L’isola magica di Ingmar Bergman
Ingmar Bergman morì a Fårö d’estate, la stagione più dolce in quelle lande estreme, il 30 luglio di dieci anni fa, una piccolissima isola svedese del Mar Baltico. A Fårö, quando Bergman ci viveva,...
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Ingmar Bergman morì a Fårö d’estate, la stagione più dolce in quelle lande estreme, il 30 luglio di dieci anni fa, una piccolissima isola svedese del Mar Baltico.
A Fårö, quando Bergman ci viveva, risiedevano poco più di 500 abitanti: e qui il regista girò “Come in uno specchio” (1961), che ricevette l’Oscar come miglior film straniero. Di quest’isola s’innamorò pure Andrej Tarkovskij, che scelse uno dei suoi alberi per una delle scene più intense di Sacrificio (1986). Che cosa cercava Ingmar Bergman a Fårö? È noto quello che dell’isola apprezzava risolutamente: assenza di colori, durezza, proporzioni «straordinariamente ricercate e precise». Un luogo - aggiungeva inoltre - «dove si ha l’impressione di entrare in un mondo che è esterno, e del quale non siamo che una minuscola particella, come gli animali e le piante». Chi conosce il suo cinema ed è rimasto impressionato da “Scene da un matrimonio” (1973), soprattutto dalla versione più lunga in sei episodi girata per la televisione, non può non avvertire in quell’approdo a Fårö -in cui diceva d’avere rimesso radici chissà quando strappate-, in quella resa disarmata alla Natura aspra e ostile, un fastidio per l’umano e per la sua prosopopea, per le sue complicazioni psicologiche, sempre più dislagante.
A Fårö, quando Bergman ci viveva, risiedevano poco più di 500 abitanti: e qui il regista girò “Come in uno specchio” (1961), che ricevette l’Oscar come miglior film straniero. Di quest’isola s’innamorò pure Andrej Tarkovskij, che scelse uno dei suoi alberi per una delle scene più intense di Sacrificio (1986). Che cosa cercava Ingmar Bergman a Fårö? È noto quello che dell’isola apprezzava risolutamente: assenza di colori, durezza, proporzioni «straordinariamente ricercate e precise». Un luogo - aggiungeva inoltre - «dove si ha l’impressione di entrare in un mondo che è esterno, e del quale non siamo che una minuscola particella, come gli animali e le piante». Chi conosce il suo cinema ed è rimasto impressionato da “Scene da un matrimonio” (1973), soprattutto dalla versione più lunga in sei episodi girata per la televisione, non può non avvertire in quell’approdo a Fårö -in cui diceva d’avere rimesso radici chissà quando strappate-, in quella resa disarmata alla Natura aspra e ostile, un fastidio per l’umano e per la sua prosopopea, per le sue complicazioni psicologiche, sempre più dislagante.
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