza cercare inquadrature particolari o punti di vista che sarebbero secondo me fuori luogo. Mi ha sempre emozionato la semplicità con cui affrontava le scene».
Parlavate spesso del vostro lavoro?
«C’è stato sempre uno scambio di opinioni. La voglia di mostrarsi le tavole, di raccontarsi le storie. Ma i nostri discorsi non riguardavano soltanto il fumetto. Anche altre passioni comuni come la musica. Tutti pensavano che lui ascoltasse solo musica classica, invece amava il rock. Ricordo di avergli regalato anche dischi psichedelici! Mi mancherà molto. Per questo è stato naturale dedicargli questo libro».
Un volume diverso dal primo “Quaderni giapponesi”. In quel caso si concentrava molto sulla sua esperienza lavorativa in Giappone, qua da dove è partito?
«Sono partito dalla natura. Dall’idea che ci si potesse perdere nel viaggiare nella natura che è stato poi il tema principale di tutta l’iconografia delle stampe giapponesi o della poesia haiku. E che ritorna molto fortemente anche nei lavori d’animazione che io amo tantissimo come quelli dello Studio Ghibli. L’idea che lo sfondo, la natura, diventi protagonista del racconto. Questa era la sfida».
E come ha progettato il viaggio alla base di questo particolare diario disegnato?
«Il viaggio è stato costruito non tanto sugli incontri, che in Giappone si devono progettare con grande precisione, non si può improvvisare, ma è stato architettato soprattutto a partire dall’idea di trovare i luoghi. Mi ha aiutato un amico fotografo, Giovanni Piliarvu. Un sassarese che da una dozzina d’anni sta a Tokyo. Gli ho fatto l’elenco delle cose che volevo vedere, disegnare, e abbiamo costruito il viaggio su questo. Poi sono seguiti anche degli incontri con le persone di cui racconto. Ma tutto questo è stato successivo, una conseguenza del viaggiare».
Un vagabondare si potrebbe dire, come indicato dal sottotitolo “Il vagabondo del manga”.
«Certo. Che poi è nella tradizione della cultura giapponese: Hokusai, Hiroshige, Kunisada erano tutti grandi viaggiatori che amavano camminare e perdersi. C’era l’idea che attraverso il disegno si potesse contemplare dei luoghi e non soltanto descriverli. Ho cercato di farlo anche io».
Però il viaggio che racconta inizia con il riferimento a un poeta: Matsuo Basho, massimo esponente degli haiku. Qual è per lei il valore della poesia?
«Basho insegna che attraverso la poesia non dobbiamo cercare una bellezza estetica, ma una bellezza più profonda, che è quella misteriosa della natura. Lui era un vagabondo per eccellenza, e così è stato un po’ un faro. Avevo i suoi libri con me. Così come “Il libro dei cinque anelli” di Miyamoto Musashi, un’altra guida per questo viaggio».
La tappa più difficile qual è stata?
«Hiroshima. Non ci ero mai stato in tanti viaggi in Giappone. Un luogo che evitavo, ne avevo terrore. Il museo della bomba è una cosa mostruosa, ti fa veramente capire che siamo andati oltre. È qualcosa di indescrivibile».
Per questo motivo ha scelto di inserire foto al posto di disegni?
«Avevo iniziato a fare ad acquerello i paesaggi di Hiroshima distrutta. Ma diventava bello, lirico, poetico. E non puoi farlo bello, è immorale. Il disegno in quel caso non poteva essere inserito, ci volevano le foto perché fanno paura ed è quello che io ho provato lì nel museo».
Nel libro si accenna anche a un’altra tragedia, quella del terremoto del 2011.
«Volevo inserire nel racconto “Il telefono del vento”. A Otsuchi, cittadina devastata dalla catastrofe, uno dei sopravvissuti ha pensato di costruire una cabina senza fili, dove i parenti delle vittime possono far finta di telefonare ai propri cari scomparsi».
In conclusione di quella sequenza scrive: «Abbiamo bisogno di storie per affrontare la vita, il dolore. Per curarci».
«Una frase che mi è venuta quando stavo tornando da casa di Taniguchi, l’ultima volta che l’ho visto. Mi disse: “Tu farai tante altre storie”, come se per lui questa strada fosse finita. E mi ha fatto pensare a cosa fosse raccontare per lui, per me. Alla dimensione terapeutica nel raccontare, una cosa di cui abbiamo bisogno tutti. Ed è il motivo per cui la lettura resiste, è un’esigenza insopprimibile. Il racconto e l’uomo vanno avanti in maniera parallela, sono inscindibili».
E un linguaggio ibrido come il fumetto che forza ha in più?
«Il racconto disegnato è qualcosa di talmente primitivo e potente che parla all’uomo di qualunque latitudine. In Giappone poi la scrittura è disegno. Ed è uno dei motivi per cui ci piace la cultura giapponese. Il profondo senso estetico, non stucchevole, accompagnato dal senso di disciplina e del sacrifico. Penso sia un luogo che cela dei segreti che continuano a intrigarci ed è per questo che io finisco per tornarci sempre. Per cercare di capire che cosa sto inseguendo».
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