Ciak, si gira: San Donato in un film
di Grazia Brundu
“Brutti, sporchi e cattivi?” ambientato nella scuola multietnica del centro storico di Sassari
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Appena suona la campanella, liberi tutti. È la filosofia di molte scuole, che limitano il loro compito agli orari delle lezioni. A San Donato, però, non ci stanno e il portone qui non chiude mai. «La scuola è un presidio – dice la dirigente scolastica Patrizia Mercuri – e tutte le volte che abbiamo qualche finanziamento per lavorare non solo nelle aule ma nel territorio non ci tiriamo indietro, perché siamo convinti che il benessere dei bambini passi dai buoni rapporti tra gli adulti». Il “finanziamento” questa volta è di quasi centomila euro e arriva dal programma “Scuola: spazio aperto alla cultura” del ministero dei Beni culturali. L’istituto di San Donato l’ha ottenuto – unico in Sardegna insieme ad altri trentacinque a livello nazionale – grazie a un progetto che mescola cinema e inclusione sociale, ideato in collaborazione con il circolo Nuovo Aguaplano, il Dipartimento di Architettura dell’Università di Sassari e il suo spin off Tamalacà.
LA SCUOLA MULTIETNICA
Il “territorio”, invece, è quello stretto tra i corsi Trinità e Vittorio Emanuele: uno dei quartieri più popolari e multietnici di Sassari, abitato da generazioni di “sassaresi in ciabi” e tantissime persone che arrivano dall’Africa, dalla Cina, dall’Est Europa. I ragazzi studiano in classi dove la presenza di alunni extracomunitari supera in alcuni casi il 50 per cento e non perdono tempo a dibattere sulle rispettive provenienze. È una situazione dinamica, piena di stimoli culturali, a volte di difficoltà e qualche conflitto tra adulti, normale quando si uniscono abitudini di vita diverse. Una situazione che, pur declinata al presente, ha potenzialità da tempi d’oro della commedia all’italiana.
KARIM
E infatti il progetto che ha trasformato in set la scuola e il quartiere di San Donato ruba il titolo al film del 1976 di Ettore Scola, “Brutti sporchi e cattivi”. Con un punto di domanda alla fine, perché «vogliamo dimostrare al resto della città che chi vive qui non è né brutto, né sporco, né cattivo. Anzi, un ambiente multiculturale dà una marcia in più», chiarisce la dirigente scolastica. Così, con la complicità dei residenti, si gira tra le vie intorno alla scuola, con incursioni all’interno, per realizzare un film in tre episodi che dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno e che vede alternarsi alla cinepresa i registi Sergio Scavio, Fabio Sanna e Bruno D’Elia. «Il mio episodio è in fase di montaggio – dice Sergio Scavio – e racconta una storia di affetti e di accudimento reciproco tra un uomo avanti con gli anni, quasi cieco, e un bambino straniero che viene lasciato solo di notte perché la mamma si prostituisce per mantenere se stessa e il figlio». E prosegue: «È una storia vera, che ho raccolto nel quartiere, anche grazie all’aiuto delle ricercatrici di Tamalacà, che da anni realizzano progetti a San Donato. Il personaggio dell’uomo, Cesare, è autobiografico, lui da tempo aiuta gli extracomunitari che vivono qui. Quello del bambino, invece, pur essendo preso dalla realtà, non corrisponde alla biografia dell’interprete: Kadim, un ragazzino nigeriano di nove anni, che da due frequenta la scuola di San Donato ma ha già una cultura approfondita delle usanze locali. E poi – conclude – il cinema gli piace moltissimo, tanto che spesso si è presentato sul set anche quando non doveva recitare».
LA COMMEDIA DELLE MAMME
Se Karim rappresenta i bambini del quartiere e della scuola, anche le mamme hanno un ruolo importante. È il caso dell’episodio che proprio in questi giorni inizierà a girare il regista algherese Fabio Sanna e nasce da un fatto vero, raccolto dalle ragazze di Tamalacà durante un incontro con i residenti. «Una mamma – racconta Elisa Ghisu, una delle ricercatrici del gruppo – da anni si batte con le sue amiche per ottenere la riapertura dell’oratorio di San Donato, che per tanto tempo ha rappresentato uno spazio importante di aggregazione». Le richieste delle mamme finora sono cadute nel vuoto? Niente paura, arriva il cinema, e a Fabio Sanna è venuta l’intuizione di costruire «una commedia corale con tante comparse, tutte prese dal quartiere, molte delle quali parlanti – spiega –, ovviamente anche in sassarese. Ho cambiato un po’ la realtà: invece dell’oratorio, ho immaginato che venisse chiusa una chiesa e che la gente del posto si inventasse una storia di possessione diabolica per farla riaprire. In venti minuti di film ci saranno tante scene di massa e un bel po’ di caos e movimento per restituire la vita del centro storico».
I FANTASMI DEL RIONE
Il terzo episodio del film, un’animazione, è firmato da regista Bruno D’Elia, da sette anni algherese d’adozione, ma di origini campano-piemontesi. Lui, rispetto ai colleghi Scavio e Sanna, rappresenta lo sguardo esterno, però ha imparato bene lo slang locale. «A Sassari – esordisce infatti, divertito – avete “umbè” di fantasmi. Parlando con la gente ho raccolto un bel po’ di storie inquietanti, a partire dal fantasma che, a detta dei bidelli, infesta una parte della scuola di San Donato e suona il pianoforte. Naturalmente l’ho “assoldato” nel film insieme, tra gli altri, ai fantasmi delle monache Delitala, come protagonisti di una storia che ho immaginato ironica e grottesca, ambientata nel centro storico di Sassari, e con uno stile da graphic novel. Io, lavorando a una animazione, mi perdo il lavoro sul set che fanno invece i miei due colleghi, però è molto probabile che i personaggi del film saranno doppiati da abitanti del quartiere».
LA SCUOLA MULTIETNICA
Il “territorio”, invece, è quello stretto tra i corsi Trinità e Vittorio Emanuele: uno dei quartieri più popolari e multietnici di Sassari, abitato da generazioni di “sassaresi in ciabi” e tantissime persone che arrivano dall’Africa, dalla Cina, dall’Est Europa. I ragazzi studiano in classi dove la presenza di alunni extracomunitari supera in alcuni casi il 50 per cento e non perdono tempo a dibattere sulle rispettive provenienze. È una situazione dinamica, piena di stimoli culturali, a volte di difficoltà e qualche conflitto tra adulti, normale quando si uniscono abitudini di vita diverse. Una situazione che, pur declinata al presente, ha potenzialità da tempi d’oro della commedia all’italiana.
KARIM
E infatti il progetto che ha trasformato in set la scuola e il quartiere di San Donato ruba il titolo al film del 1976 di Ettore Scola, “Brutti sporchi e cattivi”. Con un punto di domanda alla fine, perché «vogliamo dimostrare al resto della città che chi vive qui non è né brutto, né sporco, né cattivo. Anzi, un ambiente multiculturale dà una marcia in più», chiarisce la dirigente scolastica. Così, con la complicità dei residenti, si gira tra le vie intorno alla scuola, con incursioni all’interno, per realizzare un film in tre episodi che dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno e che vede alternarsi alla cinepresa i registi Sergio Scavio, Fabio Sanna e Bruno D’Elia. «Il mio episodio è in fase di montaggio – dice Sergio Scavio – e racconta una storia di affetti e di accudimento reciproco tra un uomo avanti con gli anni, quasi cieco, e un bambino straniero che viene lasciato solo di notte perché la mamma si prostituisce per mantenere se stessa e il figlio». E prosegue: «È una storia vera, che ho raccolto nel quartiere, anche grazie all’aiuto delle ricercatrici di Tamalacà, che da anni realizzano progetti a San Donato. Il personaggio dell’uomo, Cesare, è autobiografico, lui da tempo aiuta gli extracomunitari che vivono qui. Quello del bambino, invece, pur essendo preso dalla realtà, non corrisponde alla biografia dell’interprete: Kadim, un ragazzino nigeriano di nove anni, che da due frequenta la scuola di San Donato ma ha già una cultura approfondita delle usanze locali. E poi – conclude – il cinema gli piace moltissimo, tanto che spesso si è presentato sul set anche quando non doveva recitare».
LA COMMEDIA DELLE MAMME
Se Karim rappresenta i bambini del quartiere e della scuola, anche le mamme hanno un ruolo importante. È il caso dell’episodio che proprio in questi giorni inizierà a girare il regista algherese Fabio Sanna e nasce da un fatto vero, raccolto dalle ragazze di Tamalacà durante un incontro con i residenti. «Una mamma – racconta Elisa Ghisu, una delle ricercatrici del gruppo – da anni si batte con le sue amiche per ottenere la riapertura dell’oratorio di San Donato, che per tanto tempo ha rappresentato uno spazio importante di aggregazione». Le richieste delle mamme finora sono cadute nel vuoto? Niente paura, arriva il cinema, e a Fabio Sanna è venuta l’intuizione di costruire «una commedia corale con tante comparse, tutte prese dal quartiere, molte delle quali parlanti – spiega –, ovviamente anche in sassarese. Ho cambiato un po’ la realtà: invece dell’oratorio, ho immaginato che venisse chiusa una chiesa e che la gente del posto si inventasse una storia di possessione diabolica per farla riaprire. In venti minuti di film ci saranno tante scene di massa e un bel po’ di caos e movimento per restituire la vita del centro storico».
I FANTASMI DEL RIONE
Il terzo episodio del film, un’animazione, è firmato da regista Bruno D’Elia, da sette anni algherese d’adozione, ma di origini campano-piemontesi. Lui, rispetto ai colleghi Scavio e Sanna, rappresenta lo sguardo esterno, però ha imparato bene lo slang locale. «A Sassari – esordisce infatti, divertito – avete “umbè” di fantasmi. Parlando con la gente ho raccolto un bel po’ di storie inquietanti, a partire dal fantasma che, a detta dei bidelli, infesta una parte della scuola di San Donato e suona il pianoforte. Naturalmente l’ho “assoldato” nel film insieme, tra gli altri, ai fantasmi delle monache Delitala, come protagonisti di una storia che ho immaginato ironica e grottesca, ambientata nel centro storico di Sassari, e con uno stile da graphic novel. Io, lavorando a una animazione, mi perdo il lavoro sul set che fanno invece i miei due colleghi, però è molto probabile che i personaggi del film saranno doppiati da abitanti del quartiere».
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