IL FILM DELLA SETTIMANA
Quell’uomo senza nome che esaudisce i desideri
di Franco Azuma
Valerio Mastandrea è un uomo senza nome, dall’aria stanca, l’aspetto grigio. Se ne sta seduto giorno e notte al tavolo di un locale anonimo come lui, The Place, il posto, che ricalca il titolo del...
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Valerio Mastandrea è un uomo senza nome, dall’aria stanca, l’aspetto grigio. Se ne sta seduto giorno e notte al tavolo di un locale anonimo come lui, The Place, il posto, che ricalca il titolo del film, girato da Paolo Genovese sul modello della serie tv americana “The booth at the end”, la cui prima stagione è arrivata in Italia grazie a Netflix. Proprio come nella serie, anche il regista romano sceglie l’unità di luogo, una concezione teatrale degli spazi e un montaggio quasi assente, per sottolineare una situazione misteriosa raccontata solo attraverso i dialoghi e la fisicità degli attori: tra gli altri, Alba Rohrwacher, Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Gabriele Muccino. Uno dopo l’altro fanno la spola al tavolo di Mastandrea per chiedergli di esaudire un desiderio. C’è chi vuole un amore passionale, chi la bellezza o una storia di una notte con la modella di un calendario. Qualcun altro ha richieste più drammatiche: riacquistare la vista, o la fede perduta, o la salute del figlio o del marito. Mastandrea risponde a tutti: «Si può fare»; poi assegna un compito che spesso va decisamente contro la morale.
L’azione è relegata al fuori campo e lo spettatore segue gli sviluppi, le esitazioni, i dubbi, i ripensamenti dei personaggi, solo attraverso i loro racconti. L’interesse resta forte soprattutto nella prima parte del film, mentre cala un po’ nella seconda. Però Mastandrea, con la sua aria stropicciata e rassegnata alle costanti dell’animo umano, convince per tutta la durata della storia. Tranne nell’epilogo, che vira senza necessità sul sentimento, attraverso l’avvicinamento al personaggio della cameriera interpretata da Sabrina Ferilli.
L’azione è relegata al fuori campo e lo spettatore segue gli sviluppi, le esitazioni, i dubbi, i ripensamenti dei personaggi, solo attraverso i loro racconti. L’interesse resta forte soprattutto nella prima parte del film, mentre cala un po’ nella seconda. Però Mastandrea, con la sua aria stropicciata e rassegnata alle costanti dell’animo umano, convince per tutta la durata della storia. Tranne nell’epilogo, che vira senza necessità sul sentimento, attraverso l’avvicinamento al personaggio della cameriera interpretata da Sabrina Ferilli.
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